C'è stato un gran parlare dell'israelizzazione del mondo occidentale
dopo gli attentati di Londra del 7 di luglio, intendendosi con questo la
necessità dei paesi attaccati dal terrorismo islamista di acquisire,
finalmente, un atteggiamento generale di battaglia, una posizione fisica
e psicologica di lotta che consenta di vivere, ed eventualmente di vincere.
Ma dopo aver attraversato da giornalista l'intera Intifada del terrorismo
dal settembre 2000 fino ad oggi, quando, nonostante la morte di Arafat e
dopo lo sgombero da Gaza di Arik Sharon, la cultura del jihad suicida pure
non si placa, la riflessione che viene spontanea è che non basta
decidere di essere Israele per divenirlo.
Innanzitutto, non è facile dal punto di vista dei risultati: gli
attentati sono diminuiti di quasi il 90 per cento dal periodo più
micidiale, quello dell'inverno e della primavera del 2002, che causò,
nell'aprile di quell'anno, l'operazione Scudo di difesa, un'autentica svolta
strategica dell'esecutivo dello Stato ebraico nella pur perdurante guerra
aperta al terrore. L'operazione aveva di fronte un nemico impegnato a tutta
forza. Se si pensa che secondo una valutazione degli apparati della sicurezza
del 2004 gli attacchi singoli e collettivi sono stati 22.500, ci si rende
conto non soltanto della magnitudine dell'attacco subito, ma anche di quale
impegno possa essere costata un'efficace reazione sia fisica che psichica
della leadership, dell'esercito e degli apparati di sicurezza in generale
e, ne parleremo più avanti, del popolo.
Il governo israeliano prima di reagire ebbe le stesse reazioni che ha oggi,
dopo che l'attacco si è diffuso e intensificato, qualsiasi governo
occidentale, reazioni cariche di dubbi e di remore morali e giuridiche:
era difficile, nell'autunno del 2000 come lo è per noi oggi, anche
semplicemente accedere all'idea che l'attacco terrorista non era momentaneo,
incidentale o circoscritto e anche che aveva quella caratteristica che ripugna
oggi alla nostra mente occidentale, ovvero di essere irrelato politicamente
a qualsiasi precedente causale diretto. Ovvero, era difficile per un paese
che aveva tentato con tutte le sue forze di offrire il massimo disponibile
per uno Stato palestinese, come aveva fatto Ehud Barak a Camp David, concepire
che l'interlocutore rispondesse in quella strana maniera. Anche a noi è
molto difficile immaginare che a una politica della mano tesa, dell'accoglienza,
possano contrapporsi invece il rifiuto e l'aggressione programmata. Israele
in quel periodo aveva perseguito una politica di concessioni senza precedenti,
quella di Oslo e di Camp David. Ricordo personalmente che ci volle un bel
po' per capire che quegli attacchi non erano operati da “frange impazzite”,
da “estremisti” che si opponevano all'accordo di Oslo, ma che invece il
terrorismo era una scelta strategica di rilancio della causa palestinese,
di conquista, di affermazione di sé sia della leadership arafattiana
che di una cultura islamista che dal 1998, quando bin Laden aveva dichiarato
la sua guerra «ai crociati e agli ebrei», diventava sempre più
rilevante per la scelta, del resto contenuta nella Carta dell'Olp mai cassata,
di non condividere la “terra islamica” con gli ebrei. Sharon lasciò
dunque quasi senza colpo ferire che il terrorismo spazzasse Israele in lungo
e in largo prima di reagire, fino alla strage della notte di Pasqua di Natania,
quando un terrorista suicida si avventò su una cena rituale (il Seder)
cui partecipavano decine di famiglie, dai nonni ai nipoti.
Qui, avvenne la svolta: in una sola parola, senza addentrarsi in un cambiamento
tecnico e strategico che ha richiesto molto impegno e una trasformazione
dei mezzi di impiego bellico senza precedenti, i servizi segreti furono
potenziati e l'esercito fu lanciato alla cattura dei terroristi suicidi,
allo smantellamento delle organizzazioni e delle riserve di armi (esplosivo,
Rpg, armi pesanti anti-tank, riserve di kalashnikov e altri tipi di arma
da fuoco, lanciamissili adatti ai kassam di cui furono smantellate diverse
fabbriche soprattutto a Gaza). Lo Scudo di difesa rientrò di fatto
in tutte le cittadine lasciate dall'esercito in base all'accordo di Oslo
(Tzahal, l'esercito di difesa, se n'era andato da quasi tutti i centri abitati
palestinesi) e si cercò di mettere in atto soprattutto una politica
di prevenzione, ovvero la cattura di quelli che ad oggi sono più
di settemila prigionieri, l'eliminazione mirata di alcuni capi considerati
fonte incessante di operazioni terroristiche, come lo sceicco Yassin, che
già una volta era stato liberato dalle carceri israeliane e che era
impossibile catturare.
Le eliminazioni mirate sono tuttora fonte di motivati dibattiti, perché
gli europei le considerano esecuzioni extragiudiziarie, mentre è
fermo punto di Israele negare che abbiano questa natura e proporne l'inevitabilità
su un terreno di legittima difesa quando si tratti di “bombe ticchettanti”.
Inoltre, capita che civili innocenti restino penalizzati da queste operazioni:
i terroristi, da noi come in Israele, sono civili che si nascondono in mezzo
ai civili e anzi se ne servono per farsene scudo, ed è capitato spesso
che le persone, considerate dai terroristi come strumenti, si trovino tragicamente
coinvolte nell'attacco. In più, per quello che riguarda l'Europa,
non abbiamo neppure il beneficio strategico di una suddivisione geografica
fra le vittime del terrorismo e i terroristi. Certamente Israele nel combattere
la sua battaglia ha potuto godere delle sia pur complesse differenziazioni
fra zone israeliane e zone palestinesi, della possibilità di istituire
zone cuscinetto e posti di blocco, mentre noi non abbiamo che confini labili
e variabili, come quelli fra zone cittadine e quartieri, oppure come nel
caso dell'attacco a Londra in luglio, di circondari a qualche fermata di
autobus o di tube di distanza.
Questo significa ad esempio, che per noi non sarà mai possibile una
soluzione inerte e tuttavia efficiente come il recinto di difesa, che da
solo evita il 90 per cento degli attacchi di un tempo nelle zone in cui
è già stato, troppo lentamente, innalzato. La sua efficacia
è testimoniata dai fatti: nella zona di Beer Sheba, al sud, dove
su un centinaio di chilometri ne sono stati eretti solo 51, si sono avuti
ripetuti attacchi; Gerusalemme, ancora indifesa per la gran parte, è
sempre area molto vulnerabile; il Centro-nord che era un colabrodo, oggi
è invece la parte più immune dagli attacchi dei terroristi
suicidi e dei cecchini appostati lungo le strade. Comunque il recinto verrà
terminato entro breve.
È molto difficile immaginare che un paese europeo qualsivoglia possa
agire con la determinazione e l'agilità con cui Israele si è
lanciata contro il terrore. Israele ha potuto procedere nelle sue drammatiche
scelte, che sono border line in una democrazia, perché coadiuvata
ma anche severamente controllata da un sistema giudiziario adamantino, da
una Corte Suprema, il Bagaz, che è intatto e intoccabile per tutto
l'arco politico. Il Bagaz, per esempio, ha spostato varie volte il perimetro
del recinto di difesa laddove lo ha ritenuto più dannoso per le vite
dei palestinesi, pur ritenendo che si tratti di uno strumento di difesa
del tutto legittimo per salvare vite innocenti. Il recinto, come si sa invece,
è stato condannato dall'Alta Corte di Giustizia dell'Aja come se
si trattasse di una scelta aggressiva contro i palestinesi e il suo aspetto
di difesa dal terrore non esistesse affatto: il giudiziario israeliano,
pur non facendosi influenzare da un giudizio così improbabile politicamente
e giuridicamente, e ritenendo cogente la salvezza delle vite umane minacciate
dagli attacchi terroristici, pure è riuscito a tenere conto delle
obiezioni umanitarie e legali. Il giudiziario israeliano ha potuto gestire
l'enorme difficoltà etico-giuridica del terrore perché è
credibile per tutte le parti e inattaccabile moralmente. La componente arabo-israeliana
si rivolge al Bagaz come a un testo sacro quando le sue controversie riguardanti
case, scuole, acqua, debbono essere risolte a fronte della componente ebraica
largamente maggioritaria; è quello che non si fa travolgere dall'opinione
politica, dal panico di nessuna componente, esattamente come l'esercito
e gli apparati di sicurezza.
E questa è la seconda componente per cui è difficile essere
Israele. Il servizio di leva di tre anni obbligatorio per tutti, l'altissima
qualificazione specifica ma anche la severità verso se stesso (in
una situazione tanto delicata, i comportamenti scorretti ai check point
o in battaglia sono tutti denunciati e portati davanti al tribunale e all'opinione
pubblica), la consapevolezza politica di un esercito che sa che la salvezza
della casa, dei genitori, del paese stesso è nelle sue mani, l'esempio
personale degli alti gradi: tutte queste qualità fanno dell'esercito
un unicum. Il mondo ha avuto occasione di osservarlo senza pregiudizi, nei
giorni in cui compiva un'operazione grata al consenso internazionale, lo
sgombero di Gaza, nella sua umanità e pazienza. Mi sono domandata
in questa occasione se adesso l'osservazione mediologica oserà ripresentarlo,
al solito, come un'icona di durezza, un prototipo di crudeltà, piuttosto
che come quello che è: un esercito con un codice etico formidabile
costretto a combattere una battaglia senza fine che costa un numero per
noi impensabile di vite di giovani. La nostra società sarebbe pronta
ad affrontare il rischio fisico della vita dei propri figli?
E qui viene l'ultimo e più importante elemento, quello che ci rende
più difficile combattere il terrorismo mentre questo è possibile
per una società che, per quanto in gran parte secolare e moderna,
pure sa vivere secondo valori e valutando se stessa in base a fatti, e non
parole. È la gente stessa quella che consente a Israele una battaglia
di successo contro il terrorismo, è la convinzione acquisita nell'esperienza
che il terrorismo non sia, come invece l'Europa sembra ancora in buona parte
pensare, un movimento di resistenza o di giusta reazione a colpe dell'Occidente,
ma una crudele quanto repellente scelta politica che mira a distruggere
la libertà, il modo di vita democratico, la stessa esistenza di Israele.
Nei tempi più duri dell'Intifada, dal 2001 al 2003, seguitare a riunirsi
nelle più varie istanze della società civile, andare al caffè
con gli amici, stare in coda alla posta, passeggiare per la strada, continuare
a mandare i figli a scuola con l'autobus o lasciare i bambini all'asilo
sono stati atti di vera e propria resistenza civile con cui un popolo intero
ha smantellato, col suo comportamento, il disegno di distruggerne la vita
e lo Stato. È in questa temperie che nasce ciò che noi ancora
non abbiamo, ragazzi come le decine di camerieri o di autisti di autobus
o di guardie giurate come quelle che con il loro corpo hanno scelto pochi
giorni or sono di fare da scudo ai passeggeri della stazione centrale degli
autobus a Beersheba restandone dilaniati; o come lo studente-cameriere del
caffè Cafit, nel quartiere bohémien di Gerusalemme, la Moshavà
Germanit, che ha tolto dalle spalle di un terrorista sulla soglia del bar
lo zaino carico di tritolo e lo ha portato lontano spiegando poi: «Mi
è parso evidente che era meglio che morissi io solo piuttosto che
un cinquantina di persone».
Purezza del giudiziario, capacità dell'esercito, forza coesiva e
senso del collettivo nella società, e infine, ma non piccola cosa
certamente, decisione e coraggio della leadership di Ariel Sharon, hanno
consentito in questi ultimi mesi non solo di ottenere grandi risultati nella
lotta contro il terrorismo ma anche di operare lo sgombero da Gaza. È
solo quando la guerra al terrorismo diventa forza morale che si producono
scelte politiche dirompenti; è solo quando si è capaci di
fare la guerra che, rompendo con ogni schema precostituito, si può
tentare di fare la pace. Se Sharon non avesse dimostrato di saper combattere
il terrore con tanta determinazione, non avrebbe potuto poi smantellare
ventisei insediamenti a Gaza e in Samaria. Questo è stato lo schema
del comportamento israeliano in tutti questi anni. E qui va aggiunto a tutti
gli elementi fin qui citati uno davvero rimarchevole, il coraggio di sfidare
l'immensa macchina internazionale che, dall'Onu all'opinione comune dei
media, ha fatto di Israele un nemico pubblico, accusandolo per quello che
tutto il mondo, adesso tentennando, deve apprendere: combattere la guerra
contro il terrorismo.
Fiamma
Nirenstein, editorialista de La Stampa.
(c)
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