Dalla città ideologica alla città delle idee
di Pierluigi Giordani
Ideazione di luglio-agosto 2006

Nel nostro paese, la riforma urbanistica gode della straordinaria facoltà del gatto dello Cheshire nel carrolliano Alice nel paese delle meraviglie: da quasi mezzo secolo appare all’improvviso nell’agenda politica, per svanire poi con pari rapidità. Un fenomeno carsico. Il termine riforma presume, ovviamente, la modifica di uno stato di fatto preesistente. Nello specifico, oggetto del cambiamento è l’organizzazione della città e del territorio; regolamentato da una normativa ad hoc, da una legge positiva. Codificazione per governare un importante aspetto della vita associativa, “positività” che sottolinea l’appropriatezza della norma (predisposta al potere), alla situazione in cui viene emanata. Accade, tuttavia, che la legge-quadro urbanistica nel nostro paese sia datata 17/8/1942; coeva, quindi, ad una condizione istituzionale da tempo scomparsa, adeguata ad un passato assai remoto. Anacronistica, pertanto, rispetto all’attuale situazione epocale (postmoderna anziché relativa ad un industriale maturo). Di conseguenza la norma, al presente, è tutto fuorché positiva in quanto contraddittoria rispetto agli attuali contenuti societari e non adattabile al contesto operativo in atto; impropria quindi sia rispetto alla tradizione del diritto moderno («immerso nell’ossessiva temporalità del divenire», cfr. N. Irti), sia nei confronti della concretezza storica.
La legge citata esemplifica, insomma, un singolare caso di longevità post-mortem; bizzarria che desta una legittima curiosità sulle cause che l’hanno prodotta, e meritevole di una approfondita analisi. Necessariamente ridotta, in questa sede, ad un sommario richiamo.

Al proposito serve, anzitutto, far mente locale allo spirito del tempo in cui è nata la legge: il tramonto del moderno. Un clima che assegnava alla dimensione collettiva, alle ideologie anti-individualiste, allo Stato (reputato, nel nostro paese, etico), al pubblico in genere, una centralità assoluta. Ideologie che hanno contagiato anche la cultura della città, accreditando come ottimale l’ordine funzionalista, erede delle astratte utopie illuministe. Angolazione epocale utile a spiegare come l’assetto politico (democrazia o totalitarismo) fosse – in quel momento – un fattore irrilevante rispetto a questo clima comune; la legge italiana del ’42 è infatti una copia – con insignificanti varianti – delle normative sul tema prodotte dalle liberaldemocrazie europee. Essa si presenta come volto, quindi, dottrinalmente condiviso; cui si deve purtroppo, nel nostro paese, la legittimazione politica della predetta norma nella restaurazione democratica del dopoguerra. Di fatto maschera per schermare, nella materia, il monopolio tecnico-politico pubblico. Etichettata, ipocritamente, come mezzo per realizzare il miglior assetto urbano-territoriale possibile; tradotta nella realtà, per contro, nella “città continua” di Calvino (che è «periferia di se stessa, in cui i luoghi si mescolano»). A conferma che di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno. Comunque, al presente il peccato grave imputabile alla persistenza della legge del ’42, si chiama rimozione del divenire; rifiuto nell’animus – ancor più che nella lettera – al cambiamento sollecitato dalla realtà. Un immobilismo la cui dannosità aumenta esponenzialmente nel tempo. Nella rimozione convergono infatti l’incapacità di ascoltare i fatti nel loro effettuale accadere, il protezionismo delle “idee ricevute”, la sclerotica petulanza della “vecchia gioventù” del ’68, l’umiliante sottomissione delle forze politiche ai poteri di interdizione, eccetera. Un mix che ha ibernato la legge; una esemplificazione di accanimento terapeutico per far sopravvivere un ordinamento normativo in coma irreversibile, quando, all’opposto, occorreva interpretare con tempestività il cambiamento – nelle politiche urbane, negli interventi relativi alle abitazioni di massa, eccetera – secondo pragmatismo, stando alla certezza dei fatti.
Era cambiata la musica; bisognava, anziché bloccarsi sul “già visto”, cambiare lo spartito. Una metamorfosi già in essere nel ’68, non percepita nella cultura urbana del momento per mancanza di immaginazione; deficienza trascritta in un accentuato paradossale conformismo involutivo (più Stato, più pubblico), in un vicolo cieco di tetro burocratismo, di cartacea inattualità. Il percorso del gambero. Ne è seguito, nella organizzazione urbana (per oltre un ventennio), il fissismo del quadro superato dagli eventi; nella cieca e dolosa inconsapevolezza del “congedo dei fondamenti” (a livello di massa), nella (freudiana?) opposizione all’accettazione del fallimento dell’illusione meta-sociale, eccetera.

Solo negli anni Novanta, in corrispondenza del consolidamento della concorrente legislazione regionale, sono percepibili – nella operatività urbanistica – modesti segnali di attenzione alla trasformazione in corso, timide intermediazioni normative emblematiche della domanda emergente dalla realtà. Episodi da non sottovalutare, ma nemmeno da sovrastimare. A cavaliere degli anni 2000 si è finalmente verificata – nella operatività urbanistica – una svolta prodotta principalmente dall’economia, in conformità alla processualità, al mercato, al globalismo, alla rivoluzione comportamentale in atto.
L’instrumentum regni urbanistico è sfuggito di mano al potere. L’economia si è riappropriata del suo naturale ruolo nella crescita urbana, invalidando le artificiose creazioni “in provetta” manipolate dai tecnici-politici, dagli “architetti sociali” educati a Ladoga. Il pubblico si è reso conto (meglio tardi che mai) della inevitabilità della svolta; ha realisticamente archiviato l’autoreferenzialità e i privilegi del monopolio, prendendo atto della traenza esercitata dall’economia nella processualità. Il soggetto economico è intervenuto nel gioco delle parti (pubblico-privato) secondo modalità appropriate alla situazione; assumendo così un ruolo di pubblico interesse, configurandosi come interlocutore forte, come soggetto plurisettoriale, come «industria di imprese che svolgono prevalentemente servizi» (cfr. G. Tamburini); occupandosi, diversamente dalla industria delle costruzioni, oltreché della produzione di infrastrutture e di edifici, di mercati finanziari e gestione del risparmio. Soggetti plurisettoriali interagenti con la galassia della produzione di componenti edilizi, correlati al Gotha progettuale, provvisti – e questo è l’aspetto più importante – dei requisiti per creare ex novo o riqualificare consistenti porzioni urbane (aree dismesse, terrains vagues, grandi servizi richiesti dai consumi, eccetera) in tempi definiti. Agendo in regime di concorrenza l’industria soddisfa la duplice esigenza di creare valore e fornire risposte non evasive al cittadino-consumatore.
In presenza di un quadro strategico inevitabilmente con ampi margini di manovra, l’approccio induttivo praticato dai predetti soggetti economici (real estates) è incomparabilmente più efficace, ai fini dello sviluppo urbano, rispetto alle astratte e incerte congetture prefigurate dalla inefficiente deduttività del potere tecnico-politico. Anche se il pragmatico adeguarsi alle opportunità offerte dalla processualità non può escludere fuorvianze, definite regole del gioco hanno quindi il compito, di evitare liaisons dangereuses fra il pubblico e il privato, espellendo dal campo furbetti e capitani coraggiosi.

Non ci sono giustificate controindicazioni nei confronti dello sviluppo urbano “per frammenti”: la città è un organismo che, per restare vivo, deve cambiare nel tempo. Il cambiamento non può essere sfasato rispetto alla domanda; l’operatività per frammenti – opportunamente regolamentata – osserva questa contestualità, non dà luogo a “tempi morti”. È stato detto che, in tal modo, l’economia è diventata la metafora della politica. È vero, almeno in parte; anche se non c’è motivo di rallegrarsi, perché l’inerzia e le inadempienze della politica denunciano la fragilità di un pilastro della democrazia. È tuttavia motivo di soddisfazione riscontrare che la processualità, nella prassi, ha stoppato la bulimia programmatoria del monopolio tecnico-politico, costringendolo a fare un passo indietro, ad accettare di buon grado un riequilibrio da tempo perduto. Certo fa un po’ specie, adesso, scoprire che molti esponenti politici – magari gli stessi visceralmente ostili ieri al mercato e, sotto sotto, agli “esecrabili vizi” del capitalismo – esaltino, con eguale entusiasmo, i benefici del libero mercato e della globalizzazione. Senza voler pensar male torna alla mente il processo evolutivo dei dirigenti l’orwelliana “fattoria degli animali”. In ogni caso va dato atto al politico che il modo in cui è oggi ha modificato l’idea di come era ieri. Si è reso conto (complice anche il rosso dei bilanci) che è meglio compromettersi con l’economia piuttosto che alienarsi il consenso del cittadino-consumatore (che non apprezza “città morte”, ma chiede sviluppo).
Il nuovo clima ha coinvolto anche i tecnici, gli addetti ai lavori, contrassegnati, in genere, dall’attitudine all’autoassoluzione, dalla ferma volontà di non volere mai pagare pegno. Orgogliosi della loro incapacità di leggere tempestivamente la realtà, compiaciuti della loro abilità nell’occupare sempre la scena. Nostalgici (più o meno apertamente) del tempo in cui l’alienazione del proprio pensiero era compensata, nella rappresentazione prefigurata dal pubblico, dalla illusoria potestà di agire sul reale (il gramsciano “patto demoniaco” analizzato da Elémire Zolla). Tuttavia la conversione bipartisan al mercato da parte dei tecnici e dei politici, non soltanto nelle grandi città ma anche nella provincia più remota, nulla ha potuto, sino ad ora, nei confronti della modifica della legge-quadro. I poteri di interdizione hanno funzionato al meglio.

Un paradosso. Quasi che la legge – formulata oltre mezzo secolo fa – costituisca una sorta di “città proibita”, vivente benché morta, intangibile nonostante sussistano le condizioni per trasformarla. L’attuale maggioranza di centrodestra ha provato a sgretolare le mura della fortezza, con una proposta (legge Lupi, dal nome del relatore) condivisa, in larga parte, dall’opposizione – con l’eccezione della sinistra radicale, dei fondamentalisti delle “idee ricevute”. La legge è stata approvata dalla Camera nel maggio 2005; purtroppo il suo iter parlamentare è stato interrotto alla fine della legislatura. Non è forse inutile riassumerne i capisaldi, conformi alla realtà operante.
La legge, sulla base di un canovaccio flessibile (piano strategico, tutto da definire), problematico nei confronti di un futuro in re ipsa non prevedibile, riconosce che il prioritario mezzo di sviluppo urbano risiede nella sussidiarietà orizzontale (opposta all’attuale verticalismo pubblico), nella negoziazione col privato, nel rispetto di regole d’imparzialità, trasparenza, pubblicità (prerequisiti di un mercato concorrenziale). Con la legge si trasforma il concetto di “standard” – sottratto al tradizionale grossolano automatismo – vengono premiati gli interventi di rinnovo, si suggerisce una ragionevole compensazione “in positivo” dei diritti proprietari eventualmente lesi negli interventi (utilizzando lo strumento della perequazione ed eliminando il punitivo mezzo dell’esproprio). Si ipotizza infine un riordino fiscale (con delega al governo) della materia. I contenuti indicati rimuovono l’attuale contraddizione fra norma e prassi, sanzionando un processo di sviluppo urbano “per frammenti” (suggerito dalla processualità) e la conseguente formazione di “nuove centralità”, concrete alternative per avviare a soluzione il problema delle periferie. Un atto dovuto, uno schema di riferimento indispensabile in presenza di una molteplicità di normative regionali non sempre coerenti ai contenuti brevemente riassunti.
Nonostante le prove di condivisione, la legislatura è finita e la legge è rimasta al palo. Continua il passaggio del cerino acceso ad un futuro probabilmente non dissimile al passato. Anzi, non è irragionevole pensare che una eventuale formula di governo diversa dall’attuale, invece dell’evoluzione, scelga l’involuzione, la retroazione. Una riprova “locale” nel merito si è avuta nel recente Piano regolatore generale di Roma, in cui la sinistra massimalista, afflitta da una viscerale sindrome antimercato, ha imposto l’adozione del vecchio arnese pubblicistico dell’esproprio. Il verificarsi di questi episodi di ottuso rifiuto dello spirito del tempo, è un motivo in più per ribadire l’urgente necessità di “regole del gioco” di riferimento, precondizioni per assicurare uno sviluppo urbano appropriato alla processualità, anche perché la mancanza, nel paese, di un quadro sinottico certo di riferimento nella organizzazione urbana territoriale può alterare il mercato, dando luogo a situazioni di disequilibrio.

Senza regole del gioco vengono infatti favoriti effetti distorsivi. La mancanza di regole comuni può incoraggiare incongruenze nelle legislazioni regionali; suscettibili di essere aggravate in qualche caso dalla scarsa credibilità degli attori. In altre parole, le regole del gioco possono trasformarsi in un “gioco delle regole”, in cui l’unilaterale autodeterminazione del soggetto pubblico può, ad esempio, scambiare il suo ruolo, da arbitro a giocatore, interpretando, magari, in modo troppo estensivo il termine sinergia nei rapporti col privato. O, viceversa, il soggetto privato, forte della sua traenza, può ridurre o annullare (in presenza di un pubblico debole e compiacente o complice) le ricadute positive nel contesto urbano, contropartita dell’intervento. In ogni caso lo sviluppo urbano per frammenti è l’idea creativa vincente nel presente, la scelta obbligata alternativa ai ghetti periferici. Gli eventi si incaricano infatti di ricordare agli smemorati i clamorosi fallimenti degli interventi promossi dal pubblico nel passato prossimo; le “città radiose” (esemplificazioni delle favole fondamentaliste) sono bruciate (come le banlieues parigine) perché socialmente insostenibili, o sono state abbattute (come Le Vele del rione Scampia a Napoli ) perché incontrollabili in termini di sicurezza. Peccato, purtroppo, che siano state costruite con i soldi dei contribuenti...
Per concludere. Servono regole del gioco certe di riferimento, per garantire la trasparenza del processo di sviluppo urbano per frammenti; che non ha nulla a che vedere con la deregolamentazione selvaggia o con un contrattualismo autoreferenziale. In concreto: una legge appropriata al divenire delle città. In materia di organizzazione urbana e territoriale i tempi per la politica sono ampiamente scaduti; se la politica non si affretta a colmare la contraddizione fra norma e prassi deve ammettere che l’economia è la sua metafora, dichiarare esplicitamente la sua insufficienza a governare la realtà.

 

Pierluigi Giordani, urbanista, è stato ordinario di Urbanistica all’Università degli Studi di Padova.

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