È l'Italia
del 2005, questa. Autunno. Quello che hai davanti è un paese dove
il lavoro incerto, flessibile, precario non è più l'inferno
dei primi anni Novanta. È una condizione esistenziale, sofferta,
con cui alla fine si è cercato di fare i conti. Sono pochi, immagini,
quelli che si presentano sul mercato del lavoro con l'idea del posto fisso,
della carriera lineare, del destino già scritto. È una rivoluzione
culturale, pagata cara.
Se lavori in un call center qualche volta pensi che questo sia il peggiore
dei mondi possibili. Lavori tanto, con uno stipendio da metalmeccanico e
una laurea buttata da qualche parte. Qualche volta ti viene la tentazione
d'incorniciarla, ma poi pensi che anche questa è una spesa inutile.
Sei, secondo le statistiche dell'Inps o del sindacato, un lavoratore atipico,
uno con il posto “flessibile”, con un orizzonte piatto e un futuro che non
si nomina mai. Fai parte di un popolo, di una generazione, forse di una
classe sociale. Tu pensi solo di essere nato in un tempo sbagliato. Ma poteva
andare peggio. Jeremy Rifkin, dieci anni fa, profetizzava una mezza apocalisse
sociale: la fine del lavoro. C'è il rischio – diceva – di una disoccupazione
di massa. Non è andata proprio così. Non andrà così.
Buona parte degli atipici lavora di più. Ha la stessa ansia dei liberi
professionisti di un tempo o degli artigiani, giornate che non finiscono
mai, un impegno che va dall'alba al tramonto. Solo che guadagna di meno.
E poi non ha un lavoro soltanto, ma due o tre, uno finisce e l'altro comincia,
o tutti in contemporanea, per occupare tutti gli spazi lasciati liberi dal
mercato, per non sprecare neppure mezza occasione, perché dietro
ogni porta che apri ci può essere quello cerchi, il posto fisso,
la scrivania, la carriera lineare dei tempi di tuo padre, le ferie pagate,
la malattia idem, il sabato fascista, il week-end lungo, il ponte dell'otto
dicembre, la pasquetta in montagna, il ferragosto al mare. E la pensione
sicura, naturalmente. Tutto questo non è finito, solo che alcuni
ce l'hanno e altri no. È il paradosso, molto italiano, delle due
repubbliche del lavoro. C'è chi è garantito in tutto, chi
in quasi nulla. C'è chi può ritirare i remi in barca e lasciarsi
cullare dagli scatti d'anzianità e dal contratto nazionale di lavoro
e chi deve inventarsi ogni giorno un'opportunità. La riforma Biagi,
in questa storia, ha messo un po' di ordine, ma non ha risolto il problema.
La verità è che ci vorrà tempo ed è per questo,
forse, che tu sei nato nel tempo sbagliato. Ma la guerra, dicono i nonni,
era peggio. E così, superate le colonne d'Ercole del Novecento, ti
è stato revocato anche il diritto di lamentarti: la flessibilità
non è una scelta, ma una necessità.
Ma ora questi appelli non servono più. Il lavoratore italiano, soprattutto
quello di nuova generazione, è flessibile. Ha risposto, con un costo
umano anche alto, alle richieste del mercato. Dopo dieci anni si può
affermare che il posto fisso non è un diritto, ma una conquista.
È cambiato l'orizzonte. È cambiato il lavoro. L'ufficio, la
scrivania, il luogo fisico dove si svolge l'attività non sono più
il centro, l'architrave del sistema. Il tempo non è più scandito
dalle otto ore, dai cinque giorni a settimana, dai trenta giorni di ferie.
Non c'era forse neppure bisogno di aumentare il grado di flessibilità,
il margine, come richiesto dalla legge Biagi, introducendo altre forme di
lavoro instabile, con il risultato di portare a 21 il numero di tipi di
rapporto di lavoro “pienamente atipici”. Forse, invece, è arrivato
il momento di riflettere sul resto, su chi sta dall'altra parte, sull'impresa,
sul sindacato, sulle istituzioni economiche e finanziarie, sul salario e
sugli oneri sociali. Il lavoratore è flessibile, ma il resto com'è?
Chi ha chiesto meno rigidità cosa ha dato in cambio? Il capitale
umano della flessibilità come è stato investito dalle aziende?
L'insicurezza è il colore di questo tempo e non si tornerà
indietro. Nulla scorre più lungo i binari, neppure l'economia, neppure
il lavoro. Se il sogno dei padri era la tranquillità, quello dei
figli è l'opportunità. Hanno imparato a navigare senza bussola
e questo li rende, soprattutto in momenti di crisi, più esperti dei
propri genitori. Ma c'è un problema: le aziende, e la società
in genere, non sono ancora pronte a sfruttare questo talento. Le metropoli
del lavoro sono ancora calibrate sui vecchi uffici, per le otto di mattina
e le cinque della sera. Non hanno seguito l'evoluzione del lavoro, ora che
i giorni sono più lunghi e le settimane più corte. John Maynard
Keynes, nel 1930, immaginava giornate di tre ore e invece è successo
il contrario. Sta cambiando la struttura del tempo sociale, ci sono lavoratori
impegnati in media per quattro giorni, magari alternando settimane di tre
e di cinque. Ci sono aziende come Vodafone, Merloni, Zanussi o Auchan che
adottano orari variabili, basati su preferenze personali. Ci sono imprese,
poche, che favoriscono le banche del tempo. Desincronizzazione del tempo
lavorativo, la chiamano i tecnici. «In Italia – scrive Aris Accorsero,
docente di Sociologia industriale alla Sapienza di Roma – il nuovo modo
di gestire il tempo è una conquista ormai consolidata. Fin dalla
prima metà degli anni Novanta, imprenditori e sindacati hanno raggiunto
numerose intese che consentono regimi e calendari flessibili ad hoc se non
proprio personalizzati. Le imprese possono così accrescere il tempo
di utilizzo degli impianti e rendere flessibile la propria capacità
produttiva, mentre i lavoratori possono compattare il tempo per massimizzare
il tempo di non lavoro». Lavorare dieci, dodici ore per restare a
casa uno o due giorni in più. E forse è un modo per arrivare
all'utopia di Marx del “tempo liberato” da un'altra strada, paradossalmente
non riducendo l'orario giornaliero di lavoro, ma aumentandolo. Ma la precarietà
esistenziale per la società italiana resta un difetto, un marchio
di non affidabilità. È la diffidenza delle aziende nel concedere
il lavoro a casa o il famoso job sharing, stesso stipendio da dividere tra
due persone, che per chi paga è solo il raddoppio di rotture di scatole
burocratiche e di oneri sociali. È la sfiducia delle banche nel concedere
prestiti e mutui a chi non ha un contratto a tempo indeterminato, come se
questo strano tipo d'imprenditore salariato sia destinato a un'esistenza
di mezzo fallito. Il paradosso è qui: il capitalismo ha chiesto al
lavoratore di diventare flessibile, ma ora non si fida della sua flessibilità.
E la utilizza al minimo, non come una risorsa su cui investire, ma come
braccia e menti da sfruttare. I lavoratori sono diventati imprenditori,
le aziende sono tornate alla logica dei caporali.
Il rischio, è questo il problema. Il lavoratore, il vecchio salariato,
ha assunto su di sé una parte di quell'imprevisto che, dai tempi
dei mercanti medioevali, era l'anima dell'imprenditore, la sua ragione d'essere
filosofica, l'orgoglio e il dovere di chi sfida i mercati e la sorte. La
sua ricchezza era in qualche modo la ricompensa del suo coraggio, il premio
per una vita senza paracadute, per le notti passate a disegnare nuove strategie.
Il nuovo modello di lavoratore ha, quindi, condiviso una parte del rischio
d'impresa. Ma cosa ha ricevuto in cambio? Le statistiche salariali italiane
dicono che non ha ricevuto nulla. Anzi, meno di zero. Tutto è cominciato
con l'accordo del '93 sulla concertazione, firmato da Ciampi e dai sindacati.
Scrive Emilio Reyneri, docente di Sociologia del lavoro alla Bicocca di
Milano: «L'ultimo rapporto Istat mostra come a parità di potere
d'acquisto i lavoratori italiani siano agli ultimi posti della graduatoria
dei paesi della vecchia Unione Europea e, soprattutto, che dal 1996 al 2002
le loro retribuzioni non siano praticamente cresciute, mentre in tutti gli
altri paesi gli aumenti sono stati cospicui, con percentuali a due cifre.
La moderazione salariale, nata con la crisi economica e politica dei redditi
decisa nel 1993 per l'ingresso nell'euro, è proseguita anche dopo,
quando la disoccupazione diminuiva, grazie proprio a una dinamica retributiva
molto bassa. La quota dei redditi da lavoro dipendente sul reddito nazionale
si è fortemente ridotta a favore sia dei profitti sia delle rendite
(finanziarie e immobiliari). I salari più bassi restano ancora quelli
dei lavoratori flessibili o precari, utilizzati spesso come apprendisti
o riserva stagionale e, di rado, come liberi professionisti o lavoratori
a progetto, come è nei sogni della legge Biagi».
È il prezzo da pagare per una flessibilità a macchia di leopardo.
I precari sono ancora utilizzati come manodopera rozza, il salario è
ancora quantitativo e non qualitativo, si guarda insomma più alle
ore passate in “ufficio” e non alla “risoluzione del problema”. E questo
è un bug nella teoria del valore che nasce da un orizzonte fordista
del lavoro. Un “buco nero” che penalizza soprattutto il proletariato intellettuale,
i colletti blu nati da due figure classiche del vecchio capitalismo: gli
operai e gli impiegati. Un ibrido sociale che è il simbolo della
metamorfosi che la società italiana sta vivendo. Il passaggio dalla
“società del salario” alla “società dei lavori” ha lasciato
tutti i costi dell'evoluzione sulle spalle di questa “classe provvisoria”.
Ed è – come ha scritto su questa stessa rivista Giuliano Cazzola
qualche tempo fa – una strana forma di razzismo generazionale. I “colletti
blu” non hanno un sindacato, un welfare, un sistema previdenziale che li
tuteli. Sono il risultato di riforme abbozzate e mai portate a termine e
del sacrificio dell'ingresso nella zona euro. Sono i “reduci” di una guerra
mai combattuta.
Vittorio Macioce, caposervizio de Il Giornale.
(c)
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