Visto
l’esito delle recenti riforme fiscali, una proposta radicale come
quella della flat tax potrebbe apparire quasi provocatoria, in un paese
come il nostro. In questo paper cercheremo pertanto di spiegare perché
essa non solo non sia tale ma perché rappresenti addirittura una
delle poche ricette in grado di ridare fiato alla competitività dell’Italia
e ridurre le sperequazioni del paese.
In primo luogo metteremo in evidenza i benefici derivanti dall’intrinseca
semplicità di un sistema fiscale contraddistinto da un’aliquota
unica. Essa ridurrebbe l’incentivo ad evadere ed eludere il fisco,
permettendo così, in secondo luogo, enormi risparmi sia per i contribuenti
(che non sarebbero più obbligati a dedicare tempo e denaro per compilare
la dichiarazione dei redditi) che per lo Stato, il quale potrebbe ridurre
fortemente il budget e l’organico degli Uffici delle Entrate preposti
all’accertamento fiscale. Inoltre, una maggiore semplicità
permetterebbe ai contribuenti di avere un’immagine più nitida
del sistema di tassazione e quindi di spesa, con evidenti benefici sul controllo
democratico dell’operato del governo. Passeremo poi all’esame
dell’obiezione assai diffusa contro la flat tax secondo la quale essa
sarebbe non solo un “regalo ai ricchi” ma anche palesemente
incostituzionale. Oltre a rispondere a tale obiezione, cercheremo di verificare
se l’attuale sistema fiscale rispetti veramente, dal punto di vista
sostanziale, i criteri di progressività sanciti dalla Costituzione.
Infine, per estendere l’orizzonte della nostra analisi guarderemo
all’esperienza dei paesi che hanno già adottato l’aliquota
unica. Poiché la realtà di molti di questi paesi è
troppo diversa da quella italiana, abbiamo preso in considerazione anche
i casi di alcuni paesi industrializzati che hanno ridotto sostanzialmente
la loro tassazione. In entrambi i casi gli effetti sono stati analoghi:
crescita economica e crescita degli introiti fiscali. Concluderemo quindi
spiegando perché, a nostro modo di vedere, il nostro paese ha bisogno
di una radicale rivoluzione fiscale, appunto l’introduzione della
flat tax.
Semplicità
Il primo
vantaggio della flat tax riguarda la sua intrinseca semplicità. Un’aliquota
unica permette infatti ad ogni famiglia di calcolare l’imponibile,
e quindi le imposte dovute, senza dover ricorrere a consulenze esterne e
a pagine di moduli delle quali si ignorano i contenuti e il significato.
L’argomento non è sicuramente di secondaria importanza visto
che durante la campagna elettorale tedesca, Paul Kirchhof – indicato
dal candidato Cancelliere Angela Merkel come ministro delle Finanze in caso
di vittoria della cdu – ha individuato proprio nella semplicità
della flat tax la ragione principale per la sua introduzione in Germania.
Se poi guardiamo i costi di un sistema fiscale complesso le sorprese non
mancano: Steve Forbes ha calcolato quanto costa redigere la propria dichiarazione
dei redditi negli Stati Uniti; 6,6 miliardi di ore e 100 miliardi di dollari
l’anno. Con una flat tax i contribuenti sarebbero alleggeriti da questo
onere, e potrebbero compilare il loro Modello Unico su un foglio delle dimensioni
di una cartolina1. E quindi si potrebbero riappropriare di quella quota
di reddito che attualmente finisce nelle tasche di commercialisti, centri
di assistenza fiscale e delle agenzie dello Stato preposte all’accertamento
fiscale; e in secondo luogo del loro tempo libero. È infatti paradossale
che si spenda tempo e denaro per saldare i propri debiti nei confronti dell’erario.
Progressività dell’aliquota unica
La prima
obiezione che generalmente viene mossa contro la flat tax riguarda il mancato
rispetto del principio di progressività2. Come ha spiegato Antonio
Martino, questa accusa risulta però infondata. Essa non considera
infatti la possibilità che insieme alla flat tax venga istituita
una no-tax area, ossia una soglia minima al di sotto della quale il reddito
non è tassato3.
È sufficiente riprendere l’esempio di Martino per cancellare
ogni dubbio: dati due contribuenti A e B con reddito di 20.000 e 100.000
euro rispettivamente; e considerando una no-tax area di 10.000 euro e una
aliquota unica del 20 per cento, A dovrà pagare al fisco 2.000 euro
(il 20 per cento di 20.000-10.000), mentre B 18.000 euro (il 20 per cento
di 100.000-10.000). Calcolando l’aliquota media pagata dai due contribuenti
(il rapporto tra le imposte pagate e il reddito totale) si può vedere
come la flat tax risulti assolutamente conforme al principio di progressività:
il contribuente B (quello più ricco) paga infatti un’aliquota
(18 per cento) superiore a quella di A (10 per cento). È chiaro,
del resto, che il dettato costituzionale non si riferisce specificamente
alle aliquote, ma alla struttura del sistema fiscale presa nel suo insieme.
Come ha ricordato l’economista dei Democratici di Sinistra Nicola
Rossi, «il principio di progressività affermato dalla Costituzione
non lo si ritrova solo nelle aliquote ma nell’intero complesso delle
entrate e delle uscite del bilancio dello Stato»4. Pertanto, non solo
le imposte ma anche le spese dovrebbero attenersi a questo principio, e
favorire dunque le classi meno abbienti.
Il modello di Meltzer e Richard assume come semplificazione che la ridistribuzione
del reddito avvenga in modo diretto (attraverso l’elargizione di un
sussidio a coloro che percepiscono un reddito inferiore ad un determinato
livello) e non in modo mediato (attraverso la fornitura di un servizio ai
più poveri). Ciò significa che all’interno di uno Stato,
i percettori di un reddito superiore ad un determinato livello dovrebbero
pagare un’imposta positiva, che lo Stato a sua volta dovrebbe trasferire
sotto forma di sussidio ai percettori di un reddito inferiore a quello stesso
livello5. Nella maggior parte dei sistemi occidentali questo trasferimento
di risorse avviene però attraverso la fornitura di servizi pubblici:
l’istruzione, la sanità, il sistema pensionistico, eccetera.
Il problema è che la capacità di questi servizi di ridistribuire
il reddito a favore delle fasce più povere della popolazione è
andata diminuendo nel corso degli anni, e la spesa pubblica si è
così trasformata in uno strumento per soddisfare le richieste delle
varie lobby, corporazioni e costituency politiche del paese.
La regressività della spesa e l’equità
della flat tax
Dietro
alla bandiera della “spesa per i più deboli” si celano
infatti interessi nascosti che con la tutela dei più deboli hanno
davvero poco a che fare, e purtroppo l’Italia non è stato un
paese estraneo a questa evoluzione6. Come ha sottolineato Giorgio Brosio,
nel secondo dopoguerra, «l’espansione della spesa italiana [...]
è stata [...] la più dinamica fra tutti i paesi industrializzati»,
tanto che «il livello di spesa sul prodotto nazionale è ormai
pari a quello delle ‘democrazie del benessere’, cioè
dei paesi del Nord Europa caratterizzati da un generoso sistema di protezione
sociale». Sfortunatamente per i contribuenti italiani la qualità
delle prestazioni offerte dallo Stato italiano non ha seguito la stessa
dinamica della spesa ma si è mantenuta ad un livello «in molti
casi scadente e addirittura inferiore a quello di Paesi con reddito assai
inferiore al nostro»7. Oltre alla scarsa efficienza di molti servizi
pubblici, si deve registrare anche la loro limitata efficacia nella ridistribuzione
del reddito. All’inizio del 2002 – ossia prima delle recenti
riduzioni delle aliquote fiscali – Chiara Saraceno parlava dell’Italia
che non vorremmo vedere, un paese che, insieme all’Inghilterra, «presenta
il più alto tasso di povertà minorile» in Europa. Oltre
a questo dato sconcertante, Saraceno segnalava anche l’incapacità
del sistema assistenziale italiano di correggere questa situazione, sottolineando
come gli strumenti di sostegno al reddito delle famiglie povere avessero
il «paradossale esito di lasciare fuori per lo più proprio
i più poveri»8. Esito che risulta ancora più surreale
se si considera la provocazione di Martino il quale ha sottolineato come
«se i 447.698 miliardi di spesa per “prestazioni sociali”
nel 2001 fossero stati distribuiti al 25 per cento più povero dell’intera
popolazione [...] [quei miliardi] avrebbero trasformato l’Italia in
un paese di soli benestanti, consentendo di elargire un reddito aggiuntivo
di oltre 31 milioni [di lire] all’anno ad ognuno dei 14.269.500 italiani
“poveri”»9.
Da quanto scritto emerge dunque un dato sconfortante: a fronte di un’alta
tassazione, l’Italia non riesce a garantire uno Stato sociale che
protegga le fasce più deboli della sua popolazione. È allora
opportuno, per avere uno spaccato più chiaro della capacità
ridistributiva della spesa pubblica italiana, analizzare brevemente la dinamica
delle più importanti voci di spesa “sociale” del nostro
paese: pensioni, sanità e istruzione, alle quali abbiamo accostato
i sussidi alle imprese.
La spesa pensionistica
I più
attenti studiosi sottolineano ormai da anni la necessità di ridurre
la spesa pensionistica italiana in modo da dirottare maggiori risorse verso
sistemi di protezione sociale attiva. In modo più o meno esplicito,
questi studiosi hanno evidenziato come attualmente, al di là dell’iniquità
intergenerazionale del nostro sistema pensionistico, alcune fasce della
popolazione risultino essere particolarmente tutelate (i pensionati) a discapito
di altre (i lavoratori attivi). In altre parole, invece di proteggere i
più deboli (coloro che perdono il posto di lavoro, ad esempio), buona
parte della spesa pubblica viene dirottata per mantenere i privilegi delle
categorie protette. Ciò significa che tutti i lavoratori, anche quelli
meno abbienti, pagano le pensioni a chi, grazie ad un sistema pensionistico
squilibrato e a norme di tipo chiaramente clientelare, ha spesso lavorato
per un periodo particolarmente limitato e ha pagato contributi che poco
rispecchiano il valore dei trasferimenti pensionistici attualmente ricevuti
(pensiamo alla legge Mosca, o alla possibilità concessa per anni
ai dipendenti pubblici di andare in pensione dopo appena 15 anni di contributi
versati, eccetera). Lo stesso attuale viceministro Vincenzo Visco non ha
potuto fare a meno di sottolineare come il bilancio dello Stato sia «gravato
[...] da una spesa per il welfare fortemente squilibrata verso le pensioni»,10
che da sola assorbe circa 13 per cento del pil, ovvero un quarto della spesa
pubblica totale.
La spesa sanitaria
Un discorso
analogo vale per la spesa sanitaria che, nel corso degli anni, più
che i malati, sembra aver favorito gli interessi dei vari operatori del
settore. È emblematico il fatto che il 50 per cento della spesa sanitaria
provenga da tre sole regioni (Campania, Lazio e Sicilia) nelle quali però
non vive certo metà della popolazione italiana!11
Martino è stato particolarmente efficace nello spiegare il funzionamento
del sistema sanitario nazionale: «[i]l criterio di elargizione universale
[...] si è sostanziato nel conferimento di benefici a tutti, anche
ai ricchi, nel momento stesso in cui il costo dell’assistenzialismo
è pesantemente gravato su tutti, anche sui poveri. È come
se lo Stato avesse preso ai poveri per dare ai ricchi con una ridistribuzione
regressiva».12 Quindi: «I più penalizzati dal sistema
assistenziale sono stati proprio i meno abbienti, che ne hanno dovuto sopportare
una parte del costo senza potersi permettere di rivolgersi ad alternative
private all’inefficienza pubblica. Solo i benestanti, infatti, hanno
sempre potuto disporre dei mezzi per pagare due volte l’assistenza
sanitaria: una volta con le imposte ed una seconda volta con il costo delle
prestazioni private o dell’assicurazione»13.
La spesa per l’istruzione
In un’economia
fondata sulla conoscenza, il ruolo dell’istruzione è determinante
per garantire il miglioramento delle condizioni di vita dei singoli individui,
specie i più deboli. In modo assolutamente analogo alla sanità
pubblica, l’istruzione ha visto e vede ancora però un sostanziale
drenaggio di risorse dai più deboli ai più benestanti14.
La conoscenza della lingua inglese rappresenta un caso emblematico. Le scuole
superiori – e in molti casi anche le università – non
garantiscono agli studenti italiani un livello adeguato di conoscenza dell’inglese.
Mentre gli studenti più benestanti si possono però permettere
lunghe vacanze studio in Inghilterra se non addirittura negli Stati Uniti
per sanare questa carenza, quelli più poveri continuano invece a
trovare nella lingua franca dei nostri tempi uno dei maggiori ostacoli alla
loro crescita intellettuale e professionale – e in alcuni casi, addirittura
alla conclusione del loro percorso di studi universitario15. Eppure la Costituzione
italiana è chiara: l’articolo 3 afferma infatti che «[è]
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale
che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale
del paese», mentre l’articolo 34 sancisce che «[i] capaci
e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i
gradi più alti degli studi». Ancora più paradossale,
come ha ricordato Nicola Rossi, è il caso dell’università:16
essa viene finanziata dalla fiscalità generale (ossia viene pagata
da tutti) e dalle tasse universitarie ma offre un servizio al quale spesso
le classi meno abbienti non accedono – per il semplice motivo che
non si possono permettere il “non lavoro”. In questo modo i
più poveri contribuiscono a pagare un servizio di cui beneficiano
solo i più abbienti. Inoltre, tra gli stessi studenti universitari
le sperequazioni risultano quasi imbarazzanti: sono infatti gli studenti
lavoratori, quelli cioè che non si possono permettere di frequentare
i corsi senza lavorare, che con la loro assenza rendono agibili molti locali
universitari.
I trasferimenti alle aziende
Quello
dei trasferimenti alle imprese ci sembra infine un caso palese di “Robin
Hood al contrario”. Sussidiando le aziende private (soprattutto quelle
grandi, o i cosiddetti campioni nazionali) il nostro paese usa i soldi dei
contribuenti (anche di quelli più poveri) per aiutare i ricchi. Senza
contare gli effetti nefasti che questa prassi ha determinato sullo stato
della nostra economia, è evidente il carattere regressivo di questa
voce di spesa. In alcuni casi si è arrivati persino ai limiti della
decenza: esemplare è il caso della crisi fiat dell’autunno
2002, nel quale, mentre il management responsabile della crisi si vide accordare
una riguardevole buonuscita, agli operai dell’azienda veniva riservata
una assai più modesta cig17. Ovviamente ogni scelta aziendale è
assolutamente legittima e deve essere indipendente dalle pressioni popolari.
Ma poiché nei soli anni Novanta l’azienda torinese ha ricevuto
dallo Stato italiano più di 5 miliardi di euro, quella buonuscita
è stata di fatto pagata dai contribuenti italiani, e quindi anche
dagli stessi operai che proprio per colpa di questi manager furono messi
in cassa integrazione.18 Oltre il danno, dunque, la beffa.
Tutti sanno quanto drammatica sia la cassa integrazione e proprio per questo
motivo le proposte per riformarla sono numerose. Su tutte spicca la creazione
di un sistema di protezione sociale attivo che secondo Boeri costerebbe
allo Stato italiano circa 3 miliardi di euro. Ma questo sistema, come ci
ricorda lo stesso Boeri, non è mai stato creato perché «troppo
caro per lo Stato italiano»19. Sicuramente 3 miliardi di euro non
sono pochi, ma se si pensa che nel solo 2003 i sussidi alle imprese sono
ammontati a circa 30-50 miliardi di euro i dubbi sulla veridicità
di quelle affermazioni sono più che leciti20.
L’iniquità del nostro sistema
fiscale
Come
precedentemente ricordato, il principio di progressività a cui deve
attenersi il nostro sistema fiscale è da considerarsi per «[...]
l’intero complesso delle entrate e delle uscite del bilancio dello
Stato». Per quanto riguarda le entrate, formalmente il nostro attuale
sistema fiscale rispetta alla lettera questo principio. Ma per quanto riguarda
le uscite, le certezze si sgretolano velocemente.
Nei paragrafi precedenti abbiamo ricordato come la spesa pensionistica,
quella sanitaria e quella per l’istruzione non rappresentino un trasferimento
di fondi dai contribuenti ricchi a quelli poveri, ma piuttosto il contrario.
Queste tre voci insieme rappresentano circa il 50 per cento della spesa
pubblica (25 per cento, 10 per cento e 10 per cento rispettivamente): ciò
significa che metà della spesa pubblica italiana è difficilmente
classificabile come progressiva. Certamente essa aiuta anche i poveri, ma
poiché sembra favorire anche e soprattutto le fasce più benestanti
della popolazione, pare più opportuno parlare di spesa pubblica regressiva.
Se infatti i “ricchi” pagano aliquote fiscali superiori ai poveri,
ma ricevono in cambio servizi maggiori per numero, qualità e valore
(quando non addirittura dei sussidi – quelli alle imprese), la progressività
del sistema fiscale italiano diventa assai dubbia21.
E i dubbi crescono ulteriormente se ci limitiamo a considerare la spesa
della sola pubblica amministrazione (ottenibile escludendo dalla spesa totale
il servizio del debito), e se da quest’ultima sottraiamo ancora l’ammontare
delle spese non “sociali” per antonomasia (amministrazione,
ordine pubblico, eccetera), di cui godono tutti i cittadini in modo “uguale”.
Infatti, anche assumendo che il sistema delle entrate fiscali sia effettivamente
progressivo (fingendo che non esistano né l’elusione né
l’evasione fiscale), la progressività del sistema nel suo complesso
viene duramente limitata dai molti aspetti regressivi della nostra spesa
pubblica.
L’equità della flat tax
Un’aliquota
unica ridurrebbe l’onore fiscale per tutti i cittadini, specie per
i più deboli che, come abbiamo dimostrato, partecipano attivamente
al finanziamento del nostro iniquo sistema pensionistico, alla fornitura
di quei servizi dei quali non possono beneficiare e al sostegno delle aziende
italiane. Pertanto il primo modo per aiutare i più deboli non può
che consistere nel restituire ad essi parte della loro ricchezza. Non è
un caso che una delle recenti e più importanti riforme fiscali implementate
in Europa vada proprio in questa direzione: secondo i calcoli del ministero
delle Finanze austriaco con il recente abbattimento delle aliquote «i
redditi medio bassi in particolare [...] saranno i principali beneficiari
[...] Su 5,9 milioni di occupati, 2,55 non pagheranno più alcune
tassa sul reddito»22. E lo ricordiamo per non lasciare spazio ai dubbi:
l’Austria ha ridotto, non aumentato, le proprie aliquote fiscali.
Se si guarda inoltre all’evidenza empirica, si vede chiaramente come
i tagli delle imposte abbiamo storicamente trasferito l’onere fiscale
sui più ricchi: prima della riforma fiscale di Ronald Reagan, nel
1981 l’1 per cento dei contribuenti americani più ricchi garantiva
il 18 per cento del gettito fiscale delle imposte sul reddito. Nel 1989
ne garantiva il 24 per cento. Nel 1980 il 5 per cento dei contribuenti più
ricchi pagava il 35 per cento degli introiti derivanti dalle imposte sul
reddito. Nel 1990 ne pagava il 49 per cento. Infine, se nel 1981 il 10 per
cento più ricco versava il 44 per cento delle imposte totali sul
reddito, nel 1989 la sua quota era passata al 55 per cento23. E lo stesso
era già accaduto negli anni Sessanta, in seguito alla riforma fiscale
di Kennedy, come ha dimostrato Daniel Mitchell24.
Anche alla luce di questi dati non può sfuggire un dato fondamentale:
se lo Stato vuole veramente aiutare i più poveri, più che
concentrarsi sulla ridistribuzione del reddito, dovrebbe operare in modo
da favorire la crescita economica. Infatti, più è alto il
reddito nazionale, più è elevato il livello di vita di tutti
cittadini. È utile a questo proposito richiamare un lavoro di Olaf
Gersemann il quale ha ipotizzato tre diversi scenari di crescita economica
per il nostro paese relativamente al periodo compreso tra il 1982 e il 2002:
nello scenario peggiore, il reddito medio annuo pro-capite degli italiani
nel 2002 sarebbe stato (in parità di potere d’acquisto) di
1.933 $ superiore a quello che hanno realmente percepito, mentre se si fosse
realizzata l’ipotesi intermedia il loro reddito sarebbe stato più
elevato addirittura di 5.549 $ ppp (a parità di potere d’acquisto).25
È dunque evidente che la crescita economica rappresenta la migliore
soluzione per accrescere le condizioni di vita dei cittadini, specie dei
più poveri: pensiamo infatti a quante famiglie italiane baratterebbero
volentieri il “nostro sistema fiscale progressivo” per quei
1.933 $ ppp di reddito medio pro-capite in più all’anno. Non
parliamo poi di quei 5.549 $ ppp. Trattandosi di reddito medio pro-capite
questo aumento potrebbe però essere il risultato di un forte arricchimento
delle fasce più benestanti, e non di quelle più povere. Questa
obiezione è certamente corretta, ma poiché i calcoli di Gersemann
sono basati su una comparazione con la crescita economica registrata negli
Stati Uniti, è interessante osservare come «negli anni 1981-89,
il reddito del quintile più basso della stratificazione sociale americana
crebbe del 7 per cento, dell’8 per cento quello del successivo quintile
e del 12 per cento quello mediano»26. In altre parole, il reddito
delle fasce più povere della popolazione è cresciuto sensibilmente.
Inoltre, il beneficio marginale tratto dai meno abbienti dalla crescita
del loro reddito è superiore a quello degli individui a reddito superiore:27
quindi possiamo tranquillamente affermare che il beneficio per i poveri
è superiore e quindi che la flat tax può fornire un contributo
fondamentale al miglioramento del benessere dei cittadini a reddito più
basso.
La crescita economica
Fino
a questo punto ci siamo concentrati sull’equità e sulla progressività
di un sistema fiscale basato sulla flat tax. Un argomento non meno importante
è quello relativo alla crescita economica: laddove sono stati adottati,
i sistemi fiscali ad aliquota unica sembrano infatti aver contribuito in
modo determinante alla crescita del prodotto interno. Nei paragrafi successivi
cercheremo di riassumere brevemente queste esperienze (vedere Grafico 1.1).
Il
vento dell’Est
La flat
tax è stata adottata da numerosi paesi dell’Est europeo: il
caso più emblematico è quello di Estonia, Lettonia e Lituania,
i primi paesi a seguire la lezione di Rabushka. Per fortuna, quel vento
non si è arrestato sul Baltico, e anzi si è esteso, tanto
che la concorrenza fiscale degli altri paesi baltici ha spinto Tallin a
ridurre ulteriormente la pressione fiscale, innescando un circolo virtuoso
per la crescita della regione. E non è un caso che la flat tax sia
poi stata adottata da altri paesi dell’Est e recentemente la sua introduzione
sia stata discussa anche in Polonia e soprattutto in Germania.
Come dimostra il grafico 1.1, il pil dell’Estonia è cresciuto
quasi dell’80 per cento nei dieci anni successivi all’introduzione
alla flat tax, mentre quello di Lettonia e Lituania è cresciuto di
oltre il 70 per cento. Una performance economica non altrettanto straordinaria
ma certamente positiva è stata registrata da Serbia e Ucraina.
La Serbia, rispetto ad un tasso di crescita del 3,3 per cento e dell’1,5
per cento registrato nei due anni che hanno preceduto l’introduzione
della flat tax (2003), è passata all’8,5 per cento nell’anno
successivo (vedere Grafico 1.2).
In modo analogo in Ucraina da un tasso di crescita di poco superiore al
4 per cento si è passati ad una crescita del 7 per cento, nonostante
le turbolenze politiche che hanno afflitto il paese in quell’anno
(vedere Grafico 1.3).
Lo stesso è avvenuto poi in Russia, come ha notato Arthur Laffer,
dove, da un tasso medio di crescita dell’1,1 per cento nei cinque
anni che hanno preceduto questa riforma, l’economia è passata
a ad un tasso medio di crescita del 4,7 per cento negli anni successivi28.
The evidence of History
A questo
punto è d’obbligo farsi una domanda: esiste una relazione tra
taglio delle imposte e crescita economica?
Un richiamo agli illuminanti lavori di Arthur Laffer proprio su questo tema
ci permette di affermare senza esitazione che questa relazione esiste ed
è evidente. La riduzione delle imposte favorisce infatti la crescita
dell’offerta di lavoro che a sua volta si ripercuote immediatamente
sul prodotto del paese. Probabilmente neppure Laffer potrebbe essere in
grado di convincere certi avversari della riforma fiscale, che più
che argomenti affastellano pregiudizio. Eppure è proprio un uomo
politico insospettabile di liberismo come Vincenzo Visco a riconoscere che
«l’eccesso di progressività può determinare un
disincentivo al lavoro, in quanto di fronte alla prospettiva di dover pagare
percentuali elevate e crescenti del proprio reddito gli individui potrebbero
preferire lavorare di meno e produrre di meno»29. In realtà
l’ex ministro non dice nulla di nuovo: molti economisti hanno già
approfondito questo tema, non ultimo il premio Nobel Edward Prescott.30
Osservando quanto è accaduto laddove la tassazione è stata
ridotta drasticamente e in maniera permanente,31 i risultati sono eclatanti:
partiamo dall’Austria che, dopo la poderosa rivoluzione fiscale avviata
nel 2004, ha visto la propria economia crescere del 2,4 e del 2,1 per cento
contro tassi molto più europei nei due anni precedenti32. Lo stesso
è avvenuto negli Stati Uniti che, dopo lo stimolo fiscale di George
W. Bush, hanno superato velocemente la recessione del 2001, e successivamente
hanno archiviato tassi di crescita di primo livello: 2,2 per cento nel 2002,
3,1 per cento nel 2003 e poi 4,4 per cento nel 200433.
Se guardiamo all’esperienza dei tagli fiscali di Kennedy e Reagan
si vede come nel periodo immediatamente successivo alla loro introduzione
i tassi di crescita del paese sono letteralmente rimbalzati: gli Stati Uniti
crebbero infatti del 5 per cento medio annuo tra il 1961 e il 1968, mentre
per quanto riguarda gli anni Ottanta di Reagan ci sembra sufficiente ricordare
quei novantadue mesi di crescita ininterrotta senza precedenti nella storia
americana.
Ciò ovviamente non significa che la riduzione della aliquote sia
il silver bullet per garantire la crescita economica: e certamente esistono
dei casi (per esempio quando il livello della pressione fiscale è
già particolarmente basso) in cui una riduzione delle aliquote può
avere effetti limitati se non nulli. Ma questo non sembra essere il caso
del nostro paese che non brilla certo per ridotta imposizione fiscale né
per eccesso di offerta di lavoro (vedere Grafico 1.4).
Crescita degli introiti fiscali ed emersione
del nero
I benefici
della flat tax non si fermano però alla sola crescita economica:
un taglio delle imposte non solo stimola l’attività lavorativa,
ma incentiva anche l’emersione del sommerso ed elimina o riduce drasticamente
le scappatoie del sistema fiscale che permettono ai contribuenti di eludere
il fisco. Infatti, come ha affermato Visco: «[...] l’evasione
e l’elusione fiscale sono fortemente influenzate [...] dalla “ripidità”
della curva delle aliquote»34. In altre parole: un’elevata tassazione
marginale del reddito (elevata progressività) incentiva fortemente
l’evasione e l’elusione fiscale. La crescita registrata nel
valore delle imposte pagate dai contribuenti americani più ricchi
in seguito ai tagli fiscali di Ronald Reagan e di John Kennedy di cui si
è parlato in precedenza fornisce un valido esempio di come, a fronte
di un minore livello di tassazione, diminuisca l’incentivo ad evadere
il fisco: altrimenti non si spiegherebbe la crescita delle imposte pagate
dalle fasce a reddito più elevato.
Il grafico 1.435 mostra l’andamento delle recenti variazioni annue
delle entrate federali degli usa: da esso si deduce chiaramente come, una
volta entrati a pieno regime, i tagli fiscali introdotti nel 2001 dalla
neo-eletta amministrazione Bush abbiano prodotto i loro effetti, proprio
come già era accaduto con i tagli effettuati da Reagan e da Kennedy36.
Il taglio delle aliquote ha dunque prodotto una crescita degli introiti
e uno spostamento dell’onore fiscale sui più ricchi. Fenomeno
al quale si è potuto assistere anche in Russia,37 in Lettonia,38
in Ucraina e in Estonia. A proposito dell’evasione però, ci
pare comunque ragionevole seguire un approccio prevalentemente teorico:
quello empirico presenta dei forti limiti per lo studio di un fenomeno che
per antonomasia non può essere analizzato empiricamente. La teoria
(per inciso: i modelli della rational choice), confermata comunque dalla
pratica, ci dice che una riduzione delle aliquote può spingere gli
evasori ad emergere: quando si riduce il differenziale tra il costo dell’evasione
(sia in termini economici, sia in termini di reputazione) e il suo beneficio,
l’incentivo a evadere cala. Nel caso della flat tax ci sarebbe poi
un altro beneficio: l’elusione fiscale (cioè quei metodi –
legali ma costosi – oggi adottati per ridurre il carico fiscale grazie
alle infinite pieghe di un sistema intricato) verrebbe sostanzialmente ridotta
in quanto, abolendo il complicato sistema di deduzioni, non sarebbe più
conveniente andare alla ricerca dei suoi vari loopholes per ridurre il proprio
debito verso l’erario.
Nelle pagine precedenti abbiamo ricordato come in Italia la maggior parte
della spesa pubblica “sociale” vada in realtà a favorire
in modo più o meno diretto anche (quando non soprattutto) le fasce
più abbienti della popolazione (quelle cioè che sono capaci
di organizzarsi per difendere i propri interessi: dai dipendenti pubblici
ai pensionati, dalle aziende ai professionisti). L’elargizione universale
dei servizi rende difficile calcolare il reale trasferimento di risorse,
ma dall’analisi che abbiamo compiuto sui tre principali capitoli di
spesa “sociale” (pensioni, sanità e istruzione), emerge
come questo trasferimento tenda a favorire i più benestanti.
Equità e semplicità
Sulla
base di quanto detto, un’eventuale riduzione della spesa dovuta all’introduzione
della flat tax non comporterebbe alcun dramma sociale: l’attuale livello
di spesa pubblica ha infatti poco a che fare con la difesa dei più
deboli – i recenti casi di malasanità (considerando anche il
fatto che negli ultimi anni la spesa sanitaria è costantemente aumentata)
e l’inadeguatezza dell’istruzione pubblica forniscono solo alcune
delle innumerevoli conferme possibili. Perché l’Italia possa
essere un paese più “equo”, e quindi perché il
sistema fiscale sia realmente «informato a criteri di progressività»
come chiede la nostra Costituzione è dunque necessario porre fine
a questa situazione oltraggiosa, e abbandonare un sistema fiscale vecchio,
iniquo e non più adatto a fronteggiare le esigenze di un’economia
globale. Ciò significa ridurre fortemente il peso dello Stato nell’economia
e limitare i trasferimenti solo a favore di chi ne ha veramente bisogno.
La flat tax potrebbe contribuire al raggiungimento di questo obiettivo in
quanto, semplificando il sistema fiscale, permetterebbe ai cittadini di
avere un quadro molto preciso di quanto lo Stato chiede loro e di quanto
offre in cambio. E ciò potrebbe portare molti contribuenti ad interrogarsi
sulla vera utilità di mantenere un livello di spesa in cui i benefici
vanno ad una ristretta minoranza della popolazione, innestando così
un circolo virtuoso che sicuramente non nuocerebbe alla salute di questo
paese. La flat tax contribuirebbe a rendere più equo il nostro paese
non solo riducendo l’onere fiscale sui più deboli, ma anche
spostandolo sui più abbienti – riducendo gli incentivi all’evasione
e all’elusione. «Non è un caso – ha sottolineato
recentemente Martino – che in tutte le riforme fiscali dell’ultimo
mezzo secolo (quella di Kennedy all’inizio dei Sessanta, di Reagan
all’inizio degli Ottanta, quelle in Irlanda, ecc.) la riduzione delle
aliquote ha determinato [...] un aumento della percentuale del gettito pagata
dai contribuenti più ricchi con conseguente diminuzione di quella
pagata dai contribuenti più poveri»39.
La crescita economica e l’aumento degli
introiti fiscali
Abbiamo
poi ricordato i meriti della flat tax in merito alla crescita economica
e delle entrate fiscali. Ciò significa che, dato l’alto livello
delle nostre aliquote fiscali, una loro riduzione potrebbe avere effetti
analoghi a quanto osservato laddove l’aliquota unica è stata
introdotta. Inoltre, in Italia la tassazione sul reddito garantisce solamente
il 14 per cento degli introiti totali dello Stato: un livello che potrebbe
essere garantito da una flat tax del 14 per cento se non si prevedono esenzioni,
o da un’aliquota del 25 per cento con una no-tax area, come ha suggerito
Alvin Rabushka40. A ciò si aggiunga che una riduzione delle imposte
avrebbe un effetto positivo soprattutto su uno dei nostri punti più
deboli: l’offerta. Infatti solo rendendo più conveniente il
lavoro al margine si può incentivare una crescita della sua offerta
complessiva. Certo, in questo caso anche l’ingessatura del mercato
del lavoro sembra giocare un ruolo determinante, ma rimane difficile immaginare
che gli italiani possano decidere di lavorare di più se il sistema
fiscale penalizza il motivo principale di questa loro scelta, la crescita
del reddito. Va poi tenuto in considerazione il fatto che l’attuale
complessità del sistema fiscale rende più conveniente l’investimento
(di tempo e denaro) nella ricerca di efficaci metodi di elusione ed evasione
piuttosto che nell’economia reale: finché il tasso marginale
di rendimento dell’evasione e dell’elusione sarà nettamente
superiore al tasso di remunerazione del capitale o del lavoro, sarà
infatti difficile contrastare efficacemente questi due fenomeni.
L’unica alternativa rimasta
Detto
tutto ciò, bisogna riconoscere che la flat tax non è la soluzione
a tutti i nostri problemi: non sostituisce le riforme che bisogna comunque
portare a termine, non aumenterà la produttività del settore
pubblico e di quello privato, e non liberalizzerà i settori protetti.
È pura illusione credere che una sola misura possa avere degli effetti
magici: per questo motivo lasciamo volentieri ad altri questo genere di
illusioni. Pertanto, ci sembra quanto mai necessario essere chiari: la flat
tax non è un silver bullet. Nel caso dell’Italia sembra però
essere l’ultimate bullet. Anche per questo motivo bisogna riconoscere
le enormi differenze tra i paesi che hanno introdotto la flat tax e l’Italia.
Tra i quali vi sono però anche due importanti analogie: innanzitutto
l’Italia, proprio come questi paesi alla vigilia delle loro riforme
fiscali, ha un’enorme economia sommersa e, in secondo luogo, “vanta”
una pesante eredità del suo passato. Come ha scritto Laura Pennacchi
(deputato dei ds), i paesi che hanno adottato la flat tax erano «caratterizzati
da amministrazioni fiscali così dissestate da non essere in grado
di esigere nemmeno parte del gettito dovuto»,41 e l’Italia,
con un’economia sommersa del 30 per cento, non può certo essere
esclusa da questa categoria (come sembra invece fare Pennacchi). Inoltre
con l’introduzione della flat tax questi paesi hanno voluto compiere
una drastica svolta rispetto al loro passato. Negli ultimi dieci anni il
nostro paese ha invece preferito procedere a piccoli passi, e il risultato
è sotto gli occhi di tutti. Anche l’Italia ha dunque bisogno
di una svolta, e questa deve innanzitutto mirare a ristabilire la fiducia
dei cittadini. Ma sembra difficile che ciò possa avvenire se lo stesso
Stato ha poca fiducia nei cittadini medesimi, pretendendo di conoscere meglio
di loro come spendere le risorse del paese. In secondo luogo è necessario
ristabilire la fiducia degli investitori internazionali creando un clima
business-friendly, caratterizzato non solo da un “adeguato”
livello di tassazione ma anche da una limitata burocrazia, risultato raggiunto
solo dopo l’introduzione della flat tax dai paesi di cui abbiamo parlato
in precedenza. Poiché la sua capacità di generare introiti
è direttamente collegata alla crescita del reddito nazionale, l’aliquota
unica sembra avere un effetto de-burocratizzante ben superiore agli atri
sistemi fiscali. Questi due aspetti (limitata imposizione fiscale e de-burocratizzazione)
hanno un ruolo decisivo nel determinare le scelte degli investitori internazionali:
e l’Italia mai come in questo momento ha bisogno di capitali internazionali
sia per poter modernizzare la sua industria che per far crescere la produttività
dei suoi servizi.
Perché la flat tax in Italia
A questo
punto è doveroso spiegare perché, a nostro modo di vedere,
è essenziale introdurre una sola aliquota. Innanzitutto, più
aliquote indebolirebbero proprio gli effetti prodotti dalla flat tax, che
sono anche quelli di cui l’Italia ha maggiormente bisogno: crescita
economica, stimolo all’offerta di lavoro, disincentivo all’evasione
e all’elusione. In secondo luogo solo la flat tax avrebbe un chiaro
effetto positivo sul sentiment tanto degli operatori stranieri che di quelli
nazionali. Inoltre, con un’aliquota tra il 20 e il 25 per cento l’Italia
potrebbe garantire gli stessi introiti fiscali che si ottengono attualmente
ma contemporaneamente mantenere anche un sistema progressivo (attraverso
una no-tax area) e stimolare tanto l’attività economica quanto
l’emersione dell’economia sommersa.
Esistono poi alcune interessanti alternative che il nostro paese potrebbe
considerare: in Grecia per esempio la no-tax area varia in relazione allo
status dei cittadini (lavoratori attivi o pensionati)42. In Italia si potrebbe
pensare di collegare la no-tax area al numero dei membri del nucleo familiare
in modo favorire la natalità. Ma queste sono in fondo questioni tecniche
(anche se pur sempre politiche) che potranno essere esaminate in un secondo
momento. Il primo passo da compiere rimane sempre un altro: attaccare la
spina, e passare il ferro da stiro così da appiattire aliquote fiscali,
iniquità e ostacoli alla crescita economica43.
Note
1.
Cfr. Steve Forbes, “One Single Rate”, Wall Street Journal, 15
agosto 2005. Il settimanale britannico The Economist ha ripreso l’idea
della cartolina fiscale con una simpatica vignetta comparsa all’interno
di una sua inchiesta sulla flat tax, nella quale sottolineava come, sulla
base dell’esperienza maturata in Russia, «il principale vantaggio
della flat tax è la sua semplicità», cfr. “Simplifying
tax systems”, The Economist, 16 Aprile 2006.
2. Questa critica è riuscita a fare molti proseliti, tanto da essere
accettata addirittura da acuti osservatori come Guido Gentili, “La
sfida della flat tax per destra e sinistra”, Il Sole-24Ore, 13 settembre
2005.
3. Antonio Martino, Flat tax: il grano delle cose, e la paglia delle parole,
Istituto Bruno Leoni, Torino, 2005.
4. Roberto Bagnoli, “Rossi: la flat tax? Un’idea per il programma
dell’Unione”, Il Corriere della Sera, 22 settembre 2005.
5. Cfr. Allan H. Meltzer e Scott F. Richard, “A Rational Theory of
the Size of Government”, in Journal of Political Economy, vol. 89,
n. 5 (Oct., 1981), pp. 914-927.
6. Sono illuminanti a proposito le parole di Antonio Martino: «Se
sono i poveri ad avere più bisogno di aiuto, perché l’assistenzialismo
di Stato è aumentato al diminuire della povertà?». Cfr.
Antonio Martino, Solidarietà o Statalismo [Prima parte], 25 aprile
2002, consultabile all’indirizzo www.ideazione.com/settimanale/3.economia/64-25-04-2002/martino.htm.
7. Cfr. Giorgio Brosio, Economia e Finanza Pubblica, Carocci, 2° edizione,
1998, p. 265.
8. Cfr. Chiara Saraceno, “Famiglie Povere con figli minori: l’Italia
che non vorremmo (vedere)”, in Il Mulino, 399 (1), 2002, pp. 86- 89.
9. Antonio Martino, Semplicemente liberale, Liberilibri, Macerata, 2004,
p.76.
10. Vincenzo Visco, “Spesa pubblica e procedure di bilancio”,
in Il Mulino, 420(4), 2005, p. 498.
11. Cfr. www.farmindustria.it/Farmindustria/documenti/in200504.pdf.
12. Antonio Martino, Solidarietà o Statalismo [Prima parte], 25 aprile
2002.
13. Antonio Martino, Solidarietà o Statalismo [Seconda parte], 2
maggio 2002, consultabile all’indirizzo www.ideazione.com/settimanale/3.economia/65-10-05-2002/65martino.htm.
14. oecd, Education at a glance: oecd Indicators 2005, oecd, 2005. (www.oecd.org/document/34/0,2340,en_2649_34515_35289570_1_1_1_1,00.html).
15. Un esempio lo fornisce in questo caso il Politecnico di Torino, nel
quale su 4335 studenti immatricolati nel 2001, solo 2254 avevano superato
l’esame di inglese alla fine di giugno 2004. Cfr. www2.polito.it/strutture/cpd/conv/V4-07-06.htm.
16. Cfr. Roberto Bagnoli, “Rossi: la flat tax? Un’idea per il
programma dell’Unione”, Il Corriere della Sera, 22 settembre
2005.
17. Boeri si riferisce alla liquidazione percepita dagli ex amministratori
delegati Fiat Cesare Romiti e Paolo Cantarella. Cfr. Tito Boeri, Vizi privati
e costi pubblici.
18. Cfr. Massimo Mucchetti, Licenziare i Padroni?, Feltrinelli, Milano 2003,
p. 65.
19. Cfr. Tito Boeri, Vizi privati e costi pubblici.
20. Alberto Alesina, Il declino relativo della nostra economia, consultabile
all’indirizzo http://www.indicod-ecr.it/tendenze/num_50/pdf/DECLINO_ECONOMIA.pdf.
21. Foerster e Pearson hanno evidenziato come in Italia i poveri percepiscano
poco più del 20 per cento dei trasferimenti monetari netti contro
il 34 per cento ricevuto dai ricchi e uno strabiliante 46 per cento ricevuto
dalle classi medie. Non sembrano necessari ulteriori commenti a questi dati.
Si veda a proposito Michael Foerster and Mark Pearson, “Income Distribution
and Poverty in the oecd Area: Trends and Driving forces”, oecd Economic
Studies, no. 34, p. 21,31.
22. Federal Ministry of Finance, Austria Tax Book 2005: Advice on Tax Assessment
for Employees in 2004, p. 3; (english.bmf.gv.at/Service/pub/tax2005.pdf).
23. Cfr. Oscar Giannino, La questione fiscale, ibl Occasional Paper n. 13,
20 aprile 2005, p. 2, consultabile all’indirizzo brunoleoni.servingfreedom.net/OP/13_Giannino.pdf;
e Antonio Martino, Ronald Reagan: L’ingenuo cowboy che salvò
l’America, IBL Occasional Papers, p.3, (brunoleoni.servingfreedom.net/OP/5_Reagan.PDF).
24. Daniel Mitchell, The Correct Way to Measure the Revenue Impact of Changes
in Tax Rates, (www.heritage.org/Research/Taxes/BG1544.cfm): si veda Chart
6: Rich Paid More Under 1960s Kennedy Tax Cuts (www.heritage.org/Research/Taxes/images/B_1544_chart-6.gif).
25. Olaf Gersemann, Cowboy Capitalism: European Miths, American Reality,
Cato Institute, Washington, DC, 2004, pp. 11-15. A proposito dei tre scenari,
dobbiamo ricordare di non aver preso in considerazione lo scenario migliore
perchè, a detta dello stesso Gersemann, è palesemente irrealistica.
26. Cfr. Oscar Giannino, op. cit., p. 2.
27. Per essere più precisi, una crescita del reddito anche minima
ha un valore assai superiore per i redditi più bassi anche qualora
essa sia percentualmente inferiore a quella dei redditi più elevati.
Seguendo gli insegnamenti della microeconomia: l’utilità marginale
di un bene, nel nostro caso il reddito, è superiore quando la sua
disponibilità è più limitata.
28. Arthur B. Laffer, The Laffer Curve: Past, Present and Future, 2004,
Fig. 8: Average Annual GDP growth in Select Countries Before and After Flat
Tax Implementation, p. 21. consultabile all’indirizzo www.eftr.org.
29. Cfr. Vincenzo Visco, “La flat tax italiana? È l’imposta
regionale”, Il Sole-24Ore, 25 settembre 2005, p. 3.
30. Cfr. Edward C. Prescott e W.P. Charey Chair, “Why do Americans
Work So Much More Than Europeans”, in Federal Riserve Bank of Minneapolis
Quarterly Review, Vol. 28, No. 1, July 2004, pp.2-13, consultabile all’indirizzo
woodrow.mpls.frb.fed.us/research/qr/qr2811.pdf; si veda anche Alberto Alesina,
Edward Glasner and Bruce Sacerdote, “Work and Leisure in US and Europe:
Why so different?”, March 2005, consultabile all’indirizzo post.economics.harvard.edu/faculty/alesina/papers/work_leisure.pdf.
31. Si ricordi la teoria dell’equivalenza ricardiana.
32. Cfr. w3.unece.org/pxweb/Dialog/statfile1_new.asp; per tassi europei
di crescita economica intendiamo i famosi “zero virgola”. Infatti
nel triennio precedente l’Austria è cresciuta rispettivamente
dello 0,75 per cento, 1,25 per cento e 0,75 per cento.
33. Cfr. devdata.worldbank.org/data-query/.
34. Cfr. Vincenzo Visco, “La flat tax italiana? È l’imposta
regionale”.
35. Il grafico è basato su una previsione confermata nella prima
metà di giugno dall’Office of Management and Budget’s
Mid-Session Review. Cfr. a proposito Brian Riedl and Rea S. Hederman Jr,
The Tax Cuts Are Working, Yet Spending Challenges Remain, consultabile all’indirizzo
www.heritage.org/Research/Budget/wm794.cfm.
36. Tra il 1961 e il 1968 gli introiti fiscali crebbero infatti del 62 per
cento
37. Cfr. Ministry Of Finance, Republic of Latvia, Pocket Budget: The Central
Government Budget for (1994-2005), consultabili sul sito del Ministero delle
Finanze lettone www.fm.gov.lv/index.php?id=8.
38. Id., p. 22, Fig. 9: Russian Annual Tax Base.
39. Antonio Martino, Ancora sulla Flat Tax, (www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=0000000906).
40. Alvin Rabushka, Semplicità ed equità: le virtù
della flat tax, 2005. Cfr. anche Riccardo Faini, Silvia Giannini, Daniel
Gros, Fiorella Kostoris Padoa Schioppa e Giuseppe Pisauro, op. cit., Figura
3: Imposte dirette, imposte indirette (al lordo e al netto di Irap) e contributi
sociali in per cento del pil; Italia 1995-2004, p. 18.
41. Cfr. Laura Pennacchi, “Ridurre le tasse? Non sempre fa bene al
Pil”, Il Sole-24Ore, 6 ottobre 2005.
42. Hellenic Republic, Ministry of Economy and Finance, General Accounting
Office, op. cit. , p. 2.
43. Abbiamo preso a prestito questa simpatica metafora dalla copertina del
settimanale The Economist che trattando la diffusione della flat tax mise
appunto in prima pagina un ferro da stiro.
* Oscar Giannino, op. cit.
Andrea Gilli, specializzando in International Relations presso la London
School of Economics and Political Science.
Mauro Gilli, specializzando in International Relations presso la Sais Bologna
Center della Johns Hopkins University.
(c)
Ideazione.com (2006)
Home
Page
Rivista | In
edicola | Arretrati
| Editoriali
| Feuileton
| La biblioteca
di Babele | Ideazione
Daily
Emporion | Ultimo
numero | Arretrati
Fondazione | Home
Page | Osservatorio
sul Mezzogiorno | Osservatorio
sull'Energia | Convegni
| Libri
Network | Italiano
| Internazionale
Redazione | Chi
siamo | Contatti
| Abbonamenti|
L'archivio
di Ideazione.com 2001-2006