Molte le fondazioni culturali classificabili (all’ingrosso) come “di
centrodestra”; non sufficientemente incisivo il loro operato. Eppure
se facessimo la somma dei loro introiti – quasi mai di origine pubblica,
più spesso di fonte imprenditoriale o mecenatesca – arriveremmo
a un totale cospicuo. Poiché il tempo dei fiori all’occhiello
è sempre più lontano, conviene domandarsi come provvedere,
in modo che gli enti erogatori abbiano la soddisfazione di vedere i loro
sforzi coronati da un risultato concreto.
Pensando in primo luogo al principale mezzo di comunicazione delle fondazioni
con il pubblico, le riviste, la prima risposta da dare è: specializzarsi
e correlarsi. Dividersi i compiti a seconda delle possibilità. Ciò
comporterà qualche attrito, perché alcuni temi sono più
attraenti di altri: attirano di più l’attenzione. Ma il vantaggio
della specializzazione è tale da compensare qualche sacrificio. Inoltre,
l’interesse del pubblico non dipende solo dal tema trattato, ma anche
e soprattutto dal modo di trattarlo. Se ciascuno, anziché parlare
di tutto, affronta un problema in modo originale, è probabile che
attiri l’attenzione di molti che prima non ci pensavano. La libera
concorrenza, se veramente tale, induce specializzazioni, anche nel commercio
(lo ha dimostrato Pascal Salin).
La cerchia dei collaboratori fissi sarà ristretta: la maggior parte
del lavoro verrà svolto da freelance. Per quanto specifico, infatti,
sia il problema in discussione, per affrontarlo occorrono competenze sparse
tra più specialisti. Costoro, dovranno essere disponibili per più
centri. Un problema angoscioso è la loro retribuzione. In genere,
ormai, anche il lavoro intellettuale va retribuito; e i professionisti tengono
in gran conto l’entità della retribuzione, perché questa
diviene, all’americana, un attestato di stima. Si può risparmiare
da altre parti, in particolare nella composizione tipografica, lasciata
ormai a chi scrive in cambio di un buon onorario, grazie alla scrittura
elettronica. Rimane per contro pesante e inesorabile la distribuzione, decisiva
per far sì che il messaggio non rimanga la voce di un oratore nel
deserto. È inutile nasconderselo: c’è un punto critico
al di sotto del quale si risparmia omettendo di distribuire un’opera
già stampata e mandandola al più presto al macero, in modo
che non ingombri il magazzino.
Alcune modeste proposte
Un mezzo però c’è, per attirare buoni collaboratori
con retribuzioni modeste o perfino nulle: divenire un periodico autorevole.
Anche se vengono letti solo nelle redazioni di altri periodici, certi periodici
acquistano fama di “autorevoli” e attirano collaboratori desiderosi
di divenire autorevoli a loro volta.
La specializzazione serve anche a questo: in particolare a farsi portavoce
di un gruppo compatto e battagliero, anche se relativamente piccolo. In
questo dobbiamo riconoscere che sono in vantaggio le sinistre. Se provate
a fare un censimento dei quotidiani o settimanali giudicati autorevoli nel
mondo trovate moltissimi periodici di sinistra, con tirature non grandi,
ma con pretese di serietà e acutezza: esempio tipico Le Monde. Come
si spiega il consolidarsi di queste fame, siano esse usurpate o no?
Il prestigio oggi viene soprattutto dalla scienza, e sarebbe interessante
studiare i processi attraverso cui divengono autorevoli i mensili scientifici.
Hanno dei comitati di garanti con nomi famosi e direttori di sezione con
il compito di garantire l’attendibilità dei testi. A sua volta,
questa funzione dà ai garanti un prestigio a ritroso, al punto che
dirigere una rivista autorevole è utile in America per ottenere una
cattedra.
Nonostante tali cautele, su quei fogli autorevoli compaiono contributi che
sono vere e proprie “bufale” (cioè: non soltanto congetture
che attendono di essere corroborate o falsificate, come ogni proposta scientifica,
ma che non stanno, come si suol dire, né in cielo né in terra).
La ragione di ciò è che una rivista ha il compito di annunciare
le novità, e la ricerca del nuovo per il nuovo porta spesso alla
frode intellettuale, a volte involontaria, a volte colposa o dolosa. Il
nuovo ha il pregio di sorprendere, ma il sorprendente non è detto
per questo che sia autenticamente nuovo. La teoria delle tracce mnestiche
– per fare un esempio – si trova in Aristotele e fu già
confutata da Plotino, eppure ricompare periodicamente nelle “scienze
cognitive”.
Se questa è la situazione nelle scienze, si pensi a quello che sarà
in politica e in quella che si presenta come scienza politica. Il genio,
si sa, è innovatore, e quando compare a volte è misconosciuto,
a volte no: ma la probabilità è che per genio si spacci anche
chi cerca soltanto di colpire e di far rumore. Probabilità che cresce
tanto più quanto più una scienza è di dominio pubblico.
Ad esempio, sul modo di trovare sempre nuovi numeri primi (che, pure, si
è dimostrato che sono infiniti) nessuno osa dire la sua. Sul problema
della fusione nucleare fredda già ci si può illudere anche
in buona fede. Sulle cause e gli effetti dell’inquinamento pochi si
rimettono con umiltà al parere di altri. In politica generale, poi,
non ci sono specialisti: accade piuttosto che chi è specialista in
tutt’altro campo si presenti come giudice di problemi di cui non sa
nulla. I premi Nobel in particolare, non solo sono tollerati se parlano
di cose che non conoscono, ma sono costantemente invitati a farlo. La via
per divenire autorevoli in campo scientifico suscita dunque molte perplessità
e non fornisce un esempio che si possa applicare in campo politico.
La forza delle minoranze creative
Eppure accade che gruppi politicamente minoritari siano tenuti in considerazione,
pur rappresentando posizioni in contrasto con quelle della maggioranza.
Prendiamo ad esempio i cattolici in Francia. Dalla fine dell’Ottocento
la Francia è uno Stato, non solo laico, ma dichiaratamente laicista;
eppure i pensatori cattolici francesi sono tenuti in una considerazione
ben superiore a quella dei corrispondenti pensatori italiani o tedeschi.
O, almeno, lo erano finché il francese è stato una delle massime
lingue di cultura.
Domandiamoci dunque: come mai tanta attenzione al pensiero cattolico nella
Francia di mezzo secolo fa? La ragione è chiara: i cattolici erano
una minoranza, ma una minoranza che si dichiarava e si definiva con chiarezza.
Erano rispettati anche in Italia docenti come Gustavo Bontadini o Sofia
Vanni Rovighi, ma insegnavano in una università istituzionalmente
cattolica, anche se, grazie a loro, si era aperta a trecentosessanta gradi;
e in un paese dove (almeno allora) l’essere cattolici non faceva notizia.
A Bontadini sentii dire da un collega che lo apprezzava: «Se tu non
fossi un cattolico meriteresti di essere cooptato ai Lincei». Poi
Bontadini lo fu, anche perché lui stesso ironizzava sulla sua situazione.
Raccontava, ad esempio, che un amico gli aveva detto: «Tu, Gustavo,
sei il più grande filosofo. Cattolico. Italiano. Di via Stradella»
(la strada in cui abitava).
Nell’Italia d’oggi non gira più la Madonna Pellegrina
e la professione di fede cattolica è ormai minoritaria. In compenso,
sul soglio di Pietro siede un Pontefice che ha resistito vittoriosamente
alla teologia sociologizzante e agli exploits dei teologi vedètte.
Un gruppo cattolico può far sentire una voce minoritaria su cui l’eccezionalità
attiri l’attenzione. Mettersi in contrasto con l’andazzo corrente
non è difficile, perché la tecnologia biomedica è tutta
occupata a “disorientare i borghesi” sui temi della morale,
con invenzioni sempre più strabilianti in materia sessuale.
Il modo tradizionale di conservare la specie è ancora largamente
praticato (sia pure evitando spesso che dalle premesse discendano le conseguenze);
ma ciò che attira l’attenzione è ormai la riproduzione
in laboratorio.
Ciò coinvolge problemi etici su cui la minoranza cattolica avrebbe
buon gioco nel far prevalere a destra le sue posizioni, mentre dalla parte
opposta una minoranza anch’essa cattolica minimizza il contrasto.
Un indifferentismo etico verso questi problemi è presente anche a
destra, ma evita di farsi sentire, mentre a sinistra sono piuttosto i conservatori
in materia di costume quelli che cercano di defilarsi.
Intorno a questo tema potrebbe dunque formarsi un nucleo di ricercatori
che raccolga in primo luogo le opinioni scientificamente meglio corroborate
sulle conseguenze delle nuove pratiche riproduttive, terapeutiche ed eugenetiche;
e in secondo luogo si richiami ai principi etici, nonché di buon
gusto che sconsigliano certe novità.
Anche questo non è un problema nuovo. Wagner, nel Faust, afferma
che «il modo tradizionale di generare […] è ormai spodestato
quanto a dignità: se l’animale continua a trarne godimento,
l’uomo, con le sue grandi doti, dovrà avere un’origine
più pura, più elevata». Goethe era un “laico”,
ancor più di Marcello Pera, ma credeva nella natura e ne accettava
i procedimenti riproduttivi, anche se rozzi e ineleganti.
Questo tema non è soltanto eine Posse, una burla, come dice il Faust:
è un tipico esempio della difficoltà che la sinistra incontra
nel concepire il diritto quando cerca di applicarlo ai costumi. Kantianamente,
il diritto è il mezzo per rendere compatibile la libertà di
ciascuno con quella degli altri: e solo in virtù della forma può
prescrivere ai singoli certi comportamenti. Le sue norme, per un liberale,
è bene che consistano essenzialmente in proibizioni. In tal modo
ciò che non è proibito risulterà automaticamente permesso.
Con la crisi del giusnaturalismo, però, il diritto cambia pelle:
tende a divenire, non più regolativo e formale, ma costitutivo e
assistenziale. Perciò contenutistico: prescrive che cosa si deve
fare. Lo osservava il giuspositivista Norberto Bobbio già mezzo secolo
fa; e si compiaceva che le leggi aiutassero anziché proibire. Se
non che leggi del genere rimangono dichiarazioni d’intenti. Tutti,
ad esempio, hanno diritto ad avere una casa e un lavoro; ma la legge non
è in grado di dire quale ente (pubblico o privato) glieli debba dare;
e, soprattutto, come debbano essere.
Applicato alla procreazione il diritto può proteggere un legittimo
desiderio quale quello di avere un figlio; ma non può garantirne
la soddisfazione, neppure con la riproduzione artificiale. Per quanto legittimo,
il desiderio di avere un figlio non prevale su norme a garanzia dell’ordine
pubblico, o semplicemente su leggi di natura. Per questo – lecita
restando e plausibile la fecondazione assistita (come quella che si pratica
ormai quasi sempre sulle vacche) – può, e forse deve, essere
proibita la fecondazione in vitro, con le pratiche che la precedono, la
permettono e la seguono. Queste si può ben dire che vadano contro
l’ordine pubblico.
Come organizzare il coordinamento
Un ultimo punto sulla conduzione delle fondazioni associate: cupola o rete?
Ossia, un comando centralizzato che fa capo ad un punto culminante o un
collegamento tra una fondazione e l’altra, senza che si possa individuare
un centro? Il primo modello ha fatto le sue prove (a volte brillanti) nel
secolo Ventesimo, sotto forma di ministero della Cultura popolare. Ma è
adatto ad una guida pubblica dell’opinione. A una sua conduzione libera
e privata si conviene un modello molto meno centralizzato: altrimenti sorgerebbe
il problema di dove collocare il centro e a beneficio di chi o di che cosa.
Il modello preferibile è la rete, in cui ogni fondazione è
collegata – ossia legata da un nodo – a tre o quattro altre
senza che l’insieme svolga un progetto pianificato dall’alto.
Un accordo spontaneo non si raggiungerà sempre perfettamente e in
tutto, ma a cercarlo ci si abitua a poco a poco, in vista di fini politici
comuni che, del resto, non rimangono fissi, ma si modificano nel tempo.
La ricerca del perfetto è nemica del buono.
Vittorio Mathieu, accademico dei Lincei, presidente del comitato scientifico
della Fondazione Ideazione.
(c)
Ideazione.com (2006)
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