Avvertenza
per il lettore: qui non si fa nessun piagnisteo. Non scriverò che
la politica culturale del centrodestra non esiste. Non batterò i
pugni sul tavolo per chiedere ai leader politici di svegliarsi e guardare
l’orizzonte. Non farò alcun appello alla buona volontà
del Palazzo. Parafrasando il Rett Butler che si rivolge a Rossella O’
Hara: francamente, me ne infischio. Ideazione mi ha chiesto di riassumere
in tre punti quali cose dovrebbe fare il centrodestra. E io mi sono chiesto:
ma perché mai offrire a questa classe dirigente delle idee? Hanno
governato per cinque anni e hanno ignorato allegramente tutti noi. Quando
uso questa parola, “noi”, intendo il gruppo di Ideazione, i
blogger di TocqueVille, i non pochi cani sciolti del mondo delle lettere
e delle arti, i giornalisti non ancora fagocitati dal pensiero a una dimensione,
quelli di “noi” che hanno un libro nel cassetto e forse mai
avranno un editore.
Ecco, in questo “noi” che ricorda Lord Jim e l’avventura
di Conrad c’è la nostra cifra stilistica, la distanza siderale
che ci separa da “quel” mondo. Mentre “noi” surfiamo
su Internet e navighiamo nel mare della contemporaneità, il centrodestra
ha buttato all’aria la sua occasione per creare un’onda lunga,
uno tsunami culturale in un paese dominato dalla cupola delle lettere e
delle arti. Ha preferito le Veline. Nessuna idea per chi ha fallito nella
sfida più importante, coraggiosa, utile per il futuro. Nessuna idea
per chi non ha né i titoli né la dimensione intellettuale
per capire. Non è più il loro turno. È invece il momento
di quelli che in questi anni hanno continuato in splendida solitudine a
elaborare idee, scrivere, viaggiare, creare contatti, relazioni, guardare
il mondo sempre con gli occhi stupiti di un bimbo ma con il realismo dei
saggi. È il momento giusto per “noi” e non per “loro”.
Nessuna contrapposizione. Si tratta solo di ricambiare con una consapevole
e fiera indifferenza all’ignorante indifferenza del centrodestra e
dei suoi leader. Regolate le cose con il mondo politico, resta invece da
capire che cosa fare per continuare a esprimere le proprie idee in un’Italia
che è entrata in una ammorbante stagione di conformismo culturale.
Uno. Internet
Negli Stati Uniti sta succedendo ora: la gerarchia tra le fonti si sta rivoluzionando.
Internet sta per diventare la fonte primaria di informazione e questa ondata
presto travolgerà il tradizionale sistema dei mainstream media anche
in Europa. Qualsiasi progetto politico culturale dunque deve cominciare
dalla Rete e dai blog. Bisogna dunque incoraggiare la liberalizzazione di
Internet e stare attenti a qualsiasi progetto che mini la facilità,
velocità, economicità d’accesso. In passato era fondamentale
l’accesso all’istruzione, oggi invece devi essere connesso.
Gli esempi di rovesciamento della gerarchia delle notizie oltre Oceano si
sprecano, uno degli esperimenti più interessanti è quello
di Pajamas media. Un gruppo di blogger che copre il notiziario planetario
in tempo reale ed è ormai in grado di dare le notizie prima e meglio
dei mezzi tradizionali di informazione.
È questa politica culturale? Certamente. Perché se il sistema
a voce monocorde dell’informazione espone solo una visione del mondo
(e vi lasciamo immaginare quale) ecco che sono necessarie navi corsare.
Tocqueville in questo senso è un modello sempre più interessante.
Al suo primo anno di vita, questo laboratorio digitale dell’area liberal-conservatrice
rappresenta il meglio del pensiero politico sulla Rete e un modello per
chiunque nel nostro paese voglia intraprendere questo cammino. Quando la
massa delle connessioni a larga banda in Italia raggiungerà tutti
i centri abitati, quando il pervasive computing sarà capace di agganciare
qualsiasi utente in modo facile e veloce, allora la propagazione delle idee
non dipenderà più né dalla televisione né dai
giornali. Escludo la radio, strumento che occuperà il secondo capitolo.
Politica culturale è dunque sostenere la liberalizzazione del mercato
delle telecomunicazioni, smantellare gli oligopoli del cavo, spingere la
politica a introdurre cultura digitale nelle scuole e nelle università.
L’ultimo rapporto dell’ibm e dell’Economist Intelligence
Unit sul digital divide nel mondo mette in luce le lacune del nostro paese:
occupa il 25° posto nella classifica globale, perde una posizione rispetto
al 2005 ed è indietro rispetto a tutti i paesi ue avanzati, escludendo
dunque Grecia, Portogallo e i nuovi Stati dell’Est che hanno fatto
ingresso in Europa con l’allargamento. La politica si occupi di far
costruire autostrade digitali a pedaggio ridotto, saranno altri a far camminare
le idee. Politica culturale è banda larga per tutti.
Due. Radio
In regime di par condicio la politica ha riscoperto la radio. Conclusa la
campagna elettorale quel vecchio apparecchio caro ai nostri genitori, quel
suono così bello che accompagna la nostra vita, è stato rimesso
in soffitta. Errore. Oggi la radio è potenzialmente il mezzo migliore,
più efficace e penetrante, per agitare il mare della cultura e della
politica, per diffondere idee tra i giovani e i meno giovani. Si obietterà
che le frequenze costano ed è vero. Ma questa obiezione è
figlia di un modo di pensare obsoleto, chi ragiona in termini di etere è
letteralmente cieco e sordo. Non vede che cosa sta succedendo nel mondo
reale. La radio oggi è tecnologicamente qualcosa di più completo
e complesso rispetto al passato. Radio è streaming di musica e notizie
su Internet, radio è trasmissione satellitare (sulla quale si sta
lavorando, con non poche difficoltà, in Europa per giungere ad un
unico standard di trasmissione), radio è la rivoluzione del podcasting
che consente di scaricare il file audio-video su un dispositivo portatile.
La radio è in casa, in ufficio, in macchina, in aereo, in treno,
nelle tue tasche, tra poco al polso e nel telefono. Apple è già
al lavoro per mettere in commercio un Ipod-telefono. La radio è ovunque,
abbatte le barriere dello spazio, del tempo e delle generazioni. Figurarsi
quelle della politica e della cultura. In questo caso si tratta solo e soltanto
di cominciare a mettere in posa i mattoni per costruire una radio che sappia
fondere entertainment musicale e informazione. Stando dall’altra parte
della barricata e infrangendo rumorosamente il totem e il tabù della
sinistra che crede di avere il monopolio del microfono.
Tre. Televisione (e cinema)
Siamo arrivati al tubo catodico e al grande schermo. Ci si dibatte inutilmente
sulla questione del duopolio mentre pochi si sono resi conto che il digitale
e il satellite sono a portata di mano. La tv generalista ha un futuro ristretto,
la tv on demand e tematica ha un orizzonte vastissimo. La differenziazione
del pubblico sarà sempre meno per fasce orarie e canali e sempre
più per contenuti e facilità di visione. Chi rende file video
disponibili su Ipod avrà un avvenire certo, chi produce programmi
rivolti a un pubblico specifico sarà premiato, chi lascia perdere
i reality show e si imbarca per fare la traversata con i citizen journalist
che raccontano la realtà avrà una prateria da cavalcare. In
questo caso, chi fa politica culturale deve lavorare per potenziare le piattaforme
alternative e ridurre i costi di accesso. Le idee più semplici sono
quelle migliori. Si è parlato a lungo di Michael Moore e del suo
documentario sull’11 settembre 2001. Bene, bravo, non ci interessa
il bis. Su questo piano, sarà interessante l’impatto sul pubblico
della brillante idea della regista americana Deborah Scranton che ha fatto
la cosa più semplice: ha messo una telecamera digitale in mano a
tre soldati della Guardia Nazionale in missione in Irak per un anno. Il
risultato, a giudicare dal trailer e dalle recensioni negli Stati Uniti,
è eccezionale. C’è chi parla di pietra miliare del giornalismo
e non stentiamo a crederlo. La guerra nel triangolo sunnita vista dall’occhio
dei soldati, il mondo reale contro la cultura del reality, il citizen soldier
che diventa citizen journalist.
Che questo sia stato
possibile realizzarlo con i soldati degli Stati Uniti e non, per esempio,
con gli italiani presenti a Nassiriya, la dice lunga sul giornalismo televisivo
e sul cinema del nostro paese, nonché sull’arcaica cultura
che domina i vertici delle Forze Armate. Il costo di realizzazione di War
Tapes non è quello finanziario, ma quello personale. Dietro c’è
il rischio della vita. In questo momento in Iraq non c’è neanche
un giornalista italiano, presto non ci saranno neppure i soldati. È
incredibile come nessun documentarista abbia sentito il bisogno di girare
qualcosa di diverso dalla propaganda anti-guerra, che nessuno abbia avuto
l’idea di girare un film con l’occhio di chi la guerra la combatte,
un primo piano sulla trincea e non sulle bandiere arcobaleno che sventolano
dal balcone delle comode case in centro. Produrre e offrire al pubblico
una visione del mondo diversa da quella a una dimensione che ci viene spacciata
oggi per cultura non è poi così difficile in un mondo che
sta rivoluzionando gli antichi canoni. Non è il momento di piangersi
addosso o di fare appelli. È il momento, semplicemente, del pensare
e del fare. Chi ha idee e forza di volontà può superare i
molti ostacoli e ignorare tranquillamente il mondo della politica. Nessuna
idea per chi non apprezza quel bene scarso che si chiama intelligenza. Lasciamo
che il treno della politica viaggi sul suo binario. È un binario
morto.
Mario Sechi, vicedirettore de il Giornale, si occupa di politica interna
ed estera.
(c)
Ideazione.com (2006)
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