Il problema era capirli: chi sono e che fanno. Che cosa pensano, che cosa
dicono: l’Italia, il suo governo, le sue leggi. E poi l’Argentina,
il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay, il Cile, l’Ecuador, il Venezuela,
il Perù, la Colombia: abitano in questi paesi, loro. Hanno votato
per l’Italia. Nove aprile 2006, il giorno. Emigrati: prima, seconda,
terza, quarta generazione. Figli dei figli dei figli di chi prendeva un
transatlantico per il nuovo mondo del Sud. C’è un nome italiano
sul passaporto, l’orgoglio di un’identità oltre quella
di una casa dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Forse il
problema non è stato risolto: capirli era difficile, non impossibile.
Bisognava andare a fondo: entrare in questo mezzo continente e girarlo.
Paese per paese. I numeri parlano male, a volte. Stavolta no, di sicuro:
306.562 voti: 29,2 per cento al centrosinistra, 30,9 al centrodestra, il
31,7 per cento alla lista dell’associazione Italiani Sud America.
Ha perso l’Italia, ha vinto l’italianità, il sentimento
di chi è lontano e vicino: l’etnia, più che la cittadinanza.
Affermare, confermare, bollare: sono argentino, brasiliano, venezuelano,
e anche italiano. Per un terzo. Il concetto è sottile: nelle altre
sezioni, nelle altre aree del mondo, negli altri Continenti il bipolarismo
destra-sinistra venuto fuori dalle urne è molto più marcato:
è vero ci sono i partiti della Casa delle Libertà che spesso
hanno corso da soli, ma presi tutti insieme hanno raggiunto comunque il
40 per cento o più. Esattamente come l’Unione. Hanno lottato
testa a testa, come in Italia, come se l’Oceania oppure l’Asia
fossero costole della Penisola, regioni distaccate ma aderenti, parti dello
stesso paese divise da un mare o da una catena montuosa, da migliaia di
chilometri di deserto o di steppa. In America Latina no: gli indipendenti
– o supposti tali – sono la maggioranza relativa. Più
del 30 per cento, più degli altri due schieramenti. E questo vuol
dire una cosa sola: che i partiti italiani e le loro coalizioni hanno perso
comunque. Non hanno avuto credibilità, non sono stati spinti a sufficienza,
non hanno scaldato i cuori. Non è una questione di governabilità,
né di numeri in Parlamento: non conta dove e come voterà Luigi
Pallaro in questi cinque anni, né se alternerà la preferenza
per un provvedimento o per l’altro a seconda dell’offerta migliore
che riceverà. Conta che lui non rappresenta l’Italia in Argentina,
ma l’Argentina in Italia. È diverso. Incredibilmente diverso.
Non esiste reversibilità, non c’è reciprocità.
Il diritto di voto agli italiani all’estero è stato una vittoria
di civiltà, ma è finito in una sconfitta per la politica italiana.
Il mancato successo della lista Tremaglia è solo una parte del problema.
Volendo, al centrosinistra è andata addirittura peggio, dal Messico
in giù. Ha preso senatori e deputati grazie ai quali ha una maggioranza
anche al Senato. Ma il problema non è numerico, è politico.
La verità è che gli immigrati italiani del Sud America hanno
votato contro l’Italia. E l’avrebbero fatto contro qualunque
governo. Il risultato non sarebbe cambiato se la maggioranza uscente fosse
stata di centrosinistra, se al posto di Tremaglia ci fosse stato un altro
ministro. Loro hanno scelto un voto contro, nel momento in cui tutti si
aspettavano un voto a favore. Di chi non si sapeva, ma comunque si pensava
a una scelta a favore. Invece non è andata così. E il Sud
America fotografa la situazione meglio di altri continenti: qui esisteva
un’alternativa e qui quell’alternativa è stata scelta.
C’era gente che rappresentava una classe, un’identità
e non è certamente quella dell’italiano che si sente talmente
legato al suo paese da voler entrare nelle decisioni che lo riguardano.
È il contrario: questi si sentono stranieri con un passato da italiani
e questo rappresentano.
Le ragioni storiche
Per capire
come, dove e perché hanno votato gli italiani dell’America
Latina bisogna partire da chi sono coloro che hanno votato. I libri di storia
ci hanno insegnato che dal 1870 al 1970 oltre 28 milioni di italiani siano
emigrati, più o meno la metà della popolazione italiana di
oggi. Poi ci sono i discendenti: le stime dicono che figli, figliastri e
affini di questi emigrati variano tra i 60 e i 70 milioni. Si tratta di
oriundi che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza nei paesi di accoglimento:
circa 15 milioni negli Stati Uniti, altrettanti in Argentina, oltre 25 milioni
tra Brasile e Argentina, due milioni in Canada, in Australia, in Venezuela,
1,5 milioni in Uruguay e poi, in Nord Europa e in molti altri paesi. Tra
questi gli altri Stati dell’America del Sud: Perù, Cile, Paraguay,
Colombia. Numeri anche qui. Per dire che quando si parla di emigrati e di
voto agli italiani all’estero si ragiona su gente che l’Italia
può anche non averla mai vista. Tanto è vero che di tutta
quella massa di persone, solo quattro milioni hanno mantenuto o acquisito
la nazionalità e la cittadinanza italiana. Quattro milioni sparsi
per cinque continenti. Quattro milioni dei quali non tutti con diritto di
voto. Il nove aprile scorso potevano votare 2,8 milioni di italiani residenti
all’estero (per la Camera) e 2,5 milioni per il Senato. Il più
alto numero di votanti riguardava l’Europa con 1.615.483 elettori
per la Camera e 1.445.177 per il Senato. A ruota proprio l’America
Latina con 722.681 elettori per la Camera e 649.082 per il Senato. Nell’America
settentrionale e centrale, invece, gli elettori per la Camera erano 346.745
e quelli per il Senato 329.309. In Asia, Africa, Australia, Oceania e Antartide
gli aventi diritto al voto erano 155.319 per la Camera e 142.461 per il
Senato. Ecco, anche qui i numeri parlano semplice. Raccontano che qui sta
la caratteristica sudamericana. Considerando il livello di emigrazione del
Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, gli aventi diritto al voto sono calati
moltissimo. Vuol dire che i vecchi italiani si sentono meno italiani. Negli
Stati Uniti, poi, così come in Oceania e in Europa l’emigrazione
continua: è fatta di giovani in cerca di successo, di ricercatori
e professionisti, di manager. È un’Italia evoluta che non trova
spazio nel nostro paese e va. Gli italiani che vivono tra Brasile, Argentina,
Uruguay, Paraguay, Cile, Ecuador, Venezuela, Perù e Colombia sono
diversi: in prevalenza il risultato di flussi immigratori di un passato
non più molto recente, non sono emigrati di ultima generazione. Sono
i reduci delle mille Little Italy sparse in ogni angolo dell’America
Latina: Buenos Aires, Rosario, San Paolo. Non c’è emigrazione
contemporanea qui, non ci sono giovani che sono sul mercato e allora si
mettono in gioco. Il motivo è storico-economico. Dagli anni Settanta
in poi i paesi a Sud del canale di Panama hanno smesso di crescere, hanno
accolto poco, piuttosto hanno esportato. Gli italiani che c’erano
sono rimasti, ovviamente. Non tutti, ma molti: con loro, figli e nipoti,
italiani sì, ma sempre meno. Solo che a differenza degli Stati Uniti,
dove gli italiani hanno imparato a sentirsi americani, al Sud, molti hanno
tenuto ferma la loro identità di italo-americani. Perché valeva,
perché era un marchio e forse anche un modo per smarcarsi da altri.
Hanno fatto corpo: stare insieme nel segno di una discendenza, anche se
arriva da parenti che non si sono conosciuti. In questo un ruolo fondamentale
l’ha avuto la politica dei governi dei paesi che li ospitavano tra
gli anni Sessanta e gli anni Ottanta: i regimi militari come quelli di Argentina,
Brasile hanno allontanato gli immigrati italiani dall’idea di sentirsi
figli di quella terra sudamericana. Li hanno spinti verso il ricordo dell’Italia.
L’alternativa, appunto.
Dentro l’America Latina
È
l’anomalia sudamericana. Che c’è, eccome. Gli italiani
sono diversi dagli altri emigrati. Per questo gli analisti politici hanno
fallito. Davvero molti non li hanno capiti anche dopo il 9 aprile. Il risultato
dell’Associazione italiani Sud America ha stupito tutti. Pochi hanno
compreso che significa molto di più Oltreoceano che a Roma. La percentuale
sopra il 30 per cento serve a farsi sentire con i paesi ospitanti. Come
dire: ci siamo, siamo sudamericani, ma anche italiani. Poi c’è
dell’altro: la radiografia dell’italiano medio dell’America
del Sud. Via lo stereotipo dell’artigiano e del piccolo imprenditore
di successo. È un luogo comune perfino la loro integrazione perfetta
nei paesi di arrivo: certamente i processi di integrazione sono andati avanti
e in molti hanno fatto progressi nella scala sociale, ma non la maggioranza
che è rimasta nelle classi meno abbienti. La prova è che la
crisi brasiliana e poi quella argentina e quella uruguayana, hanno visto
centinaia di migliaia di italiani subire sorti analoghe alla maggioranza
della popolazione: sofferenza e difficoltà. S’è scatenato
un meccanismo perverso: l’emigrazione di ritorno. I nipoti e i pronipoti
degli italiani che partirono per il “nuovo mondo” hanno scelto
di provare a tornare. Tre anni fa, subito dopo la crisi argentina, il Giornale
pubblicò un’inchiesta sul fenomeno. C’erano storie di
giovani e meno giovani: gente che tornava, perché nei luoghi dove
i nonni avevano cercato futuro, ora il futuro non c’era più.
Non tutti sono ripartiti. La gran parte è rimasta. Oggi che le crisi
sono quasi passate, gli italiani del Sud America fanno parte del tentativo
di rimettere in piedi i paesi nei quali vivono. Sono stati trascinati nel
vortice di antiliberismo che soffia lungo la dorsale delle Ande e si estende
verso Ovest: dal Cile di Bachelet, all’Argentina di Kirchner, all’Uruguay
di Tabarè Vasquez, al Brasile di Lula, al Venezuela di Chavez. Rodolfo
Ricci, coordinatore della Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie
dice che le «leadership del Pt e della Cut brasiliana, del Movimento
dei Sem Terra, della Cta Argentina e del movimento dei Piqueteros, del Frente
Amplio uruguayano, del Movimento Bolivariano in Venezuela, sono fortemente
partecipate dai discendenti degli italiani». È un movimento
politico-sindacale fortissimo che passa anche per i forum sociali come quelli
di Porto Alegre e Caracas: «Chi ha frequentato i diversi forum sociali
mondiali svoltisi a Porto Alegre e a Caracas, non può non aver notato
sui cartellini dei delegati gli innumerevoli cognomi di ascendenza italiana
che occupavano le platee e i podi dei seminari e dei dibattiti». Tassello.
Un altro è la potenza del sindacato italiano all’interno della
comunità italiana in Sud America. Se i partiti sono riusciti a penetrare
poco nella campagna elettorale, la cgil l’ha fatto benissimo, se è
vero che almeno uno dei parlamentari eletti è arrivato a Roma attraverso
la spinta del patronato Inca.
Il caso del Señor Pallaro
Capire
gli italiani-sudamericani si può anche attraverso chi è stato
eletto. Allora, El Senador: Luigi Pallaro, il parlamentare più suffragato
della circoscrizione estero. Vive a Buenos Aires dal 1952. Ha preso 49.903
preferenze. Imprenditore, miliardario, re. Lui sì che ha fatto fortuna:
l’azienda, i dipendenti, i soldi. Tutti ai suoi piedi. Luigi è
quello che aiuta: i passaporti, le coccarde, i cantanti italiani. Vai da
Pallaro e si risolve tutto: con un sorriso. Più di uno stereotipo:
l’icona del successo, quello da imitare, il self-made man in salsa
italo-argentina, euro-dollari-tango. Fosse stato un calciatore avrebbe fatto
l’oriundo, alla Sivori: due passaporti, due nazionali. È stato
lui a fondare l’Associazione Italiani Sud America. Che ovviamente
è diventata un partito. Quello che alle prime elezioni ha preso il
31,7 per cento. Molti sono andati a lui, ci mancherebbe altro. È
così, d’altronde: Luigi non poteva non essere stravotato, perché
questo momento lo aspettava da una vita e da una vita lavorava per fare
in modo che arrivasse. L’ha cercato, l’ha trovato. Gli altri
lo hanno votato non per quello che dice, ma per quello che è: l’Argentina
in Italia, mica il contrario. Lui cancella il concetto da immaginario collettivo:
la comunità di nostalgici legati alla madrepatria. Dice: «Odio
l’idea che si ha degli emigrati all’estero, quelli con la valigia
di cartone piena di speranze». Però è quella che l’ha
eletto, l’ha portato a Palazzo Madama con un volo gratis, nonostante
lui si possa permettere di pagarne anche uno al giorno. Lo sa benissimo,
il Señor Luigi, che certe immagini non sono reali ma pagano: è
un uomo intelligente. Ha un giro d’affari di 25 milioni di dollari
al mese. Per dodici fanno trecento milioni all’anno. Conosce l’Argentina
e gli argentini, conosce gli italiani che sono lì, quelli che lo
sono davvero e quelli che dicono di esserlo. Se hanno bisogno lui, c’è.
Per ognuno. La prima riunione da leader di un’associazione di emigrati
la fece nel 1962: durò poco perché presto cominciò
la discussione tra fascisti e antifascisti. Lui in mezzo. Perché
lui è uno di quei signori che si sanno trovare a loro agio in ogni
situazione. Tipo i consoli onorari, signori indiscussi, i nuovi feudatari,
proprietari di interessi e di un pacchetto di consensi: possono servire
a loro o a qualche amico. Cinquantamila voti sono stati uno su sei, in Sud
America. Non gli servono per l’Italia, ma per l’Argentina: sono
la dote che si porta appresso per cinque anni. Servirà presto, dopo
essere già servita a essere protagonista nella scelta del presidente
del Senato italiano: «Sto con Andreotti, anzi con Marini». Luigi
Pallaro è indipendente e dice che s’è schierato con
la maggioranza per garantire la governabilità. Avrebbe fatto lo stesso
se avesse vinto il centrodestra. «L’ho detto e lo ripeto, a
me interessa incassare risultati per l’altra Italia, che non è
una colonia. Cinquantamila italiani mi hanno votato da Caracas alla Terra
del Fuoco, per loro. Tutti quelli che sono qui. State certi che non mi andrò
a infilare in discussioni che non mi riguardano, a dibattiti che non c’entrano
nulla con noi, nelle polemiche se fare o no un ponte a Caltanissetta».
L’Italia è un’altra cosa, per Pallaro. Per questo sul
suo sito Internet da senatore non c’è altra lingua che lo spagnolo.
Giuseppe De Bellis, redattore de il Giornale.
(c)
Ideazione.com (2006)
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