La geografia
politica disegnata dalle elezioni del 9 e 10 aprile 2006 segna il riemergere
della questione settentrionale. Incarnata prima dalla spinta antifiscale
e riformatrice della Lega Nord e poi eclissata dall’astro di Silvio
Berlusconi – che promettendo un nuovo miracolo italiano si è
rivolto a tutti i moderati di ogni latitudine, laddove il Carroccio aveva
cercato i consensi di chi stava a Nord, moderato e no – il male delle
regioni padane si pone nuovamente come una delle ferite irrisolte nel tessuto
del paese. E questa volta assume la forma di una contrapposizione tra una
Padania che sceglie il centrodestra e un’Italia governata dal centrosinistra.
La frattura però va ben al di là di sintomi quali le transitorie
preferenze elettorali o l’assenza dall’esecutivo guidato da
Romano Prodi di ministri lombardi e veneti (con l’eccezione della
milanese Barbara Pollastrini, titolare delle Pari opportunità e priva
di portafoglio).
Rispetto al passato, la risposta che la politica fornisce al mal padano
presenta alcune peculiarità. In primo luogo la posizione del Cavaliere:
grazie alla sapiente gestione della campagna elettorale e agli errori degli
avversari, che hanno trasmesso la sensazione di voler aumentare ulteriormente
la pressione fiscale, l’ex premier ha saputo consolidare i suoi consensi
a nord della linea gotica. Forza Italia è il primo partito nelle
regioni più produttive del paese e la radicalizzazione dello scontro
ha risvegliato il sogno mai sopito di un autentico federalismo fiscale,
complice l’appuntamento referendario del 25 giugno. È vero
che la cdl mantiene posizioni anche solide in regioni importanti del Mezzogiorno,
su tutte la Sicilia, ma la continuità e la compattezza del Nord sono
una realtà da cui il Cavaliere non può prescindere –
da qui la mano tesa a Umberto Bossi per la costituzione di una federazione
tra Lega e fi, una sorta di revisione in chiave settentrionale del partito
unico dei moderati (dove a restare spiazzati sono an e udc, mentre in precedenza
era il Carroccio a guardare al progetto con scetticismo).
A sua volta la Lega, che ha il merito storico d’aver interpretato
la questione settentrionale e quindi l’esigenza di una riforma federalista,
attraversa una crisi senza precedenti. La crisi origina dalla malattia di
Bossi, che ha impedito al capo di mantenere il controllo del movimento,
ma ha radici più antiche e profonde. I militanti, infastiditi dal
comportamento giudicato scorretto degli alleati (in primis an e udc) e poco
entusiasti di concedere fiducia a quello che per molti di loro è
ancora il “mafioso di Arcore” (a cui pure viene riconosciuta
la lealtà devoluzionista), non riescono a rivivere l’entusiasmo
che in passato li spingeva a dedicare al Carroccio tempo, denaro e fatica.
Soprattutto, quel che li frastorna è la contraddittorietà
dei messaggi che ricevono dalla classe dirigente: l’asset della Lega
finora era stato quello di superare gli steccati tra destra e sinistra per
rivolgersi agli elettori con un messaggio unico, rimbombante, rivoluzionario:
all’osso, il messaggio era «voi siete gli schiavi fiscali di
qualcun altro». Il rapporto immediato tra la Lega e gli elettori,
meglio, tra Bossi e gli elettori, ha cominciato a incrinarsi seriamente
col patto col centrodestra, ma si è inabissato nel tunnel dell’incomprensione
quando (ed è un fenomeno che inizia poco prima) la classe dirigente,
Bossi compreso, ha iniziato a parlare una lingua nuova e pasticciata. Dalla
protesta fiscale si è passati a fantasiose ricostruzioni geopolitiche
(ricordate il “fratello Milosevic” e le trame misteriose della
cia?) e poi a una girandola di dichiarazioni ora anticlericali ora papiste,
ora europeiste ora contro forcolandia, ora abbasso Fazio ora viva Fazio,
e così via; per non dire della pressante retorica sul protezionismo,
che ha trasformato la battaglia per una Padania tesa verso la globalizzazione
nella lotta a difesa di un Nord assistito e chiuso su se stesso.
I mille volti della Lega Nord
Su
tutto si sono innestati due ulteriori fenomeni. Per un verso la contiguità
sempre più marcata tra Via Bellerio e alcune frange tradizionaliste,
lefebvriane o addirittura sedevacantiste, che hanno imposto battaglie come
quella a favore della famiglia tradizionale o contro aborto e divorzio –
temi su che si possono condividere oppure no, ma su cui difficilmente un
movimento come la Lega risulta attraente rispetto a competitori politicamente
e culturalmente più attrezzati. Secondariamente, appunto, l’infermità
di Bossi e il venire meno della leadership carismatica che fino a quel momento
aveva consentito alla Lega di sorvolare le incomprensioni e di dare una
voce alle speranze, sempre meno accese per la verità (lo dimostrano
i trend elettorali), del Nord. Gli elettori erano disposti a concedere una
cambiale (quasi) in bianco a Bossi: ai suoi colonnelli, no. Rispetto alle
regionali del 2005, alle politiche del 2006 la Lega in Lombardia è
calata dal 15,8 per cento all’11,7; in Piemonte dall’8,5 al
6,4; in Veneto si è mantenuta sul 14,7, anche perché l’erosione
(a favore di altri movimenti autonomisti) si era già consumata. Nelle
stesse regioni, Forza Italia è passata dal 26 al 27 per cento; dal
22,4 al 23,6; e dal 22,7 al 24,5. Complessivamente, nel Nord la Lega si
è rivelata un player minore, determinante ma in declino: il suo 8,5
per cento è al di sotto del 10,9 di an e del 23,9 di fi, ed è
incalzato dall’udc col 6,3.
L’assenza del segretario federale ha scatenato una guerriglia interna,
che prima è rimasta sotterranea per poi stagliarsi sempre più
nitida sullo sfondo della politica nazionale. Le motivazioni degli scontri,
così come le posizioni e le alleanze tra i colonnelli e le loro cordate,
sono cambiati, ma al fondo c’è sempre l’esigenza di dare
una testa a un movimento che, dall’oggi al domani, si è trovato
acefalo. L’aspetto più enfatizzato dello scontro è stato
quello tra i movimentisti di Giancarlo Giorgetti e i ministeriali di Roberto
Calderoli, ma è uno schema che non tiene: intanto perché lo
stesso Giorgetti si è ritagliato il doppio ruolo di interlocutore
del Cavaliere e sacerdote del bossismo. Poi perché Calderoli, che
già godeva di scarso credito dentro il movimento, è stato
costretto ad assumere un basso profilo a causa della vicenda delle vignette
su Maometto. Infine perché questa analisi semplicistica trascura
il ruolo di Roberto Maroni e ignora del tutto i movimenti spontanei della
base. Ed è qui la chiave per comprendere quanto sta accadendo.
Maroni, che come ministro ha riscosso apprezzamenti bipartisan, è
da sempre indicato come l’eterno numero due del Carroccio («e
non ci sono numeri due in grado di diventare numero uno», ha malignato
il direttore dell’house organ La Padania). È in ogni caso l’unico,
tra gli esponenti più in vista, a godere contemporaneamente di un
sostegno sedimentato nella roccaforte varesina e ad avere una credibilità
interna ed esterna. A differenza di Giancarlo Pagliarini (che peraltro è
stato pesantemente ridimensionato prima da Bossi e poi da Giorgetti con
l’esclusione dalle liste per la Camera e il Senato) è riuscito
a costruirsi l’immagine di politico a 360 gradi (non di mero esperto
economico del partito) e non si è mosso da battitore libero. Tra
i due tuttavia c’è un certo feeling, o almeno una lealtà
venata di reciproca stima, che s’incrocia col rapporto di entrambi
con Gilberto Oneto, animatore della Libera Compagnia Padana (il pensatoio
indipendentista vicino al Carroccio) e da sempre critico nei confronti delle
sbandate del movimento.
Oneto e Pagliarini hanno promosso una raccolta di firme, aperta anche a
coloro che sono stati espulsi o hanno abbandonato la Lega senza poi aderire
ad altri partiti che non fossero autonomisti, per l’indizione di un
congresso straordinario. Il congresso dovrebbe sciogliere il nodo della
leadership (affiancando a Bossi una sorta di direttorio, il modo più
soft per traghettare la Lega verso una nuova governance) e dare al partito
una linea più coerente con la sua tradizionale mission. Si dice che
Maroni (che del resto ha rotto, in un’intervista al Corriere della
Sera, il tabù dell’intangibilità della leadership bossiana)
guardi con simpatia alla manovra di Oneto e Pagliarini, consapevole che
il Progetto Ducario (come l’hanno chiamato gli ideatori, in memoria
del guerriero celta che uccise il console romano Gaio Flaminio) porterebbe
acqua al suo mulino. Che l’iniziativa non sia peregrina e che non
punti alla costituzione dell’ennesimo clone della Lega lo dimostrano
non solo le credenziali leghiste di Oneto e Pagliarini, ma anche la visibile
irritazione con cui altri maggiorenti del partito guardano a Ducario. Per
esempio, a Oneto è stato impedito di prendere la parola in una manifestazione
a Chiari, in provincia di Brescia, a cui pure era stato invitato. È
improbabile che una semplice raccolta di firme, a prescindere dal successo,
possa cambiare la costellazione di potere che regge la Lega: il carattere
della manifestazione e le motivazioni dei promotori, però, sono un
campanello d’allarme preoccupante almeno quanto le débâcle
elettorali.
Una nuova leadership per la questione settentrionale
Il
fatto è che, orfana di un interprete genuino come la Lega, la questione
settentrionale rischia di restare ancora una volta un sordo brontolio all’orizzonte,
di non tradursi in un reale cambiamento. Dopotutto, a ben guardare l’esperienza
del Carroccio, che dopo aver spazzato via la Prima Repubblica si è
ridotto a mendicare brandelli di autonomia assiso su un bottino elettorale
ch’è l’ombra dei tempi che furono, indica come il pessimismo
di un protagonista della fase ascendente del movimento, Gianfranco Miglio,
non fosse fuori luogo. Nella campagna per il referendum sulla devolution
si è assistito all’ennesimo dissidio, con Bossi che lanciava
segnali di dialogo al centrosinistra e Maroni che chiudeva, barricandosi
a difesa della riforma. Ma anche a prescindere da questo, oggi il Nord può
contare su una congiuntura politica favorevole: il motore dell’economia
italiana è governato da maggioranze ostili a quelle che hanno in
mano le leve del potere centrale. Intanto, il futuro della cdl, e ancor
più del partito unico se mai vedrà la luce, sembra intrecciato
all’abilità nell’intercettare la domanda dei ceti produttivi,
e quindi in massima parte della borghesia settentrionale. Infine, il centrodestra
al Nord può contare su individui come Roberto Formigoni e Roberto
Maroni che hanno dimostrato fiuto politico e coraggio. Ma alla fine quel
che conta è altro: si dice che per completare una rivoluzione ci
vogliono le condizioni, le idee e la leadership. Sulle prime non c’è
dubbio: è lecito invece nutrire qualche perplessità sulla
capacità del centrodestra di coagularsi attorno a un leader, che
peraltro come tale deve ancora emergere, che sappia sedurre il Nord con
una visione aperta, ottimista, spregiudicata.
Carlo Stagnaro, direttore del dipartimento Ecologia di mercato dell’Istituto
Bruno Leoni, collabora con la rivista statunitense Tech Central Station.
(c)
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