Le difficoltà che lo schieramento di centrodestra italiano incontra
ogniqualvolta tenta di muoversi sul terreno della cultura non sono generate
da vera e propria debolezza culturale. Ossia, non derivano da mancanza di
idee, e nemmeno dal fatto che le idee presenti siano invecchiate, irrigidite,
elettoralmente impresentabili. Al contrario, mi pare che proprio in questi
ultimi anni, finalmente, la Casa delle Libertà abbia trovato una
propria collocazione ideologica: una collocazione assai precisa, discutibile
certo ma tutt’altro che anacronistica, e tale che, se la si vende
bene, la maggioranza dei cittadini italiani potrebbe pure comprarsela. No,
le difficoltà culturali del centrodestra non sono propriamente culturali.
Sono politiche. E soprattutto sono sociologiche. Derivano cioè dalla
debolezza delle istituzioni sulle cui gambe quelle idee dovrebbero camminare;
dalla scarsa integrazione che quelle istituzioni hanno coi centri decisionali
politici, ossia dalla scarsa influenza che hanno su di essi e dallo scarso
aiuto che ne ottengono; e, forse più che da ogni altra causa, dall’esiguità
numerica e – diciamolo pure chiaramente – sovente mediocrità
intellettuale del ceto dirigente nazionale e ancor più locale della
Casa delle Libertà. Detto più chiaramente: le idee ci sono
e funzionano; i consiglieri del principe sono pochi, hanno poche risorse
e sono largamente inascoltati; soprattutto, il principe è debole
e incapace di avvantaggiarsi fino in fondo dei suoi consiglieri e delle
loro idee. Ma andiamo con ordine.
Ci sono voluti più di dieci anni perché il centrodestra arrivasse
a elaborare un proprio profilo ideologico ragionevolmente omogeneo, ma mi
pare che infine, anche sulla spinta dell’11 settembre, la meta sia
stata più o meno raggiunta. Questa stessa rivista, Ideazione, è
stata testimone e protagonista almeno di alcuni dei passaggi che si sono
resi necessari perché l’obiettivo fosse conseguito. Alla metà
degli anni Novanta era il modello anglosassone a dare sostanza ideologica
alla parte più innovativa dell’allora nascente centrodestra
italiano: un sistema politico bipolare e maggioritario, una politica economica
liberale e liberista, una politica sociale individualistica quando non libertaria.
A questa linea ideologica se ne intrecciavano altre, e in particolare se
ne intrecciava una (poco esplicitata in termini culturali perché
tradizionalmente scarsa di legittimità, ma robusta a livello di mentalità)
assai meno liberale-anglosassone e assai più conservatrice-nazionale:
non tanto sul versante istituzionale, quanto piuttosto sul versante economico
– nella forma dello statalismo – e su quello sociale, oltre
che nel suo preminente interesse intellettuale per la questione dell’identità
italiana, in tutte le sue forme, piuttosto che per l’importazione
nella Penisola di modelli politici stranieri.
Negli anni questa scissione
si è senz’altro attenuata. Se da un lato rimane indubbio che
l’Italia continui ad avere bisogno – disperato bisogno, e urgente
– di emendare i propri corporativismi, il proprio carattere gerontocratico,
di abbattere le rigidità e le barriere che ne ostacolano la competitività
– ovvero se da un lato rimane indubbio che c’è ancora
tanto lavoro liberista da fare – dall’altro lato è sempre
più evidente che lo sviluppo economico e la capacità di competere
sul mercato mondiale non rappresentano l’unico terreno sul quale si
giocano le partite di quest’inizio millennio. L’11 settembre,
come accennavo sopra, ha fatto molto per riportare al centro dell’attenzione
questioni più specificamente politiche, nella forma della politica
identitaria da un lato e della politica internazionale dall’altro.
Ossia nella forma dell’identità e dell’interesse nazionali.
Non più coniugati tuttavia, come spesso è accaduto nel passato
in un modo alquanto impolverato e nostalgico, quasi si trattasse di una
tarda “rivincita” del patriottismo tradizionale, gravemente
vulnerato con la fine del fascismo e poi definitivamente affossato dalla
svolta culturale degli anni Sessanta. Ma inseriti all’interno di un
più vasto quadro culturale occidentale: identità e interesse
nazionale italiani come elementi fondamentali dell’identità
e dell’interesse dell’Occidente, e bisognosi di tutela poiché
l’intera area europeo-occidentale e nord-atlantica deve oggi ritrovare
la propria ragion d’essere, e difendersi dai mali congiunti dello
scetticismo interno e del fondamentalismo esterno.
La vicenda culturale qui brevemente illustrata fa sì che oggi lo
schieramento di centrodestra possa fondarsi su di un patrimonio ideologico
piuttosto ben definito e ragionevolmente condiviso. Un patrimonio fatto
di liberalismo economico (ricordo che sto parlando di ideologia, non di
prassi politica!), di atlantismo nelle relazioni internazionali –
e di un europeismo che non sia interpretato in contrapposizione all’atlantismo
–, di tutela gelosa d’una certa visione dell’identità
occidentale e dell’identità italiana al suo interno. Una visione
– per dirla in breve – che salvaguardi i capisaldi liberali
di quell’identità ancorandoli alla tradizione. Questo tipo
di patrimonio, oltre a essere chiaramente definito e ragionevolmente condiviso
nell’ambito della Casa delle Libertà, è anche aggiornato
ai tempi, tale da rendere possibile la creazione di rapporti solidi con
forze politiche e correnti culturali europee ed americane, e soprattutto
elettoralmente spendibile. Uno schieramento che si fondi seriamente su di
esso, insomma, e che lo interpreti in maniera moderata ma con rigore, evitando
se possibile cadute di gusto, può certo aspirare a raccogliere il
voto della maggioranza del paese.
Per molti versi, questa è già stata l’ideologia del
governo Berlusconi. Si è formata proprio nel corso dell’ultimo
quinquennio, attraverso passaggi in larga misura non controllati e neppure
voluti dal ceto politico della Casa delle Libertà – l’11
settembre, la guerra irachena, il referendum sulla procreazione artificiale
–, e spesso addirittura all’insaputa di quel ceto, prendendolo
quasi di sorpresa. L’enuclearsi di questo patrimonio di idee, anzi,
ha rappresentato una conseguenza politica notevole – forse la conseguenza
politica più notevole – del lustro di governo del centrodestra.
Se così è, se le idee ci sono – e per tanti versi appaiono
meno invecchiate di quelle dello schieramento opposto, e la Casa delle Libertà
appare assai più compatta intorno a quelle idee di quanto lo schieramento
opposto non lo sia intorno alle proprie –, che cosa manca perché
il centrodestra italiano abbia una politica culturale non dico degna di
questo nome, ma per lo meno decente? Come accennavo in principio, mancano
la “potenza di fuoco” culturale e un ceto politico capace di
utilizzarla. Nelle pagine conclusive di questo scritto proverò a
illustrare alcune questioni relative all’un problema e all’altro,
farò un appello alla politica (ma con lo stesso spirito che portò
Einaudi a definire “inutili” le sue “prediche”),
e avanzerò una proposta concreta.
La “potenza di fuoco” culturale si costruisce principalmente
con il denaro. E poiché per le idee di centrodestra il mercato culturale
italiano è non soltanto assai meno ricco di quanto non sia per le
idee progressiste, ma in assoluto decisamente asfittico, quel denaro non
può che venire – in larga misura se non del tutto – dal
mecenatismo interessato della politica. La classe politica della Casa delle
Libertà dovrà prima o poi imparare che fondazioni, case editrici,
riviste, siti internet debbono essere sostenuti con risorse politiche (il
che non vuol necessariamente dire pubbliche): soltanto così il centrodestra
potrà almeno provare a uscire dalla sua condizione di minorità
storica, erigere una rete culturale solida che sia anche luogo di formazione
di classe dirigente, avviare eventualmente una sorta di “campagna
acquisti” nel campo avverso. Da questo punto di vista, il quinquennio
del governo Berlusconi è stato largamente (pure se non del tutto)
sprecato. Considerato che anche l’ideologia quel governo se l’è
dovuta cercare per strada, lo spreco è in fondo comprensibile –
anche se non perdonabile. Permettere che si ripeta sarebbe però suicida.
Anche perché riviste, fondazioni, case editrici, siti internet, ci
sono già. E il loro mestiere in fondo l’hanno fatto non troppo
male, considerate le risorse di cui potevano disporre.
Come accennavo sopra,
allargare il proprio richiamo culturale significa anche fare “campagna
acquisti” in campo avverso. Ovvero attrarre intellettuali e correnti
di pensiero che non appartengono “naturalmente” al proprio campo,
ma che per prossimità ideologica o per interesse possono tuttavia
esservi cooptati. In cinque anni di governo, ça va sans dire, il
centrodestra mi pare sia riuscito a perdere intelligenze più che
a guadagnarne. La debolezza del suo contesto culturale rende quanto mai
urgente che questa tendenza sia rovesciata. Con un caveat, però.
Che allargare il proprio spettro ideologico non può significare annacquarlo
– non oltre certi limiti, almeno. Partiti per egemonizzare, non si
può finire egemonizzati. Da questo punto di vista, l’operazione
meglio riuscita alla cultura di centrodestra – operazione di cui bisognerebbe
valutare la riproducibilità in altri settori del mondo della cultura
– è certamente quella de Il Foglio. Il quotidiano di Giuliano
Ferrara ha coniugato magistralmente il rigore ideologico con la qualità
intellettuale. Non solo: malgrado il rigore ideologico, è riuscito
a diventare un interlocutore e un polo di attrazione anche per intellettuali
di convinzioni politiche differenti. Ogni riferimento al fatto che il direttore
de Il Foglio ha imparato nel pci a fare politica culturale sarebbe a questo
punto tutt’altro che casuale. Né casuale sarebbe il riferimento
alla capacità di Ferrara di trasformare il proprio giornale in un
salotto, conferendo in questo modo legittimità a chi vi collabora,
e rompendo così di forza l’assedio che circonda in Italia la
cultura moderata (devo a Eugenia Roccella quest’ultima considerazione.
A me istintivamente il carattere salottiero de Il Foglio dava piuttosto
fastidio). Su quel modello, in ogni caso, bisognerebbe attirare l’attenzione
di tutta la classe dirigente della Casa delle Libertà: dei populisti
leghisti che danno mazzate in testa al politicamente corretto, e sono mazzate
sacrosante, ma date malissimo; dei berluscones persuasi erroneamente che
in politica le cosce delle veline contino di più dei filologi romanzi;
dei centristi post-democristiani convinti di non avere bisogno della cultura,
perché loro già sono establishment – e non si accorgono
che con loro l’establishment non ci starà mai per davvero.
La cultura infine non
può servire a molto, se manca una classe politica capace di farne
uso. E non vi può essere dubbio alcuno che la Casa delle Libertà
abbia un problema pressante di quantità e qualità della classe
politica. La componente principale della coalizione, Forza Italia, è
nata – ed è voluta nascere – come un partito antipartitico
e carismatico, e negli anni non pare aver prodotto dei meccanismi istituzionali
affidabili di formazione, selezione e riproduzione delle élite. I
risultati elettorali quanto mai deludenti che il centrodestra ottiene nelle
elezioni locali, così come lo iato che imperante il maggioritario
poteva osservarsi fra i voti dei candidati e quelli delle liste, sono da
questo punto di vista assai significativi: non appena si esce dal terreno
dell’ideologia politica e ci si distacca dalla mediazione carismatica
del Cavaliere, ossia non appena diventano importanti le qualità personali
dei dirigenti politici, gli elettori fuggono verso l’altro schieramento
o si rifugiano nell’astensione. Si crea così un circolo vizioso,
per il quale il centrodestra perde le elezioni amministrative per scarsa
presentabilità dei propri candidati, e di conseguenza si trova nell’impossibilità
di utilizzare le amministrazioni locali come luogo di formazione di una
classe politica maggiormente presentabile. Mi pare che questo elemento debba
essere sottolineato con particolare forza: con l’indebolimento quando
non la scomparsa dei partiti, e con la moltiplicazione dei centri di decisione
politica, i poteri locali sono diventati dei luoghi fondamentali di costruzione
delle élites. La debolezza cronica a livello comunale, provinciale,
regionale non implica dunque soltanto la perdita di centri di potere, ma
rende impossibile accedere a un vivaio di classe dirigente: le persone di
qualità, ambiziose e ideologicamente non troppo orientate che vorranno
fare politica migreranno verso lo schieramento avverso; quelli invece ideologicamente
orientati avranno grandi difficoltà nel trovare sbocchi e risorse
nella vita pubblica, e anche quando li trovassero non potrebbero mettere
alla prova i propri talenti amministrativi, né svilupparli. La debolezza
cronica a livello locale di oggi, insomma, garantisce la debolezza cronica
a livello nazionale di domani. Soprattutto quando sarà venuto meno
il carisma di Berlusconi.
Come può il centrodestra
spezzare questo circolo vizioso? Provo ad avanzare una proposta. Se i meccanismi
“naturali” di formazione e selezione della classe politica non
funzionano, bisogna crearne di artificiali. E il meccanismo artificiale
di formazione e selezione più rilevante che il genere umano abbia
inventato è certamente la scuola. Un modo ovvio per migliorare la
qualità e quantità del ceto politico della Casa delle Libertà,
mettendolo fin dall’inizio in contatto con l’elaborazione culturale
di centrodestra, sarebbe dunque creare una o più scuole di partito.
Serie, approfondite, esigenti. L’idea, come ho già accennato,
è ovvia, tutt’altro che nuova. All’inizio di settembre
si terrà la prima Summer School della Fondazione Magna Carta, con
un corpo docente assai qualificato, ed esattamente con questo scopo. È
un inizio eccellente ma è, appunto, soltanto un inizio. Di nuovo,
ben altra potenza di fuoco ci vorrebbe. Quella potenza che soltanto una
volontà politica dotata di risorse politiche può mettere in
campo.
Giovanni Orsina, docente di Storia contemporanea all’Università
luiss-Guido Carli di Roma, direttore scientifico della Fondazione Luigi
Einaudi.
(c)
Ideazione.com (2006)
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