«Squadra che vince non si cambia», con questo aforisma normalmente
si descrive la situazione nella quale un team sportivo, un’équipe
di lavoro, una coalizione politica o quant’altro, superato il test
rilevante per il quale era stato costituito, decide di rimanere compatto,
di mantenere inalterati gli equilibri e di preservarsi immutato nel perseguimento
dei fini stabiliti.
Oggi la coalizione dei cosiddetti moderati è uscita sconfitta dal
test elettorale; certo la cdl ha perso per una manciata di voti, certo esistono
dei ricorsi, certo il centrosinistra appare lacerato dalle sue stesse contraddizioni
interne, certo la proposta politica del centrodestra potrebbe non essersi
esaurita, ma il dato di fatto è un altro. In primo luogo, per una
manciata di voti al governo oggi c’è il gabinetto Prodi, in
secondo luogo, i ricorsi sono affidati ad una commissione parlamentare,
la quale affinché possa svolgere coerentemente i suoi lavori necessiterà
di almeno un anno e mezzo e poi voterà a maggioranza, in terzo luogo,
le contraddizioni non è detto che esplodano: basterebbe tirare a
campare. Ed infine, la proposta politica della cdl, che nasceva come prospettiva
di governo del paese, oggi deve fare i conti con la prospettiva dell’opposizione
che evidentemente differisce per ragioni di metodo e di merito da quella
tipica di una maggioranza. Per questa ragione è necessario che i
leader della cdl non escludano nessuna ipotesi, neppure quella estrema,
ossia: «Squadra che perde si cambia». Dire che la sconfitta
elettorale non deve escludere l’ipotesi di un cambiamento non deve
immediatamente far pensare ad un ricambio della leadership. Non che ciò
non possa avvenire, qualora si creassero le condizioni favorevoli ed emergessero
figure rappresentative che ad oggi, a dire il vero, stentano a farsi notare.
Pur tuttavia, una qualche forma di cambiamento appare ineludibile. Più
volte durante gli anni del governo Berlusconi si è parlato di svolta,
di segni di discontinuità, come se dovesse accadere qualcosa di fragoroso,
un avvenimento in grado di recuperare l’elettorato deluso. Un elettorato
deluso da che cosa? È probabile che motivo di delusione non siano
state tanto le proposte non realizzate e tanto meno il fatto di averne effettivamente
realizzate alcune (sempre migliorabili s’intende), quanto la manifesta
incapacità di dar vita ad un ambiente politico e culturale favorevole
all’emergere e alla legittimazione presso vasti ambiti della società
civile delle idee liberali, moderate e riformiste sui campi della scuola,
del lavoro e della pubblica amministrazione. Un ambiente culturale che si
sarebbe dovuto tradurre in opportunità di fare sistema, di percepirsi
non solo come maggioranza, ma soprattutto come massa critica, in grado di
spiegare le ragioni della società libera e dell’economia di
mercato applicate alla vita quotidiana degli italiani.
La riscossa della destra culturale nell’esperienza
americana
È risaputo che culturalmente la sinistra nel nostro paese conserva
un potere attrattivo ed una capacità di creare massa critica come
nessun’altra componente culturale del paese. Ciò è vero
oggi in Italia, così come lo è stato ad esempio negli Stati
Uniti, almeno fino alla fine degli anni Settanta. A cavallo tra gli anni
Sessanta e gli anni Settanta si sarebbe diffusa negli Stati Uniti quella
che il teologo cattolico Richard John Neuhaus ha definito come una nuova
ideologia: the naked public square, l’ideologia della “nuda
piazza pubblica”. Questa sarebbe stata l’esito di una miscela
culturalmente esplosiva, scaturita da una serie di dottrine e pratiche politiche,
tesa ad escludere la religione, e quei valori riconducibili ad una matrice
d’ordine religioso, dalla vita pubblica ordinaria. Una simile deriva,
per Neuhaus, perseguirebbe l’esplicito obiettivo di intaccare nel
profondo il Dna degli Stati Uniti, la stessa ragione ideale in forza della
quale essi sarebbero nati. In definitiva, dal paese sorto su un’esperienza
ed un’eccezionalità tutt’altro che ludici, ma che rimandano
al tema della rivendicazione di una libertà religiosa «di per
se stessa evidente» vissuta pubblicamente e testimoniata nei tanti
simboli nazionali, gli usa per Neuhaus sarebbero scivolati pericolosamente
verso la più indifferentista e ludica delle derive ideologiche, quella
del secolarismo più esasperato, violentemente antireligioso e cristofobico,
ben espresso dai prodotti eticamente e culturalmente più imbarazzanti
che sfornano gli studios di Hollywood.
Per spiegare questo fenomeno, che poi non appare così distante dal
grado di difficoltà che la cultura liberale, cattolica e riformista
incontra nel processo di elaborazione e di attuazione delle proprie proposte
politiche e culturali nella vita italiana, Neuhaus ricorre alla teoria delle
élite di Vilfredo Pareto. Il punto sottolineato da Neuhaus è
che finalmente negli anni Ottanta si comprese che, in fondo, tale deriva
secolarista-ludica piuttosto che essere l’esito di una rivoluzione
culturale di popolo, di un fenomeno di massa, altro non fosse che il prodotto
enfatizzato ed abilmente amplificato dell’egemonia di una ristretta
e potente élite culturale.
A questo punto, una maggioranza silenziosa, fino ad allora divisa ed incapace
di svolgere le funzioni che le erano proprie, senza grandi mezzi a propria
disposizione, riscoprì le ragioni dello stare insieme, di coalizzarsi
contro un potente avversario, di fare massa critica, ed ha iniziato a rivendicare
il proprio ruolo di élite culturale. Il che è avvenuto attraverso
la denuncia da parte di riviste, think-tanks, case editrici di un’autentica
cospirazione attuata dalla potente e chiassosa minoranza massmediatica,
sedicente progressista e ostentatamente radical-chic. Quest’ultima,
nel frattempo, mirava ad assurgere a nuova élite culturale, prendendo
il posto delle agenzie culturali che fino ad allora avevano espresso il
cosiddetto mainstream, le quali divise, stanche ed indebolite avevano di
fatto finito per perdere posizioni strategiche nell’esercizio delle
funzioni di guida che le erano proprie.
L’inganno che quelle riviste, quei think-tanks e quelle case editrici
hanno inteso svelare – e che oggi appare definitivamente svelato –
è che la rivendicazione laicista di una “nuda piazza pubblica”,
poiché evidentemente sotto il profilo storico-esistenziale si mostra
impossibile (non esiste il vuoto in natura), non era altro che un pretesto
per sostituire i significati ed i valori fondanti l’esperienza americana:
«we hold these truths», e che per questa ragione godevano legittimamente
di piena cittadinanza presso la piazza pubblica, con altri valori ed altri
significati creati e manipolati ad arte dalle nuove élite dello Stato
moderno, con il chiaro intento di autodefinirsi come fonte e principio dei
nuovi diritti di cittadinanza.
Sia chiaro l’Italia è l’Italia, le nostre problematiche
sono per certi versi più complesse. In merito ai valori e ai significati
che una certa minoranza nostrana un po’ pretestuosamente intende imporre
come la naturale logica del progresso, una sorta di esito necessario del
deterministico processo storico post-risorgimentale, post-resistenza, post-sessantotto
non è minimamente paragonabile alla controcultura statunitense. Basti
pensare che nel nostro paese, in un’unica proposta politica, si fondono
istanze vetero e neo-comuniste, conservatrici e comunitaristiche che giungono
a considerare qualsiasi tentativo di riforma costituzionale come un agguato
neo-fascista nei confronti di quelle forze che a tutt’oggi comporrebbero
una sorta di “arco costituzionale”, ed istanze libertarie che
oscillano tra un pur nobile libertinismo e il più becero anarco-capitalismo
e viceversa. D’altro canto, in molti si chiedono quali siano le matrici
culturali che dovrebbero comporre l’eventuale alternativa politica
al coacervo di cui sopra; ma a tale domanda si stenta a trovare una risposta
convincente.
Questioni di merito a parte, resta un dato di fatto, che riguarda in primo
luogo il metodo. Mi chiedo se oggi il centrodestra sia in grado di proporsi
con una propria cultura politica, non dico omogenea, ma quanto meno con
un sistema coerente di proposte tra loro comunicanti. Un insieme di principi,
di idee, di prospettive politiche in grado di rappresentare un consistente
mosaico che possa offrire un ventaglio di analisi politiche fruibili dalla
classe dirigente. E già, la classe dirigente! E qui iniziano le dolenti
note, il centrodestra può seriamente vantarsi di avere una classe
dirigente che meriti un simile attributo? Oppure i suoi attivisti, simpatizzanti
e protagonisti, nella migliore delle ipotesi, sono ottime persone, magari
grandi professionisti ed imprenditori, prestati alla politica, che confondono
la logica del loro mestiere con la logica della politica? Il sospetto è
forte.
Il primo dovere che spetta a coloro che si candidano ad essere l’alternativa
politica al centrosinistra per i prossimi anni è quello di comprendere
se, in che misura e a quali condizioni possano proporsi effettivamente come
classe dirigente. A questo punto, realizzato che, al di là delle
buone intenzioni resta ben poco, appare evidente quanto sia necessario riflettere
sulle strategie da attuare per concretizzare nel più breve tempo
possibile una simile prospettiva – consapevoli che si tratta di un
compito titanico che non potrà esaurirsi in una sola generazione.
A voler sintetizzare, mi permetto, con umiltà ed in punta di piedi,
di proporre tre iniziative che gli interessati potrebbero mettere immediatamente
in campo:
1. Favorire la nascita di una rete diversificata di think-tanks, indipendenti
dai partiti e dal denaro pubblico, finanziati da privati cittadini e da
imprese, coerentemente orientati alla comprensione e alla diffusione della
cultura del libero mercato ed in competizione l’uno con l’altro.
I campi d’azione dovrebbero essere la politica, intesa come lo studio
della plausibilità del complesso di public policies che si addicono
ad un’economia di mercato avanzata; l’economia, intesa come
lo studio dell’impatto che le diverse strategie di public policies
possono avere sulla crescita economica; la cultura, intesa come la promozione
e lo sviluppo di tutta una serie di istituzioni e di iniziative culturali
che evidenzino la vitalità di una società basata sul principio
di sussidiarietà orizzontale, il rispetto delle istituzioni e la
centralità della persona umana.
2. Diverse sono le riviste che in un modo o nell’altro si riconoscono
nell’area liberale-moderata. Forse è giunto il momento che
queste riviste, libere dai condizionamenti di partito, cooperino in modo
competitivo per offrire il miglior prodotto possibile, facendo ricorso alle
risorse intellettuali più vivaci che il panorama nazionale ed internazionale
è in grado di proporre.
3. Potenziare le case editrici che in questi anni, a volte in modo eroico
e sempre a spese proprie, hanno diffuso i temi del libero mercato e le ragioni
della società libera. Organizzare la presentazione di libri, recensirli
sulle riviste e sui quotidiani e promuoverli con dei forum nei vari siti
Internet che spontaneamente ogni giorno nascono.
Mi rendo perfettamente conto che si tratta di tre proposte modeste, che
probabilmente non hanno nulla di originale, ma proprio perché non
sono originali non si comprende perché mai, gli interessati –
se autenticamente tali – non le abbiano ancora realizzate. I think-tanks,
ad esempio, potrebbero diventare promotori di riviste e di case editrici,
così come le riviste e le case editrici potrebbero promuovere una
serie d’incontri, di seminari, di conferenze da concludersi con un
seminario residenziale, dove ogni anno si andrebbero a formare circa trenta
persone (più o meno giovani) selezionate secondo il merito, tenendo
conto delle necessità e della distribuzione geografica, premiando
con borse di studio i meritevoli bisognosi. Il materiale didattico diventerebbe
un prezioso strumento formativo da divulgare ed approfondire in tutto il
territorio nazionale, e nel giro di cinque anni si avrebbero almeno centocinquanta
persone che si presume abbiano ricevuto gli strumenti minimi, se non per
assurgere immediatamente al rango di classe dirigente, quanto meno per affrontare
le fondamentali difficoltà di ordine teorico della vita politica.
Sarà pure banale ed insufficiente, ma sbaglio o intorno c’è
il deserto (o quasi)?
Flavio Felice, professore di Dottrine economiche e politiche alla Pontificia
Università Lateranense di Roma e presidente vicario dell’Istituto
Acton di Roma.
(c)
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