Esistono vari modi di mettere in relazione due termini come cultura e politica.
Il più semplice è collegarli con una congiunzione: ma questa
scelta nasconde già una precisa tesi. Politica e cultura si appartengono:
come motivare in maniera qualificante un’affermazione del genere,
che vanta illustri precedenti? Proviamo a contraddire la tesi, sostituendo
alla congiunzione una disgiunzione: l’esperienza di governo del centrodestra
appena conclusa mostra che per questa via si giunge a una separazione infelice.
Il governo Berlusconi ha in qualche modo preferito la politica alla cultura,
attirando due generi di critiche. Da un lato, l’accusa di aver trascurato
la necessità delle risorse per lo sviluppo culturale (tentando, al
contrario, di trasformare il patrimonio storico e architettonico del paese
in un valore commerciabile per ripianare i conti dello Stato). Dall’altro,
il giudizio deluso di chi – anche nello stesso centrodestra –
sperava in un consistente investimento nella formazione di un’opinione
pubblica liberale e di una nuova classe dirigente.
In cosa ha sbagliato il centrodestra? Per rispondere, torniamo brevemente
alla congiunzione tra cultura e politica, e complichiamo ancora il gioco.
Trasformando a turno ciascuno dei due termini nell’attributo dell’altro,
si ottengono due espressioni – politica culturale, cultura politica
– facili da scambiare, ma notevolmente diverse. Contro la politica
culturale di Berlusconi ha puntato il dito chi lamenta la scarsità
dei mezzi destinati alla cultura. La seconda specie di detrattori prende
invece di mira l’incapacità di focalizzare la cultura politica
del centrodestra. La differenza è sostanziale: nel secondo caso,
cultura non rappresenta soltanto un complesso pregevole di beni materiali
e intellettuali, ma un paradigma di significati condivisi che si fa valore
morale e prassi civile e sociale. La politica culturale è anzitutto
una politica, e con il metro della politica va giudicata: valutando la capacità
di mirare al bene comune, di gestire la complessa negoziazione tra gli interessi
in gioco a vantaggio del maggiore numero possibile di attori coinvolti.
Da questo punto di vista, persino i critici più acerrimi hanno concesso
l’onore delle armi all’operato di Urbani, biasimando semmai
la subordinazione delle sue istanze rispetto a quelle del ministero dell’Economia.
D’altro canto, gli stessi critici hanno a suo tempo riconosciuto nei
limiti dei ministri della Casa delle Libertà la traccia di errori
già compiuti dai predecessori di centrosinistra. In ambiti di così
difficile gestione, come in generale nell’esercizio politico, l’abilità
di raccogliere in una sintesi più alta esigenze trasversali rispetto
agli schieramenti può diventare un fattore critico di successo.
Nell’espressione
cultura politica è invece la cultura a guidare. Qui, come dice l’etimologia
stessa, conta la capacità di nutrire e coltivare un sostrato condiviso,
sul quale si innesta un’azione politica destinata a portare frutti
persistenti. Da questo punto di vista, lo sforzo del governo Berlusconi
è stato trascurabile: inferiore non solo alle attese dei suoi sostenitori,
ma alla stessa leggenda sventolata come uno spauracchio dagli oppositori.
Dov’è l’esercito prezzolato per difendere la causa del
Cavaliere? Dov’è l’omologazione massiva al liberismo,
al garantismo, alla deregulation, al riformismo istituzionale, in una parola
al liberalismo? Dov’è l’occupazione militare delle posizioni
chiave dell’opinion-leading? Più di un appello, nei passati
cinque anni di governo, è stato levato verso la dirigenza della Casa
delle Libertà perché almeno una di queste sciagurate profezie
avesse modo di avverarsi: i cinque anni sono terminati, ed è forte
il dubbio che almeno in parte sia dovuto agli appelli caduti – tranne
poche isolate iniziative – sostanzialmente nel vuoto.
Eppure, è ancora da qui che occorre ripartire. Affermare la necessità
di una cultura che genera la politica non significa tornare ai re filosofi,
difendendo una concezione elitaria e intellettualista dell’impegno
pubblico: vuol dire invece risalire alle origini del politico, alla costruzione
del consenso. Ancora una volta, non si parla di un’operazione orwelliana,
ma della progettazione e del consolidamento di una base su cui stringere
il patto tra governanti e governati. Il cemento di questa costruzione sono
i significati condivisi – le conoscenze, i valori, le credenze, le
norme, gli atteggiamenti pubblici e privati – di cui la cultura è
fatta: che in democrazia non si improvvisano, né si impongono, ma
si propongono alla libera scelta degli elettori. Senza essere innervata
da un tentativo serio e meditato di diffondere una cultura, la proposta
politica resta lettera morta, esercizio di potere o propaganda che all’apparir
del vero, misera, cade.
Individuare i significati
condivisi che caratterizzano la proposta liberale, metterli in circolazione,
avanzarli all’attenzione del dibattito politico, è il compito
delle organizzazioni culturali che fanno riferimento all’area di centrodestra.
Quotidiani, riviste, fondazioni, case editrici, associazioni, istituti,
ma anche portali, siti web, blog e altre entità che abitano l’universo
on line svolgono una delicata azione bifronte: in un verso rivolti alla
diffusione culturale, nell’altro all’agenda setting, mediando
tra la società civile e i suoi amministratori. Ma chi fa cultura
politica nell’area liberale opera da mediatore anche in un altro senso,
sposando rivoluzione e conservazione, tradizione e avanguardia. Alla cultura
politica di centrodestra non può bastare la ricerca dell’eccezione:
riconoscere, stimolare, provocare l’emergenza di un nuovo sentire,
che sposta in qua o in là le mura della “città dei liberi”
e ne disegna una mappa sempre più precisa. Occorre anche definire
la regola: scoprire – o riscoprire – i confini in qualche maniera
già tracciati del comune vocabolario politico, dove mediazione vuol
dire traditio, trasmissione, consegna, salvaguardia. Qui il metodo è
il messaggio: il dibattito sorto nel nostro paese sulla crisi dell’Occidente,
animato da contributi decisivi (basti citare quelli del Foglio e della Fondazione
Magna Carta), ha mostrato con chiarezza che non si tratta di indulgere a
un falso progressismo, di liberarsi di valori “obsoleti” in
nome di una modernità coincidente con lo snaturamento.
Esiste invece una modernità diversa, che senza dimenticare le radici
guarda al futuro. Ne è protagonista un individuo libero, nel pieno
dei suoi diritti, ma non isolato: è attraverso le relazioni fondamentali
– la famiglia, la proprietà, il mercato – che egli costruisce
la società civile. Procedere verso la modernità vuol dire
sostenere lo sviluppo: impossibile senza rinnovare un patto produttivo,
anziché scellerato, tra finanza e impresa, nell’ottica di un
liberismo ben temperato. Ancora, modernità resta una parola vuota
senza democrazia; occorre perciò all’interno appoggiare le
riforme istituzionali, e all’estero promuovere l’evoluzione
democratica, unica garanzia di stabilità internazionale e progresso.
Infine, icona affascinante e temibile della modernità sono i mezzi
di comunicazione di massa: la consapevolezza del loro potere non può
far dimenticare che rappresentano un’opportunità di crescita
e di libertà. Così intesa, modernità spicca tra le
parole chiave da diffondere e proporre all’area moderata e liberale.
Paola Liberace, giornalista, è direttore generale della Fondazione
Ideazione.
(c)
Ideazione.com (2006)
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