In
preda alla sbornia da exit poll i leader dell’Unione il pomeriggio
del 10 aprile si esibivano nella teoria della “fine dell’era
Berlusconi”. Qualche ora dopo, quel castello di pensieri in aria cascava
miseramente sul risultato elettorale. Quello vero, non quello immaginario
e immaginato. L’era Berlusconi non è finita, il berlusconismo
come fenomeno della società politica italiana non è in archivio
e le analisi (si fa per dire) pre e post voto degli anti-berlusconiani continuano
ad essere dei ferrivecchi che non aprono nessuna porta.
Aveva capito tutto Francesco Rutelli, alla vigilia del voto, quando avvertiva
gli alleati: “Non ci sarà un dopo Berlusconi”. Aveva
intuito lo scenario ma sotto sotto sperava che quel sospetto non divenisse
l’incubo della notte elettorale. Così invece è stato
e i primi vagiti dell’Unione di lotta e di governo sull’interpretazione
del successo di Forza Italia e del suo leader fanno ben sperare per il futuro:
ancora una volta non hanno capito cosa pensa l’Italia che ha scelto
il Cavaliere.
Il principe del soliloquio, Eugenio Scalfari, il 16 aprile ha dedicato la
sua messa domenicale al paese spaccato in due e già dal titolo il
suo articolo prometteva faville: “Metà Italia s’è
turata il naso”. Leggere il Fondatore è un imperativo quando
uno vuol capire le idee che circolano nella sinistra. Scalfari, al contrario
di quel che si pensa, non è affatto il teorico del pensiero radical
chic, è invece colui che da par suo mette il belletto al common sense
del popolo della sinistra de’ noantri. Trasforma il pensiero ruspante
in articoli prolissi al termine dei quali ci si gratta la testa e si chiama
l’interprete.
Appropriandosi di un motto di Indro Montanelli, Scalfari offre la sua visione
del problema sin dalle prime righe, cogliendo un foglio dal suo epistolario:
«Un lettore ci ha scritto nei giorni scorsi: “Sono abbastanza
colto, ho letto più o meno gli stessi libri e ascoltato le stesse
musiche dei miei amici di sinistra (ne ho più d’uno), viaggio
all’estero per lavoro e per diporto; insomma sono un italiano come
milioni di altri, ma non ho mai votato e mai voterò per la sinistra.
Non mi appartiene e non le appartengo. Non so spiegare perché ma
questo è il mio modo di sentire”. Ebbene, non è un caso
sporadico quello del nostro lettore, anzi è molto diffuso tra le
due inconciliabili metà della mela italiana, il che rende assai difficile
governare questo nostro paese».
Avete letto bene: non è un caso sporadico. Apprendiamo con gioia
che Scalfari ha realizzato che nel centrodestra ci sono persone colte che
non votano per la sua parte politica. Quel non è un caso sporadico
però tradisce il pregiudizio della superiorità morale e culturale
della sinistra. È questo pregiudizio che non consente agli “intellettuali
illuministi” di far luce sulla realtà del berlusconismo, le
ragioni per cui la metà del popolo italiano preferisce il Cavaliere
al Professore.
Quel
plebiscito immaginario
Chi guarda la politica senza il paraocchi ideologico, chi oltre a chiedere
la ricevuta parla con i tassisti, chi con gli operai non si limita a dare
ordini ma ci discute, chi fa un giro all’università e dà
un’occhiata fuori dalle aule magne a una dimensione,
chi si mette in ascolto di quel volgo disperso che nome non ha, ha capito
che il 10 aprile all’apertura dell’urna non ci sarebbe stato
nessun plebiscito contro Berlusconi.
La risata che avrebbe dovuto seppellire il Cavaliere ha finito per sommergere
lo sciame di sondaggisti, sociologi, politici, maître à penser
che fino alla vigilia del voto continuava ad accreditare il centrosinistra
di un vantaggio incolmabile.
Quando Berlusconi citava i suoi sondaggi americani che parlavano di sostanziale
pareggio, i guru della gauche all’amatriciana dicevano che non erano
credibili. La sinistra ha continuato a perseverare negli errori del passato.
Fu il democristiano Mino Martinazzoli a ironizzare sui «più
recenti sondaggi ci dicono che l’87 per cento dei cinesi vorrebbero
Berlusconi imperatore della Cina». È stato il post-democristiano
Romano Prodi a bofonchiare «c’è un sondaggio cinese che
dà in vantaggio il premier del 28 per cento, e addirittura uno ucraino
che lo dà al 106 per cento...». Come si vede, dal giorno in
cui Berlusconi decise di scendere in campo, non è cambiato niente:
il tono è sempre quello della superiorità antropologica, lo
scherno l’unica arma dialettica possibile. È un peccato originale
del quale la sinistra (intesa qui in senso non solo politico) non riesce
a liberarsi. Il fenomeno Berlusconi sfugge alle classificazioni pavloviane
dei circoli intellettuali e politici.
Durante la campagna elettorale, il segnale chiarissimo che il berlusconismo
non era finito è arrivato da Vicenza, dal giorno in cui il presidente
del Consiglio è piombato a sorpresa (il giorno prima aveva disdetto
la sua presenza) al convegno di Confindustria sul futuro del paese. Di fronte
agli industriali del Nord-Est Silvio Berlusconi ha ritrovato le radici del
suo messaggio politico, è tornato alle origini e il suo “scatto”
d’orgoglio di fronte ai poteri forti ha prodotto una valanga che ha
sepolto il gotha confindustriale. Il discorso fatto agli imprenditori, quel
“mi piace parlarvi così” pronunciato con rabbia, quel
parlar chiaro rompendo il registro del politicamente corretto, ha scatenato
la reazione della platea: applausi a scena aperta e standing ovation per
il Cavaliere. La prima fila del cosiddetto “salotto buono” attonita
e imbarazzata.
È un’istantanea destinata a entrare nella storia della politica
italiana. Come è destinata ad entrare nel guinness dei fiaschi della
comunicazione il tentativo di Confindustria di accreditare l’idea
che a Vicenza Berlusconi si fosse portato la claque e quelli che applaudivano
fossero dei figuranti a gettone. Quest’ultimo episodio è la
spia dell’incomprensione del berlusconismo come fenomeno sociale e
politico. Il tentativo maldestro di piegare i fatti a proprio piacimento
dando una rappresentazione della realtà distorta. Tanto distorta
da apparire ridicola. E infatti la prova che quelle mani che applaudivano
non erano un incidente ma qualcosa di più profondo è arrivata
puntuale con lo spoglio dei voti: tutto il Nord ha votato in blocco per
il centrodestra e gli stessi opinionisti e sociologi che parlavano di fine
del berlusconismo si sono ritrovati a scrivere di “questione settentrionale”.
Il paese dipinto dalla propaganda della sinistra e dai suoi analisti di
complemento semplicemente non esiste. Quando Berlusconi spiegava nei suoi
comizi che l’Italia non è in declino, che è un paese
ricco, che le sfide vanno affrontate con più pragmatismo e meno ideologia,
veniva bollato come un uomo non più in possesso delle proprie facoltà
mentali. E invece Berlusconi sapeva benissimo di parlare al paese reale,
cercava di conquistare il cuore e la mente dei suoi potenziali elettori.
Eugenio Scalfari – torniamo ancora a lui perché le sue performance
sono una miniera di esempi sul come non si fa politica – ha liquidato
lo straordinario recupero di Berlusconi alla voce: c’è stato
un grande errore di comunicazione dell’Unione sulla questione tasse.
Si tratta di un fatto vero, ma con un pezzettino del mosaico non si può
pretendere di vedere lo scenario completo.
Il problema infatti non era quello a valle delle tasse, ma quello a monte
di tutto: e cioè che gli italiani sono un popolo di risparmiatori
e l’82 per cento delle famiglie ha una casa di proprietà. Non
esisteva cioè quel paese dipinto dai cultori della letteratura del
declino a tutti costi. Berlusconi aveva bene in mente questo scenario e
a quella gente ha parlato. Il suo messaggio era diretto a quella miriade
di individui che hanno deciso di “mondialeggiare”, di essere
nel mondo, di accettare la sfida, di non piangersi addosso. Mentre Prodi
evocava una società dei giusti a prescindere e le manette agli evasori
– e quindi automaticamente faceva apparire i piccoli imprenditori
come una torma di fuorilegge – Berlusconi sollecitava l’orgoglio
e la presenza di questi ultimi. Il berlusconismo in questo senso resta l’esaltazione
del self made man, del singolo che si fa da solo, dell’uomo che diffida
dello Stato e ha fiducia solo in se stesso. I sociologi à gauche
diranno che è il ritratto di un tipo sociale egoista e pure un po’
incolto. E ancora una volta sbaglieranno.
Berlusconi e il berlusconismo
Il berlusconismo non nasce con Berlusconi, è pre-esistente. Il Cavaliere
lo ha di volta in volta interpretato. Nei momenti decisivi è riuscito
sempre a stabilire la giusta sintonia con questo popolo silenzioso che non
ama scendere in piazza ma rispetto al passato è più organizzato
e più combattivo. Non ha bisogno di militarizzare la propria azione
politica nelle strade perché è una tribù che comunica
con Internet e i telefonini. E dove non c’è la maturità
tecnologica c’è il porta a porta, il passaparola, un tam tam
di parole e sguardi. Non c’è bisogno di sedute di autocoscienza,
perché “stare dall’altra parte”, quella che la
sinistra giudica sbagliata, è naturale e da molto tempo decisamente
più cool che stare con la sinistra giudicata conservatrice.
È vero che quel popolo non si fida a dichiarare il suo voto agli
istituti di sondaggi e si comporta così perché si sente distante
dall’establishment e dall’apparato dell’informazione a
senso unico. Tutti si sentono outsider. Come Berlusconi.
È tollerante nei confronti del conflitto di interessi di Berlusconi
perché lo giudica più trasparente, più facile da controllare
e giudicare, rispetto alle manovre dei burattinai che di volta in volta
hanno giocato a fare i king maker della sinistra.
Quando Berlusconi ha sdoganato la parola “coglioni” in politica,
in molti hanno pensato all’autogol dell’ultimo minuto. E invece
quella zampata, quell’irriverente rottura del cliché, per la
tribù dei berlusconiani è diventato slogan, occasione per
arricchire la campagna elettorale di nuove catene di sms, e-mail, cartoline
virtuali. La polemica politica si è surriscaldata, il popolo ci ha
riso sopra perché la parolaccia fa parte della vita quotidiana, fa
parte di quella cosa che si chiama realtà.
Il berlusconismo è rottura dei codici prestabiliti e prestampati.
Pensateci bene, la campagna elettorale delle altre due punte, Gianfranco
Fini e Pier Ferdinando Casini, è diventata più efficace quando
entrambi hanno imboccato una via più berlusconiana: meno minuetti
e più azione incisiva. Meno cortesie istituzionali e più unghie
nel dibattito. Non è una questione di livello dei toni, ma di registro
linguistico. L’arte di parlare al popolo è complicata. La storia
è piena di dotti oratori, ma assai scarsa di leader capaci di interpretare
gli umori dei cittadini, guidarne le azioni, capirne i desideri più
profondi. Già vediamo gli intellettuali storcere il naso e gridare
alla deriva peronista e alla inquietante tentazione plebiscitaria. Altro
errore colossale. Dipingere Berlusconi come un uomo pericoloso ha automaticamente
trasferito su metà del paese l’etichetta di cattivo cittadino.
Un altro motivo in più per l’elettore moderato di andare a
votare e rivendicare la propria appartenenza.
L'ossessione della sinistra
L’era Berlusconi non è finita, cambierà la sua missione
e ci sarà un nuovo capitolo, ma il berlusconismo resta ed è
vitale più che mai nel paese. Ma sarà molto più difficile
essere anti-berlusconiani senza Berlusconi a Palazzo Chigi. Se il buongiorno
si vede dal mattino, l’antico tic che finora è stato l’unico
collante del centrosinistra non è sparito. Nella politica e nella
cultura. Il berlusconismo come fenomeno politico e sociale alimenta gli
incubi della sinistra di salotto e di governo. Gli intellettuali cachemire
e martello sognano un’Italia diversa, tutta cineclub e teatro dell’assurdo.
C’è già materiale in abbondanza per chi vuole le prove
di quel che scriviamo.
Al Festival del cinema di Cannes sono in concorso due film: Il Caimano di
Nanni Moretti e Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio. Pellicole che
sono lo specchio di un’ossessione: il Cavaliere ovunque, un Faust
che piega la coscienza, un demone capace persino di penetrare nell’Io
scalfariano che in un suo editoriale prima del voto dipinge scenari apocalittici
e teme il colpo di coda del Caimano nei giorni di passaggio dal governo
del centrodestra a quello del centrosinistra. Fantasmi golpisti.
È nel Regista di matrimoni che ricorre la frase «l’Italia
è un paese in cui comandano i morti» e Bellocchio ne dà
subito l’interpretazione politica. Lo sguardo fisso nella macchina
da presa, il tono grave e solenne, sentenzia che la metà degli italiani
che ha votato Berlusconi, è colta da una specie di “catalessi,
letargo”.
Il regista ha una speranza, quella che «molti di loro, prima o poi,
credo si sveglieranno».
Noi invece abbiamo una certezza: l’era Berlusconi non è finita
e a sinistra stanno ancora dormendo.
Mario Sechi, giornalista, vicedirettore de il Giornale, si occupa di politica
interna e attività parlamentare. Segue con particolare interesse
le vicende degli Stati Uniti.
(c)
Ideazione.com (2006)
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