Nel nostro paese, la riforma urbanistica gode della straordinaria facoltà
del gatto dello Cheshire nel carrolliano Alice nel paese delle meraviglie:
da quasi mezzo secolo appare all’improvviso nell’agenda politica,
per svanire poi con pari rapidità. Un fenomeno carsico. Il termine
riforma presume, ovviamente, la modifica di uno stato di fatto preesistente.
Nello specifico, oggetto del cambiamento è l’organizzazione
della città e del territorio; regolamentato da una normativa ad hoc,
da una legge positiva. Codificazione per governare un importante aspetto
della vita associativa, “positività” che sottolinea l’appropriatezza
della norma (predisposta al potere), alla situazione in cui viene emanata.
Accade, tuttavia, che la legge-quadro urbanistica nel nostro paese sia datata
17/8/1942; coeva, quindi, ad una condizione istituzionale da tempo scomparsa,
adeguata ad un passato assai remoto. Anacronistica, pertanto, rispetto all’attuale
situazione epocale (postmoderna anziché relativa ad un industriale
maturo). Di conseguenza la norma, al presente, è tutto fuorché
positiva in quanto contraddittoria rispetto agli attuali contenuti societari
e non adattabile al contesto operativo in atto; impropria quindi sia rispetto
alla tradizione del diritto moderno («immerso nell’ossessiva
temporalità del divenire», cfr. N. Irti), sia nei confronti
della concretezza storica.
La legge citata esemplifica, insomma, un singolare caso di longevità
post-mortem; bizzarria che desta una legittima curiosità sulle cause
che l’hanno prodotta, e meritevole di una approfondita analisi. Necessariamente
ridotta, in questa sede, ad un sommario richiamo.
Al proposito serve,
anzitutto, far mente locale allo spirito del tempo in cui è nata
la legge: il tramonto del moderno. Un clima che assegnava alla dimensione
collettiva, alle ideologie anti-individualiste, allo Stato (reputato, nel
nostro paese, etico), al pubblico in genere, una centralità assoluta.
Ideologie che hanno contagiato anche la cultura della città, accreditando
come ottimale l’ordine funzionalista, erede delle astratte utopie
illuministe. Angolazione epocale utile a spiegare come l’assetto politico
(democrazia o totalitarismo) fosse – in quel momento – un fattore
irrilevante rispetto a questo clima comune; la legge italiana del ’42
è infatti una copia – con insignificanti varianti – delle
normative sul tema prodotte dalle liberaldemocrazie europee. Essa si presenta
come volto, quindi, dottrinalmente condiviso; cui si deve purtroppo, nel
nostro paese, la legittimazione politica della predetta norma nella restaurazione
democratica del dopoguerra. Di fatto maschera per schermare, nella materia,
il monopolio tecnico-politico pubblico. Etichettata, ipocritamente, come
mezzo per realizzare il miglior assetto urbano-territoriale possibile; tradotta
nella realtà, per contro, nella “città continua”
di Calvino (che è «periferia di se stessa, in cui i luoghi
si mescolano»). A conferma che di buone intenzioni sono lastricate
le vie dell’inferno. Comunque, al presente il peccato grave imputabile
alla persistenza della legge del ’42, si chiama rimozione del divenire;
rifiuto nell’animus – ancor più che nella lettera –
al cambiamento sollecitato dalla realtà. Un immobilismo la cui dannosità
aumenta esponenzialmente nel tempo. Nella rimozione convergono infatti l’incapacità
di ascoltare i fatti nel loro effettuale accadere, il protezionismo delle
“idee ricevute”, la sclerotica petulanza della “vecchia
gioventù” del ’68, l’umiliante sottomissione delle
forze politiche ai poteri di interdizione, eccetera. Un mix che ha ibernato
la legge; una esemplificazione di accanimento terapeutico per far sopravvivere
un ordinamento normativo in coma irreversibile, quando, all’opposto,
occorreva interpretare con tempestività il cambiamento – nelle
politiche urbane, negli interventi relativi alle abitazioni di massa, eccetera
– secondo pragmatismo, stando alla certezza dei fatti.
Era cambiata la musica; bisognava, anziché bloccarsi sul “già
visto”, cambiare lo spartito. Una metamorfosi già in essere
nel ’68, non percepita nella cultura urbana del momento per mancanza
di immaginazione; deficienza trascritta in un accentuato paradossale conformismo
involutivo (più Stato, più pubblico), in un vicolo cieco di
tetro burocratismo, di cartacea inattualità. Il percorso del gambero.
Ne è seguito, nella organizzazione urbana (per oltre un ventennio),
il fissismo del quadro superato dagli eventi; nella cieca e dolosa inconsapevolezza
del “congedo dei fondamenti” (a livello di massa), nella (freudiana?)
opposizione all’accettazione del fallimento dell’illusione meta-sociale,
eccetera.
Solo negli anni Novanta,
in corrispondenza del consolidamento della concorrente legislazione regionale,
sono percepibili – nella operatività urbanistica – modesti
segnali di attenzione alla trasformazione in corso, timide intermediazioni
normative emblematiche della domanda emergente dalla realtà. Episodi
da non sottovalutare, ma nemmeno da sovrastimare. A cavaliere degli anni
2000 si è finalmente verificata – nella operatività
urbanistica – una svolta prodotta principalmente dall’economia,
in conformità alla processualità, al mercato, al globalismo,
alla rivoluzione comportamentale in atto.
L’instrumentum regni urbanistico è sfuggito di mano al potere.
L’economia si è riappropriata del suo naturale ruolo nella
crescita urbana, invalidando le artificiose creazioni “in provetta”
manipolate dai tecnici-politici, dagli “architetti sociali”
educati a Ladoga. Il pubblico si è reso conto (meglio tardi che mai)
della inevitabilità della svolta; ha realisticamente archiviato l’autoreferenzialità
e i privilegi del monopolio, prendendo atto della traenza esercitata dall’economia
nella processualità. Il soggetto economico è intervenuto nel
gioco delle parti (pubblico-privato) secondo modalità appropriate
alla situazione; assumendo così un ruolo di pubblico interesse, configurandosi
come interlocutore forte, come soggetto plurisettoriale, come «industria
di imprese che svolgono prevalentemente servizi» (cfr. G. Tamburini);
occupandosi, diversamente dalla industria delle costruzioni, oltreché
della produzione di infrastrutture e di edifici, di mercati finanziari e
gestione del risparmio. Soggetti plurisettoriali interagenti con la galassia
della produzione di componenti edilizi, correlati al Gotha progettuale,
provvisti – e questo è l’aspetto più importante
– dei requisiti per creare ex novo o riqualificare consistenti porzioni
urbane (aree dismesse, terrains vagues, grandi servizi richiesti dai consumi,
eccetera) in tempi definiti. Agendo in regime di concorrenza l’industria
soddisfa la duplice esigenza di creare valore e fornire risposte non evasive
al cittadino-consumatore.
In presenza di un quadro strategico inevitabilmente con ampi margini di
manovra, l’approccio induttivo praticato dai predetti soggetti economici
(real estates) è incomparabilmente più efficace, ai fini dello
sviluppo urbano, rispetto alle astratte e incerte congetture prefigurate
dalla inefficiente deduttività del potere tecnico-politico. Anche
se il pragmatico adeguarsi alle opportunità offerte dalla processualità
non può escludere fuorvianze, definite regole del gioco hanno quindi
il compito, di evitare liaisons dangereuses fra il pubblico e il privato,
espellendo dal campo furbetti e capitani coraggiosi.
Non ci sono giustificate
controindicazioni nei confronti dello sviluppo urbano “per frammenti”:
la città è un organismo che, per restare vivo, deve cambiare
nel tempo. Il cambiamento non può essere sfasato rispetto alla domanda;
l’operatività per frammenti – opportunamente regolamentata
– osserva questa contestualità, non dà luogo a “tempi
morti”. È stato detto che, in tal modo, l’economia è
diventata la metafora della politica. È vero, almeno in parte; anche
se non c’è motivo di rallegrarsi, perché l’inerzia
e le inadempienze della politica denunciano la fragilità di un pilastro
della democrazia. È tuttavia motivo di soddisfazione riscontrare
che la processualità, nella prassi, ha stoppato la bulimia programmatoria
del monopolio tecnico-politico, costringendolo a fare un passo indietro,
ad accettare di buon grado un riequilibrio da tempo perduto. Certo fa un
po’ specie, adesso, scoprire che molti esponenti politici –
magari gli stessi visceralmente ostili ieri al mercato e, sotto sotto, agli
“esecrabili vizi” del capitalismo – esaltino, con eguale
entusiasmo, i benefici del libero mercato e della globalizzazione. Senza
voler pensar male torna alla mente il processo evolutivo dei dirigenti l’orwelliana
“fattoria degli animali”. In ogni caso va dato atto al politico
che il modo in cui è oggi ha modificato l’idea di come era
ieri. Si è reso conto (complice anche il rosso dei bilanci) che è
meglio compromettersi con l’economia piuttosto che alienarsi il consenso
del cittadino-consumatore (che non apprezza “città morte”,
ma chiede sviluppo).
Il nuovo clima ha coinvolto anche i tecnici, gli addetti ai lavori, contrassegnati,
in genere, dall’attitudine all’autoassoluzione, dalla ferma
volontà di non volere mai pagare pegno. Orgogliosi della loro incapacità
di leggere tempestivamente la realtà, compiaciuti della loro abilità
nell’occupare sempre la scena. Nostalgici (più o meno apertamente)
del tempo in cui l’alienazione del proprio pensiero era compensata,
nella rappresentazione prefigurata dal pubblico, dalla illusoria potestà
di agire sul reale (il gramsciano “patto demoniaco” analizzato
da Elémire Zolla). Tuttavia la conversione bipartisan al mercato
da parte dei tecnici e dei politici, non soltanto nelle grandi città
ma anche nella provincia più remota, nulla ha potuto, sino ad ora,
nei confronti della modifica della legge-quadro. I poteri di interdizione
hanno funzionato al meglio.
Un paradosso. Quasi
che la legge – formulata oltre mezzo secolo fa – costituisca
una sorta di “città proibita”, vivente benché
morta, intangibile nonostante sussistano le condizioni per trasformarla.
L’attuale maggioranza di centrodestra ha provato a sgretolare le mura
della fortezza, con una proposta (legge Lupi, dal nome del relatore) condivisa,
in larga parte, dall’opposizione – con l’eccezione della
sinistra radicale, dei fondamentalisti delle “idee ricevute”.
La legge è stata approvata dalla Camera nel maggio 2005; purtroppo
il suo iter parlamentare è stato interrotto alla fine della legislatura.
Non è forse inutile riassumerne i capisaldi, conformi alla realtà
operante.
La legge, sulla base di un canovaccio flessibile (piano strategico, tutto
da definire), problematico nei confronti di un futuro in re ipsa non prevedibile,
riconosce che il prioritario mezzo di sviluppo urbano risiede nella sussidiarietà
orizzontale (opposta all’attuale verticalismo pubblico), nella negoziazione
col privato, nel rispetto di regole d’imparzialità, trasparenza,
pubblicità (prerequisiti di un mercato concorrenziale). Con la legge
si trasforma il concetto di “standard” – sottratto al
tradizionale grossolano automatismo – vengono premiati gli interventi
di rinnovo, si suggerisce una ragionevole compensazione “in positivo”
dei diritti proprietari eventualmente lesi negli interventi (utilizzando
lo strumento della perequazione ed eliminando il punitivo mezzo dell’esproprio).
Si ipotizza infine un riordino fiscale (con delega al governo) della materia.
I contenuti indicati rimuovono l’attuale contraddizione fra norma
e prassi, sanzionando un processo di sviluppo urbano “per frammenti”
(suggerito dalla processualità) e la conseguente formazione di “nuove
centralità”, concrete alternative per avviare a soluzione il
problema delle periferie. Un atto dovuto, uno schema di riferimento indispensabile
in presenza di una molteplicità di normative regionali non sempre
coerenti ai contenuti brevemente riassunti.
Nonostante le prove di condivisione, la legislatura è finita e la
legge è rimasta al palo. Continua il passaggio del cerino acceso
ad un futuro probabilmente non dissimile al passato. Anzi, non è
irragionevole pensare che una eventuale formula di governo diversa dall’attuale,
invece dell’evoluzione, scelga l’involuzione, la retroazione.
Una riprova “locale” nel merito si è avuta nel recente
Piano regolatore generale di Roma, in cui la sinistra massimalista, afflitta
da una viscerale sindrome antimercato, ha imposto l’adozione del vecchio
arnese pubblicistico dell’esproprio. Il verificarsi di questi episodi
di ottuso rifiuto dello spirito del tempo, è un motivo in più
per ribadire l’urgente necessità di “regole del gioco”
di riferimento, precondizioni per assicurare uno sviluppo urbano appropriato
alla processualità, anche perché la mancanza, nel paese, di
un quadro sinottico certo di riferimento nella organizzazione urbana territoriale
può alterare il mercato, dando luogo a situazioni di disequilibrio.
Senza regole del gioco
vengono infatti favoriti effetti distorsivi. La mancanza di regole comuni
può incoraggiare incongruenze nelle legislazioni regionali; suscettibili
di essere aggravate in qualche caso dalla scarsa credibilità degli
attori. In altre parole, le regole del gioco possono trasformarsi in un
“gioco delle regole”, in cui l’unilaterale autodeterminazione
del soggetto pubblico può, ad esempio, scambiare il suo ruolo, da
arbitro a giocatore, interpretando, magari, in modo troppo estensivo il
termine sinergia nei rapporti col privato. O, viceversa, il soggetto privato,
forte della sua traenza, può ridurre o annullare (in presenza di
un pubblico debole e compiacente o complice) le ricadute positive nel contesto
urbano, contropartita dell’intervento. In ogni caso lo sviluppo urbano
per frammenti è l’idea creativa vincente nel presente, la scelta
obbligata alternativa ai ghetti periferici. Gli eventi si incaricano infatti
di ricordare agli smemorati i clamorosi fallimenti degli interventi promossi
dal pubblico nel passato prossimo; le “città radiose”
(esemplificazioni delle favole fondamentaliste) sono bruciate (come le banlieues
parigine) perché socialmente insostenibili, o sono state abbattute
(come Le Vele del rione Scampia a Napoli ) perché incontrollabili
in termini di sicurezza. Peccato, purtroppo, che siano state costruite con
i soldi dei contribuenti...
Per concludere. Servono regole del gioco certe di riferimento, per garantire
la trasparenza del processo di sviluppo urbano per frammenti; che non ha
nulla a che vedere con la deregolamentazione selvaggia o con un contrattualismo
autoreferenziale. In concreto: una legge appropriata al divenire delle città.
In materia di organizzazione urbana e territoriale i tempi per la politica
sono ampiamente scaduti; se la politica non si affretta a colmare la contraddizione
fra norma e prassi deve ammettere che l’economia è la sua metafora,
dichiarare esplicitamente la sua insufficienza a governare la realtà.
Pierluigi
Giordani, urbanista, è stato ordinario di Urbanistica all’Università
degli Studi di Padova.
(c)
Ideazione.com (2006)
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