È opinione largamente diffusa che la globalizzazione rappresenti
una minaccia per le appartenenze e le identità individuali e/o collettive,
dal momento che essa determina l’affermazione su scala mondiale di
uno spazio culturale e di un orizzonte simbolico sempre più omogenei,
di una “cultura globale” all’interno della quale scompaiono
le particolarità ereditate dalla tradizione storica.
La tesi suggerita in questo articolo è che il problema determinato
dalla globalizzazione non è l’appiattimento delle differenze
nel quadro di una cultura mondiale unica, peraltro modellata secondo categorie
tipicamente occidentali. La globalizzazione, infatti, se da un lato genera
uniformità e comportamenti omogenei, soprattutto sul piano della
cultura di consumo di massa, dall’altro contribuisce anche ad aumentare
le diversità e la ricchezza culturale del pianeta in almeno tre modi
differenti: 1) rendendo accessibili sulla scena internazionale tradizioni
e stili di vita altrimenti destinati a rimanere periferici e marginali;
2) creando modelli e stili culturali ibridi o meticci, che traggono sì
alimento e ispirazione da quelli già esistenti e radicati nei diversi
paesi, ma che sono in realtà qualcosa di nuovo e di inedito; 3) valorizzando
e dando nuova forza storica alle appartenenze e alle tradizioni particolari
trasmesse dal passato.
Il vero problema generato della globalizzazione, in altre parole, non è
l’omogeneità, la standardizzazione o l’appiattimento.
Ciò che essa rischia di produrre e di favorire è, al contrario,
un eccesso di frammentazione culturale, una crescita esponenziale di modelli
e sistemi culturali, peraltro sempre più esclusivi e impermeabili
a influenze esterne, la cui principale ambizione è quella di vedere
riconosciuta la propria particolarità e assolutezza all’interno
della sfera politica pubblica, creando così non pochi problemi sia
al funzionamento democratico interno dei diversi Paesi sia alla convivenza
tra Stati.
L’impostazione prevalente nella pubblicistica e nella discussione
politico-giornalistica tende a presentare il rapporto tra globalizzazione
e cultura, espresso quasi sempre in modo meccanicistico e fatalistico, secondo
due varianti – una ottimista all’estremo, una più cupa
e pessimista – che tuttavia coincidono sul punto fondamentale: entrambe,
infatti, pensano che il diffondersi della globalizzazione sia destinato
a creare – nel lungo periodo, ma con risultati che sono già
sotto i nostri occhi – una crescente omogeneità socio-culturale
(e alla fine anche politica e istituzionale).
I fautori della globalizzazione – gli ottimisti o apologeti, molto
spesso ispirati dalla retorica neoliberale o postmoderna – vedono
in essa la strada maestra che conduce all’unificazione del genere
umano, all’avvento della cittadinanza universale, al benessere globale
e alla pace del global village. Dal punto di vista della riflessione intellettuale,
reputano l’affermazione di una cultura omogenea universale non solo
un fatto storicamente ineluttabile, che si starebbe già realizzando
grazie soprattutto al contributo della rivoluzione informatico-digitale,
ma anche una necessità etica, dal momento che solo l’imporsi
di una tale cultura può porre fine ai conflitti umani, alle divisioni
ideologiche e alle lotte di potere che ancora attraversano il mondo. Si
tratta, per esemplificare, della posizione sostenuta, pur con argomenti
diversi, da studiosi quali Jürgen Habermas e Ulrick Beck.
I nemici della globalizzazione – i pessimisti o critici, molto spesso
ispirati da una retorica post-marxista o anarchico-radicale (ovvero anti-liberale
e anti-universalista nel caso dei no-global di destra) – la considerano
invece lo strumento ideologico del capitalismo e del progetto neoliberista
globale, e nella distruzione delle culture locali, nella uniformazione dei
linguaggi e degli stili di vita, nella omologazione delle identità
sociali e dei modelli culturali vedono altrettanti obiettivi funzionali
alla stabilizzazione dei rapporti di dominio messi a punto da ristrette
oligarchie transnazionali.
Per quel che concerne le posizioni del radicalismo antiglobalista,
uno dei paradigmi che ha avuto più corso – a sinistra –
è certamente quello dell’economista e antropologo francese
Serge Latouche, che considera la globalizzazione un’azione pianificata
tesa a diffondere su scala planetaria valori e simboli dell’Occidente
secolarizzato. È il processo che questo studioso ha definito, in
un suo libro famoso, di “occidentalizzazione del mondo” ad opera
di una megamacchina impersonale nella quale convergono ragione tecnoscientifica,
ragione economica e mito del progresso. È un processo che produce
sradicamento su scala planetaria, la scomparsa progressiva delle culture
tradizionali occidentali e delle culture indigene periferiche, una crescente
uniformazione degli stili di vita, degli idiomi e delle forme mentali allo
schema egemonico diffuso attraverso Internet, i media globali e il cinema
soprattutto dagli Stati Uniti. In questo quadro, la globalizzazione tende
ad essere presentata come la forma estrema del vecchio imperialismo. Un
tempo si colonizzavano le terre, oggi si colonizza l’immaginario degli
individui e dei popoli: è cambiato l’oggetto della conquista,
ma è rimasta identica la volontà di dominio che da secoli
ormai guida i paesi sviluppati del mondo occidentale.
Secondo quest’idea, la mondializzazione può esser considerata
come una forma di falso universalismo, come (per riprendere le parole di
Alain de Benoist, un critico da destra della globalizzazione) «l’imperialismo
di un Occidente mercantile che si è gonfiato sino a raggiungere le
dimensioni del pianeta, un imperialismo interiorizzato da coloro che lo
subiscono […]. Il che appunto equivarrebbe alla conversione dell’intero
pianeta alla religione del mercato, i cui teologi e grandi sacerdoti predicano
come fine ultimo la redditività». Lungo questa prospettiva,
l’obiettivo finale della mondializzazione finisce per essere lo stesso
delle culture rivoluzionarie del Novecento: dare vita ad una vera e propria
svolta antropologica, creare un “uomo nuovo” che non sia più
un cittadino o un lavoratore inserito in un contesto comunitario, bensì
un consumatore integrato e indifferenziato, sempre più sradicato,
fragile e infelice, animato da una sensazione di impotenza nei confronti
del mondo.
Per chi crede in questa prospettiva, che per comodità può
essere definita critico-apocalittica, l’unica alternativa possibile
è ovviamente quella a suo tempo definita da Benjamin Barber nel suo
fortunato libro Jahad vs McWorld, apparso poco più di dieci anni
fa. Nel contesto di un mondo che cancella le differenze e che tende ad uniformarsi
e ad integrarsi sempre più sul piano dei consumi culturali di massa,
della tecnologia e persino delle abitudini alimentari – la triade
mtv, Macintosh, McDonald’s – l’unica possibile identità
collettiva in grado di opporsi all’omologazione universale è
quella che nasce dal rifiuto violento del modello occidentale e che si trova
simboleggiata nell’idea di “guerra santa”. L’unica
alternativa all’unificazione delle culture nel modello McWorld sarebbe
dunque il fondamentalismo religioso, la violenza fanatica degli uomini della
Jihad, il ritorno al tribalismo politico e all’arcaismo culturale
di tradizioni storiche spesso inventate, attivate soltanto in funzione difensiva
nei confronti di una modernità che non si riesce ad accettare nei
suoi esiti ultimi.
In realtà, questo modo di rappresentare la mondializzazione e i suoi
effetti – sia nella sua variante positiva e ottimistica, sia in quella
negativa e catastrofista – non tiene conto di alcune realtà
e dinamiche, che sembrano delineare un quadro per molti versi differente,
riassumibile sulla base di tre punti.
Coloro che lamentano la scomparsa delle differenze culturali e paventano
il rischio (o magari sostengono l’utilità) di una omogeneizzazione
universale non tengono conto adeguatamente, per cominciare, di quel fenomeno
che gli studiosi definiscono “localizzazione” o “naturalizzazione”,
termine con il quale si indica la capacità che hanno i diversi sistemi
socio-culturali (in particolare quelli di matrice essenzialmente nazionale,
come tali maggiormente strutturati) ad inglobare al proprio interno, adattandoli
alle proprie coordinate valoriali, i modelli provenienti da altri contesti
culturali e normativi.
Ciò significa che i modelli culturali e gli schemi estetico-antropologici
di provenienza occidentale che la globalizzazione diffonde nel mondo non
vengono accettati e fatti propri dai paesi che li ricevono in modo passivo
e acritico. Sono invece abitualmente sottoposti ad un’azione di filtro
che tende a renderli compatibili con la cultura e la società di destinazione.
Localizzazione significa appunto la capacità che hanno le diverse
culture di assimilare e di modificare – vale a dire di tradurre culturalmente
nel proprio linguaggio e secondo i propri codici comunicativi – gli
influssi culturali ai quali si è sottoposti, nel tentativo di renderli
accettabili con il proprio sistema simbolico-normativo.
Il messaggio globalizzato, univoco alla partenza, viene insomma recepito
dai diversi destinatari secondo filtri cognitivi e schemi di interpretazione
del mondo reale tutt’altro che omogenei, nel senso che sono direttamente
condizionati dalle rispettive tradizioni e appartenenze culturali. Le persone,
in altre parole, tendono a interpretare le idee globali che ricevono in
modo altamente differenziato, tenendo conto del proprio contesto socio-culturale
di riferimento: le accettano, le fatte proprie con riserva, le rielaborano
e magari le rigettano come incompatibili con il proprio metro di giudizio.
L’esempio tipico è quello dei grandi programmi di intrattenimento
televisivo diffusi su scala internazionale nelle diverse lingue: perché
alcuni hanno successo su scala globale mentre altri trovano consenso solo
in alcuni paesi?
Ma c’è un secondo aspetto che merita di essere evidenziato,
vale a dire che la globalizzazione culturale non è un meccanismo
che opera a senso unico, dal centro del mondo (essenzialmente e principalmente
gli Stati Uniti) verso la sua periferia. Essa implica anche una relativa
reciprocità (dal centro verso la periferia e dalla periferia verso
il centro, ammesso che un centro unitario e unico realmente esista) e un
gioco estremamente complesso di influenze e di scambi, che finiscono molto
spesso per produrre forme culturali ibride e per ciò stesso originali
e innovative, diverse da quelle d’origine ma diverse anche da quelle
d’arrivo. In altre parole, attraverso la globalizzazione anche la
periferia è in grado di influenzare il centro, di irradiare su scala
internazionale i propri modelli e prodotti culturali. Basti pensare alla
crescente diffusione, proprio nel mondo occidentale, delle culture etniche
provenienti dalle diverse aree del mondo, che riguardano principalmente
l’abbigliamento e l’alimentazione, ma anche, in modo crescente,
la tradizione letteraria, la produzione cinematografica e le diverse forme
di espressione artistica. Mangiare giapponese, vestire alla maniera delle
donne thai, ascoltare la musica blues proveniente dal Mali o dal Senegal,
apprezzare la cinematografia cinese o argentina, visitare la mostra di uno
scultore turco è oggi qualcosa di normale – a Berlino come
a New York, a Buenos Aires come a Roma. E tutto ciò rappresenta,
senza alcun dubbio, un prodotto della globalizzazione. Ha a che fare con
la capacità di quest’ultima di incrociare le culture, di metterle
fruttuosamente in relazione tra di loro, invece che distruggerle o annichilirle
a vantaggio esclusivo di un modello culturale unico.
Ciò non toglie, naturalmente, e siamo così al terzo punto,
che esista comunque, sempre più diffusa e invadente, una “cultura
omogenea globale”, frutto di una struttura internazionale di comunicazione
altamente sofisticata e pervasiva, che viaggia e si diffonde ai quattro
angoli del pianeta per mezzo dell’industria cinematografica, dei grandi
network radio-televisivi e della Rete informatica. Ma che cos’è
esattamente questa “cultura omogenea globale”? Può davvero
essere vista come l’espressione di un mondo che tende a diventare
sempre più standardizzato e uniforme? La nascita di una cultura globale
è, se si vuole, il prodotto più tipico e caratteristico della
globalizzazione, il più coerente con le sue dinamiche interne, ma
non è l’unico risultato che essa produce. Il fatto che esista
una cultura globale non vuol dire, insomma, che esista ormai una cultura
unica alla quale tutti tendono ad uniformarsi sempre più, soprattutto
le nuove generazioni. Per convincersi di ciò basta guardare a quali
sono le caratteristiche intrinseche di questa cosiddetta “cultura
globale”, per come le ha descritte lo studioso inglese Anthony D.
Smith. A suo giudizio, la cultura cosmopolitica globale – veicolata
essenzialmente attraverso i mezzi di comunicazione di massa – è,
a vederla da vicino, una cultura senza profondità e senza radici:
eclettica, puramente emozionale, fluida, priva di forma e superficiale dal
punto di vista storico. È una cultura tutta rivolta al presente,
artificiale e standardizzata e per ciò stesso adattabile ai più
diversi contesti spazio-culturali. È una cultura che produce “stili
di vita”, peraltro sempre nuovi e diversi, ma che non produce –
ecco il punto – un “modo di vivere”, individuale e/o collettivo,
che dunque non risponde ad alcun bisogno esistenziale e non evoca alcuna
memoria profonda. La cultura globale dei consumi culturali di massa non
crea identità, simboli, valori e ricordi realmente in grado di orientare
la nostra condotta sulle questioni fondamentali della vita e della morte.
Un compito che ovunque nel mondo è invece ancora garantito dalle
culture storiche di riferimento, a partire – come Smith precisa –
da quelle in senso lato nazionali, che ancora oggi mantengono intatta la
loro forza condizionante.
Paradossalmente, si potrebbe dire che più la cultura globale
si diffonde e si radica, con il suo carattere informale e sostanzialmente
effimero, più si afferma il bisogno di riferirsi a modelli comportamentali
e a forme culturali che siano specifiche, che abbiano un radicamento nella
storia e che siano altresì largamente condivise all’interno
di un determinato spazio territoriale. Il che significa che la cultura globale
o cosmopolitica, lungi dal diventare esclusiva e unica, è invece
destinata a convivere con quelle ereditate dalla tradizione e radicate nei
diversi contesti territoriali: si potrebbe dire che più la prima
si diffonde e cresce, più le seconde divengono indispensabili e necessarie.
Se è consentito un gioco di parole, la “cultura globale”
è sì globale, rispetto a quelle tradizionali o storiche che
sono per lo più territorialmente radicate e dunque parziali per definizione,
ma non è una cultura in senso antropologico, laddove per cultura
deve appunto intendersi la risposta che i gruppi umani danno al problema
della loro esistenza sociale. Comunque la si voglia definire, la cultura
è un sistema di segni, simboli, credenze e conoscenze all’interno
del quale gli uomini organizzano la loro condotta sociale, traendone orientamenti
normativi, schemi valoriali e criteri d’azione necessari per dare
un senso e un orientamento alla loro esistenza. Cosa può offrirci
la cultura globale – che è essenzialmente una cultura popolare
di intrattenimento, di pura evasione, semplicemente emotiva ed effimera
– al di là del suo consumo immediato?
Stando così le cose, va messa dunque in discussione l’idea
secondo la quale la globalizzazione riduce il pluralismo delle culture,
nel senso di appiattirle secondo uno standard universale modellato su quella
della cosiddetta “americanosfera”: semmai tende ad accentuare
le diversità, le differenze e le specificità. L’integrazione
economica determinata dalla mondializzazione degli scambi (fenomeno peraltro
vecchio di qualche secolo) non favorisce necessariamente l’integrazione
culturale o peggio l’omologazione secondo un sistema di valori unico.
Al di là del carattere superficiale della cosiddetta “cultura
globale”, rappresentata da consumi culturali di massa sempre più
omogenei su scala internazionale, le culture e le appartenenze tradizionali,
invece che scomparire, mantengono ancora in gran parte intatta la loro forza
e la loro capacità di orientare normativamente i comportamenti individuali.
Al tempo stesso, proprio grazie alla globalizzazione assistiamo al nascere
di nuove identità culturali soggettive e di gruppo (ibride o meticce)
e alla diffusione su scala globale di forme culturali provenienti dalla
periferia del mondo.
Il problema con il quale sempre più saremo chiamati a confrontarci
nel futuro non è dunque la fine delle differenze e l’avvento
di un mondo uniforme, bensì un altro: come fare in modo che questo
numero crescente di particolarismi culturali e di identità specifiche
e differenziate, favoriti proprio dalla globalizzazione, possano convivere
dialetticamente – all’interno dei diversi contesti territoriali
– senza entrare in conflitto radicale tra di loro e senza risolversi
in una forma di puro relativismo.
Alessandro Campi, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università
di Perugia.
(c)
Ideazione.com (2006)
Home
Page
Rivista | In
edicola | Arretrati
| Editoriali
| Feuileton
| La biblioteca
di Babele | Ideazione
Daily
Emporion | Ultimo
numero | Arretrati
Fondazione | Home
Page | Osservatorio
sul Mezzogiorno | Osservatorio
sull'Energia | Convegni
| Libri
Network | Italiano
| Internazionale
Redazione | Chi
siamo | Contatti
| Abbonamenti|
L'archivio
di Ideazione.com 2001-2006