La tesi centrale del libro Guerra per banche, di cui nelle pagine seguenti
Ideazione offre la lettura di un capitolo, è che in Italia esiste
un establishment (grandi banche, grandi imprese, grandi giornali) troppo
debole per influire sui processi politico-sociali attraverso la sua autorevolezza.
Da qui un tentativo di condizionamento (determinante anche per ovviare alle
fragilità innanzi tutto economiche dell’establishment) improprio:
un accrocchio di potere tra finanza e impresa senza chiari confini, un continuo
manovrare della grande stampa indipendente che arriva a interessarsi fino
delle correnti dell’udc per poter pesare nei “giochi”,
un intervento diretto delle banche dentro la vita dei partiti.
Il libro è stato scritto prima delle elezioni del 9 e 10 aprile:
i risultati del voto non portano a ripensare l’analisi svolta. Anzi,
il fallimento del Corriere della Sera nel prevedere l’esito del voto
conferma la fragilità di uno degli snodi del cosiddetto piccolo establishment.
La protesta degli industriali a Vicenza, poi, ha messo in evidenza i severi
limiti della leadership montezemoliana di Confindustria. Mentre, poi, la
Fiat dà segni di ripresa. Anche perché Sergio Marchionne mostra
di voler ritirarsi dai giochi del piccolo establishment, vedi l’idea
di uscire da Mediobanca. Marco Tronchetti Provera è invece al centro
di uno scontro aperto guidato da quel Carlo De Benedetti di cui nel libro
si segnalava la nuova forza: anche perché non fa parte del piccolo
establishment. Intanto la guerra per banche continua con qualche ferocia
ulteriore di cui si leggono i segni nei vari tentativi di azzoppare Cesare
Geronzi: dai provvedimenti di sospensione dalle cariche presi dal tribunale
di Parma al cosiddetto caso Moggi.
E la politica? Silvio Berlusconi ha dimostrato di essere un grande leader
popolare con la rimonta elettorale. Ma, poi, si è fatto imbrigliare
per scarsa capacità di manovra politica. Notevole l’operazione
di Paolo Mieli che subito dopo il voto ha chiesto un gesto di pacificazione
a Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, e poi, ottenuto questo gesto,
lo ha denunciato come un pericolo d’inciucio. Riuscendo così
a governare alcune mosse fondamentali della nuova fase politica: l’elezione
di Giorgio Napolitano (anche se si preferiva la riconferma di Carlo Azeglio
Ciampi o l’elezione di Giuliano Amato), la neocentralità di
Francesco Rutelli, l’isolamento dello stesso Berlusconi, gli azzoppamenti
di D’Alema. Tutti giochi politici raffinatissimi, con un unico limite:
non hanno prospettive.
La
passione di Fazio*
Naturalmente
sono di circostanza le parole di Mario Draghi pronunciate dopo il primo
incontro a cui, in qualità di governatore della Banca d’Italia,
ha partecipato a Francoforte nel febbraio 2006 per il consiglio d’amministrazione
della Banca centrale europea. Quando gli hanno chiesto in quanto tempo riuscirà
a restaurare l’immagine dell’Italia, ha risposto che l’Italia
è un grande paese, che non ha bisogno di restaurare la propria immagine,
ma solo di riprendere il cammino. Parole di circostanza. Fino a un certo
punto. Perché, dopo la cacciata di Fazio, è opportuno valutare
meglio quali sono e quali sono state le poste in ballo. E una volta tanto
riflettere anche sulle ragioni dei vinti, soprattutto dello sconfitto di
maggiore peso: l’ex governatore.
Già dalle settimane successive alla sua caduta, anche alcuni onesti
commentatori, più di una volta in contrasto con Fazio, hanno svolto
considerazioni meno eccitate sul punto centrale dello scontro appena consumato:
la difesa dell’italianità del nostro sistema del credito. Certo,
senza bigotterie nazionalistiche, da fautori del libero mercato, così
si sono espressi Lucio Rondelli, già presidente di Unicredit: «Penso
che le sue resistenze, […] la difesa dell’italianità
dipendesse in gran parte dall’evidente asimmetria che esiste in Europa»
(Corriere della Sera, 22 gennaio 2006). Gian Maria Gros Pietro: «Le
fusioni e acquisizioni ci raccontano quasi sempre la stessa storia e la
storia è che prima o poi le funzioni dirigenziali finiscono nel paese
dell’acquirente» (Affari & Finanza, supplemento di Repubblica,
6 febbraio 2006). Salvatore Brigantini: «Il problema dell’interesse
nazionale resta almeno fino a quando l’Unione Europea non diventerà
uno Stato unico» (Europa, 14 gennaio 2006). Domenico Siniscalco: «La
proprietà delle banche e ancora più la localizzazione dei
loro centri direzionali non è irrilevante» (Repubblica, 7 febbraio
2006). Ma torniamo a quella primavera del 2005 in cui si scatena l’attacco.
Le opa di due banche straniere (Bilbao e Abn Amro) su due banche italiane
(Bnl e Antonveneta) nascono naturalmente da moventi economici. Bilbao e
Abn Amro sono da tempo impegnate in Italia, vogliono decidere se i loro
investimenti, in Antonveneta e in Bnl, sono strategici oppure se si debba
riflettere su un prossimo ritiro.
Sulla base di queste considerazioni “aziendali” però,
la scelta che compiono è assolutamente politica: far saltare il modo
di governo di Fazio sul sistema bancario. La decisione stessa di annunciare
le offerte pubbliche d’acquisto (o di scambio) nello stesso giorno,
ha il senso di una sfida decisiva. Ed è evidente il lavoro politico
compiuto tramite l’abilissimo tessitore d’intrighi politico-economici,
Abete, presidente di Bnl, e attraverso Geronzi. Nel mondo bancario italiano
le mosse olandesi e spagnole sono note in anticipo. Unicredit si prepara
a lanciare la sua iniziativa verso Hvb, anche perché è informata
che il governatore sarà troppo preso su fronti più impegnativi.
D’altra parte erano mesi che la guerra si preparava sia in Bnl, dove
agivano i due fronti contrapposti guidati da Abete e Caltagirone, sia in
Antonveneta, dove Fazio aveva chiarito a Geronzi e a Francesco Spinelli
di Abn Amro i suoi intendimenti per la banca padovana. Per quel che riguarda
il governatore le sue mosse erano tutte prevedibili: aveva da sempre dichiarato
che non voleva il controllo di banche straniere su banche italiane finché
non vi fosse stato un livello di maggiore reciprocità. Non scordava,
poi, come l’ingresso di baschi e olandesi a Roma e a Padova fosse
avvenuto alle condizioni poste da Bankitalia e quindi si fosse di fronte
a una rottura della parola data. Infine né Abn Amro né Bilbao
avevano dato grandi contributi nella modernizzazione della banche italiane
di cui, pure, erano soci rilevanti.
Sul fronte veneto, Fazio agì secondo il suo solito stile: utilizzare
un’acquisizione bancaria per risolvere i problemi di entrambi gli
aggregandi. Com’era avvenuto con Capitalia e Bipop, l’una malandata
per gli incagli (cioè i crediti difficili da esigere) l’altra
per la gestione. E così per altre decine di casi. Nell’aggregazione
tra Antonveneta e Popolare di Lodi, il governatore voleva mettere insieme
una banca solida patrimonialmente ma spenta dopo la morte del patron Silvano
Pontello, con una banca avventurosa nella crescita, ma molto dinamica nelle
mosse finanziarie (il grado raggiunto dalle spericolate operazioni illegali
di Fiorani non era noto a Bankitalia, anche se operazioni tipo la scalata
alla Popolare di Crema, con acquisti pilotati in Svizzera erano ben evidenti).
Un metodo, come ricorda Guido Rossi, da tempo in uso in Bankitalia, inaugurato
da Guido Carli. C’erano anche strascichi delle vicende Parmalat: Fazio
aveva coperto, ma era stato colpito dall’emersione delle disinvolture
di Geronzi. Si era reso conto dei malumori che tra i banchieri si erano
diffusi per l’assorbimento di Bipop da parte di Capitalia. Non voleva
siglare l’ennesima operazione sotto regia geronziana.
Dal caso Bnl avrebbe, però, dovuto capire quello che stava succedendo
tra i banchieri e nel più ampio establishment economico finanziario.
Quando aveva cercato la collaborazione della Popolare Verona-Novara o del
Monte dei Paschi aveva trovato le porte chiuse. Alla fine gli unici disponibili
a fargli da sponda erano stati quelli dell’Unipol, una buona copertura
a sinistra ma da parte di una realtà finanziaria apparentemente troppo
piccola per acquistare la sesta banca italiana. È anche evidente
come il metodo con cui Fazio regolava la vita del sistema bancario in Italia
stesse creando sempre più problemi. Negli ultimi anni si erano accumulate
decisioni che avevano creato insofferenza tra i banchieri italiani: dallo
stop a Unicredit per l’acquisto di Commerzbank, al divieto a Bazoli
di nominare Braggiotti ad Intesa (troppo giovane, secondo il governatore),
al blocco dei progetti di fusione tra Intesa e Unicredit. E tanti altri
episodi di dinieghi dirigistici o, soprattutto nel caso di Capitalia, d’impropri
favoreggiamenti.
Molti osservatori ritengono che sia stato il diniego delle due opa a Unicredit
e San Paolo-Imi a dare a Fazio la convinzione finale di essere il custode
delle giuste regole dello sviluppo bancario in Italia, e dunque di poterle
e doverle applicare a qualsiasi costo. In realtà la partita sulle
due opa Fazio la combatté con il consenso innanzitutto di Geronzi,
che non voleva essere “acquistato”, e del governo D’Alema
che convocò il Cicr (Comitato interministeriale per il credito e
il risparmio), con tanto di ministro del Tesoro e del suo direttore generale
(Mario Draghi), a confermare che la banca di piazza Cordusio non potesse
conquistare la Comit e quella di Torino la banca della capitale. Dietro
le scelte di D’Alema (e del governo e del Cicr) c’era la consapevolezza
che alla Fiat, indicata da molti ambienti dietro le due opa, non potesse
(e non dovesse) essere concesso un espansionismo senza limiti. Il nocciolino
di Telecom Italia, il grande parlare di Generali, la volontà di dare
un colpo a Cuccia e Maranghi, e poi le operazioni su Montedison. Gli Agnelli
stavano indorando il loro tramonto con trofei di ogni tipo. Era ragionevole
dar loro una calmata.
Più recentemente Fazio era stato il dominatore della battaglia delle
Generali e della liquidazione di Maranghi. Si sono raccontati alcuni aspetti
della vicenda, è bene ricordarne altri particolari perché
lì furono sperimentate armi poi usate anche nello scontro sulle opa
del 2005. Fazio mobilitò un arco di forze molto ampio (le Fondazioni
socie di Unicredit, Unicredit, Banca di Roma, Monte dei Paschi e altri)
che fecero incetta di azioni della società triestina, sotto la regìa
di Bankitalia che agiva anche in prima persona grazie a un 4 per cento di
azioni Generali possedute dal suo fondo pensioni. La parola d’ordine
che fu lanciata da Profumo (oggi se ne vergogna ma le cose andarono così)
fu proprio quella della difesa dell’italianità della compagnia
di assicurazione che sarebbe stata sotto scacco dei francesi.
Provocare uno stallo nella proprietà di Generali significò
mettere in ginocchio Maranghi, che ne prese atto. Gli opinionisti oggi scalmanati
nel crocifiggere il Fazio del 2005, solo nel 2003 (il tempo vissuto dentro
un terremoto è lunghissimo) non fecero una mossa quando la bandiera
(si disse proprio così: la bandiera) dell’italianità
venne impugnata per sbaraccare l’autonomia di Mediobanca.
Da quella partita Fazio avrebbe dovuto ricavare alcune lezioni: il peso
di Geronzi, l’importanza di non essere isolati. E l’indifferenza
di Berlusconi per la sorte di soggetti potenzialmente schierati con lui,
come in parte era Maranghi (più oggettivamente che soggettivamente),
ma non indispensabili al suo ristretto sistema di potere e consenso. In
modo analogo andò il duro scontro con Tremonti. Anche in quel caso
Fazio pensò di averlo piegato con la sua “ragione”. In
realtà, le truppe per smontare il fronte pro Tremonti le mise Geronzi
che d’intesa con una bella fetta di banchieri del Nord, compreso il
riluttante Profumo, convinsero le grandi imprese indebitate a domare l’insubordinazione
antibancocentrica di Antonio D’Amato. In più ci furono le Fondazioni,
guidate dall’abilissimo Guzzetti, a dare l’altro colpo decisivo
per smontare l’assedio a Fazio.
Quando si arriverà, infine allo scontro finale, sulle partite Antonveneta
e Bnl, a Fazio non rimarranno che Luigi Grillo e Ivo Tarolli più
una Lega Nord a cui era stata risolta la grana Credieuronord. A un certo
punto dello scontro su Parmalat Geronzi, preoccupato dalle iniziative giudiziarie
e politiche nei suoi confronti, disse di essere solo un passerotto, mentre
il piccione a cui si mirava era Fazio. In parte era vero, comunque, dopo
qualche mese il passerotto salvato si mise anche lui a sparare al piccione.
Geronzi durante la crisi Parmalat disse, nel libro Fardelli d’Italia
di Roberto Napoletano (Sperling & Kupfer, 2005): «Quanti hanno
in Italia piena coscienza che è in atto una potente azione lobbistica
che non ha mancato di usare i propri agganci con incarichi istituzionali
in sede europea per mettere in crisi i sistemi di vigilanza nazionale?».
Profetico. Fazio, dalla sua, ricavò invece dalla nuova vittoria contro
Tremonti solo una conferma del suo senso di onnipotenza.
*(Il capitolo “La passione di Fazio” è estratto da Guerra per banche, Boroli editore, Milano, 2006. Si ringraziano l’autore e l’editore per l’autorizzazione).
Lodovico Festa, giornalista e saggista, è editorialista de il Giornale
ed esperto di economia e banche.
(c)
Ideazione.com (2006)
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