Per quanto
le statistiche possano non essere assolutamente affidabili o esatte, la
Cina, con una crescita di proporzioni storiche, sta rapidamente raggiungendo
lo status di protagonista mondiale del Ventunesimo secolo. La sconfitta
subita da parte britannica nella guerra dell’oppio all’inizio
degli anni Quaranta dell’800 avviò un periodo di declino. Quando
i comunisti andarono al potere nel 1949, la Cina rappresentava meno dell’1
per cento dell’economia mondiale. Con l’inizio delle riforme
economiche sotto Deng Xiaoping nel 1979, la Repubblica popolare cinese ha
iniziato a riconquistare il suo posto naturale sul palcoscenico mondiale
in proporzione alla sua dimensione. Per quanto ci si possa riferire alla
Cina come una singola entità politico-economica, essa è composta
da economie regionali profondamente diverse, che riflettono una profonda
disparità di benessere tra le realtà urbane, quelle rurali,
della costa e delle zone interne. Mentre certe aree sono completamente arretrate
dal punto di vista economico, altre sono floride, come la zona del delta
del fiume Pearl nel Sud-Est, che copre quasi un terzo delle esportazioni
cinesi. Queste evidenti disparità socio-economiche alimentano la
grande tensione del governo che teme turbolenze interne e possibili frammentazioni.
Si suppone che negli ultimi tempi più di ottantamila manifestazioni
abbiano avuto luogo per protestare contro la violazione dei diritti di proprietà
e la corruzione dilagante come per denunciare danni ambientali.
L’avanzamento economico ha creato inevitabilmente aspettative sociali
più alte, si richiedono soprattutto maggior trasparenza e maggiori
responsabilità dello Stato. Lo dimostra il licenziamento di un alto
funzionario del ministero della Salute dopo l’esplosione della sars.
Bisogna poi aggiungere che il regime vive nel timore della dissoluzione
o del collasso e questo potrebbe in parte spiegare la sua ossessione nel
rivendicare Taiwan, nel conservare il Tibet e nel continuare ad esercitare
una politica del pugno di ferro nella lontana provincia dell’Ovest
dello Xinjiang, a maggioranza musulmana, dove la popolazione indigena è
stata progressivamente superata in numero da un largo flusso di immigrati
Han il maggiore gruppo etnico cinese.
Oggi il Partito comunista
cinese è sostanzialmente scevro da qualunque ideologia comunista.
La Cina si sta trasformando in una plutocrazia che guida un sistema di libero
mercato, in cui il Partito è l’oligarca supremo che permette
a una classe benestante, obbediente e fedele di emergere a patto che non
sfidi la sua supremazia. E la retorica della creazione di una società
armoniosa procura la copertura politica necessaria ad assicurare e permettere
la sua sopravvivenza, alimentata peraltro da una corruzione dilagante, soprattutto
a livello locale.
La crescita della Cina è una minaccia o un’opportunità?
La domanda continua ad essere oggetto di un vivace dibattito. Per molti
paesi in via di sviluppo la crescita economica cinese rappresenta una enorme
opportunità. Il massiccio aumento dei consumi, infatti, ha stimolato,
dall’America Latina all’Africa, una crescita delle esportazioni.
Eppure, anche se la nuova superpotenza asiatica ha mantenuto rapporti diplomatici
con la maggioranza dei paesi vicini, in particolare con quelli del Sud-Est
asiatico, molti altri guardano con sospetto la sua crescente influenza,
tanto da spingere la Cina stessa ad adottare una costruttiva politica di
cooperazione per sedare certi timori. Fa eccezione il Giappone a causa delle
rivalità storiche risalenti al tardo Diciannovesimo secolo, culminate
nella Seconda guerra mondiale e nelle dispute territoriali a Est della Cina,
che coinvolsero i confini marittimi e l’accesso a una significativa
quantità di risorse naturali non sfruttate, principalmente nel settore
energetico.
Per quanto l’integrazione economica nel Nord-Est asiatico progredisca,
il paesaggio geopolitico della regione riflette per lo più quello
della Guerra Fredda, in particolare riguardo due probabili punti critici:
Taiwan e la Corea del Nord, che rendono necessaria una cornice di sicurezza
regionale per discutere e risolvere i contrasti. Sebbene la difficile unificazione
economica stia avvenendo attraverso consistenti investimenti taiwanesi nella
Cina continentale, la situazione politica è tutt’altro che
incoraggiante. Il possibile scoppio delle ostilità nello Stretto
di Taiwan, per non parlare di un collasso del regime nella Corea del Nord,
avrebbe enormi conseguenze per la regione e non solo. A questa preoccupazione
si aggiunge l’emergente nazionalismo militante tra i giovani cinesi,
specialmente tra gli studenti istruiti, che sono stati per lo più
responsabili delle violente manifestazioni anti-giapponesi dello scorso
anno. All’inizio il governo ha intenzionalmente chiuso un occhio dal
momento che la rabbia degli studenti era diretta contro il Giappone. Ma
ha fermato i dimostranti non appena si è reso conto che le proteste
stavano sviluppandosi secondo una dinamica quasi incontrollabile, che avrebbe
potuto ripercuotersi contro il governo stesso. Se dovessimo giudicare il
futuro di una nazione dai suoi giovani, bisognerebbe porsi domande serie.
Le relazioni con la Russia evidenziano una maggiore cooperazione nei settori
economico, energetico e della sicurezza. Organizzazioni tipo la Shanghai
Cooperation Organization (che include Cina, Russia e quattro Stati centro-asiatici)
sono state pensate unicamente per escludere l’influenza statunitense
dalle regioni centro-asiatiche ricche di energia e strategicamente importanti.
Attraverso l’uso di meccanismi come prestiti leggeri e preferenze
commerciali, la Cina sta utilizzando la sua nuova forza economica per acquisire
ed esercitare influenza, in special modo nelle regioni in via di sviluppo
come l’Africa e l’America Latina. Al di là dei suoi confini
immediati, la Cina persegue una linea di politica estera che si contrappone
sempre più agli interessi degli Stati Uniti, costruendo partnership
con Stati come il Myanmar, lo Zimbabwe e il Venezuela. E la sua relazione
con l’Iran e il ruolo che avrà nel risolvere il problema nucleare
al Consiglio di Sicurezza dell’onu segnerà indubbiamente il
futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina.
Per molti leader europei la Cina presenta una opportunità economica
più che una minaccia militare, come è stato dimostrato non
molto tempo fa dal desiderio di sospendere l’embargo delle armi imposto
dopo piazza Tiananmen; proposta che fu alla fine accantonata per una combinazione
di pressioni americane e l’opposizione interna di molti settori europei.
Per gli interessi degli Stati Uniti, particolarmente nell’high tech
e nelle industrie dei servizi, la Cina costituisce un’opportunità
enorme. Molti, tuttavia, nell’establishment politico e nel settore
della difesa statunitensi vedono la Cina con sospetto, come una minaccia
ai propri interessi geopolitici in Asia e oltre, specialmente se rimane
largamente ambigua l’intenzione cinese di elevarsi a potenza militare.
Tali diffidenze sono state esacerbate dalle dichiarazioni di un importante
generale cinese nel 2005 circa l’uso di armi nucleari contro l’America.
È difficile tuttavia rintracciare una unità di intenti nella
leadership cinese circa il futuro del paese. Sebbene la grandezza sia l’aspirazione
condivisa, quale forma essa possa prendere rimane oggetto di dibattito.
Le parole del ministero degli Esteri cinese potrebbero riflettere quello
che gli altri paesi preferiscono sentire della Cina, ossia che cresce come
un protagonista responsabile negli affari internazionali, mentre i toni
del ministero della Difesa potrebbero riflettere le aspettative dei pessimisti,
che considerano la Cina come una decisa minaccia militare che darà
inizio ad una nuova Guerra Fredda.
Le questioni economiche
e commerciali sono state al centro della prima visita del presidente Hu
Jintao negli Stati Uniti. Tuttavia, non si intravedono grandi cambiamenti
nel futuro immediato. Anche se il governo cinese ha intensificato gli sforzi
contro le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale, l’applicazione
delle leggi sarà difficile a livello locale, dal momento che i cittadini
comuni coinvolti in queste azioni non comprendono la gravità delle
violazioni. Per porre fine a queste illegalità servirà un
cambiamento culturale, che avverrà solo se e quando qualcuno inizierà
a contraffare i prodotti cinesi. In più è improbabile che
il deficit commerciale fra Cina e Stati Uniti si riequilibri in tempi brevi.
Anche se i cinesi manipolano la loro moneta corrente per tenerne basso il
valore, permettendo alle esportazioni di beni a basso costo di inondare
i mercati americani e globali, sarà alla fine un cambiamento delle
abitudini di spesa dei consumatori americani che farà la differenza
nella diminuzione del deficit. La sfida principale di Hu Jintao non sarà
convincere la Casa Bianca, ma un Congresso americano ostile, che ha già
prodotto una bozza di legislazione per imporre sanzioni nel caso in cui
le aspettative degli Stati Uniti, soprattutto riguardo le questioni economiche,
non dovessero realizzarsi nel futuro immediato. Tuttavia, nel lungo termine
c’è ancora molto spazio per la cooperazione in svariati campi,
incluso quello del terrorismo internazionale e della sicurezza energetica.
Col centro di gravità geopolitico che si va spostando in Asia, nel
Ventunesimo secolo la Cina continuerà a presentare grandi opportunità
per molti, in primo luogo per coloro che operano nel settore privato e per
gli Stati n via di sviluppo che esportano prodotti. In ogni caso, sarà
necessario affrontare serie questioni di sicurezza per garantire che nel
lungo termine prevalga la competizione economica e non militare.
(Traduzione dall’inglese di Marta Brachini)
Marco Vicenzino, direttore del Global Strategy Project, è corrispondente
da Washington per Ideazione.
(c)
Ideazione.com (2006)
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