Cosa si deve fare se pochi giorni prima delle elezioni politiche della prossima
primavera scoppia una bomba islamica? Mentre le strade di Roma sono attraversate
dalle sirene delle ambulanze, mentre le televisioni tutte continuano a trasmettere
le immagini dei corpi dilaniati delle vittime, le lacrime – e le recriminazioni
– dei parenti distrutti, cosa è giusto fare?
È giusto mantenere la scadenza elettorale nella data fissata? È
giusto spostarle di qualche settimana? Dobbiamo rischiare un risultato elettorale
sconvolto dalla reazione emotiva alla strage?
Dobbiamo rinviare di un breve periodo il voto per permettere all'elettorato
di “elaborare il lutto”? Dobbiamo accettare che i terroristi islamici perseguano
in pieno il loro obiettivo politico, influenzino fino in fondo il comportamento
del nostro corpo elettorale o possiamo e dobbiamo cercare di impedire questa
catastrofe politica che si sommerebbe a quella umana?
Queste domande sono tutt'altro che oziose, sono palesemente all'ordine del
giorno. Una grande nazione dell'Unione Europea, la Spagna, si è trovata
esattamente in questa situazione e proprio le polemiche tra governo uscente
ed opposizione sono state determinanti per modificare il voto di una parte
consistente dell'elettorato. I terroristi islamici hanno così conseguito
in pieno il loro obiettivo politico: l'opposizione socialista che aveva
in programma il ritiro delle truppe spagnole dalla Coalition of Willings
che garantisce il processo democratico in Iraq ha vinto, nonostante tutti
i sondaggi, unanimi, la dessero perdente di molte, irrecuperabili, lunghezze,
sino al momento della strage della stazione di Atocha. Nelle ore immediatamente
successive all'attentato di Madrid, il capo del governo, José Maria
Aznar, avanzò al capo dello Stato la richiesta di spostare l'appuntamento
elettorale di qualche settimana, ma re Juan Carlos decise altrimenti.
Molti elementi indicano che questo scenario potrebbe essere replicato in
Italia la primavera prossima. Tutti gli organi di sicurezza interna ed internazionale
danno per probabile un grande attentato islamico nel nostro paese, le cellule
sovversive musulmane nella penisola sono tante e molto attive, e il quadro
delle iniziative dei terroristi islamici degli ultimi anni fa chiaramente
intravedere una intelligenza politica tutt'altro che disprezzabile. Durante
i rapimenti delle “due Simone”, così come della giornalista del Manifesto,
Giuliana Sgrena, molti indizi hanno spinto alcuni analisti a constatare
addirittura la probabile azione di una mente politica assolutamente padrona
della conoscenza dei “fondamentali” del nostro mondo politico (in particolare
le usuali mobilitazioni per il 1° maggio) e d'altronde, anche gli attentati
in altri paesi islamici rivelano una strategia spesso molto sottile. Tutti
gli attentati di al Qaeda e gruppi similari portati a segno in Arabia Saudita,
ad esempio, hanno avuto per obiettivo la Guardia Nazionale (uccidendo i
suoi istruttori americani in un caso, in altri spadroneggiando con azioni
dimostrative contro occidentali nelle raffinerie e impianti petroliferi
che dovrebbero appunto essere resi impenetrabili dalla Guardia Nazionale).
Non si è trattato certo di una coincidenza: il comando della Guardia
Nazionale, 80-90mila armati, perfettamente addestrati, tutti sauditi, è
infatti stata la carta decisiva che ha permesso al principe Abdullah di
succedere al trono a re Fahad. Il nucleo forte degli “apparati della forza”
sauditi (come li chiamavano i sovietici), non è l'esercito ma, appunto,
la Guardia Nazionale e sbeffeggiarne l'efficienza, come hanno fatto dal
2002 in poi i terroristi islamici, è stato un modo politicamente
intelligente di inserire la propria iniziativa terroristica dentro gli equilibri
di potere della corte in funzione destabilizzatrice.
Elementi convergenti, dunque, indicano che lo scenario di un attentato islamico,
apertamente mirato a condizionare il risultato elettorale, sia tutt'altro
che da escludere in Italia. Questo, si badi bene, in una logica in cui al
centro non vi sarà tanto il ritiro del contingente italiano dall'Iraq
(nella primavera del 2006 esso sarà verosimilmente rimpatriato),
ma la appartenenza o meno dell'Italia alla coalizione internazionale che
si impegna a contrastare il terrorismo a fianco degli Stati Uniti. Un quadro
cioè, in cui l'opposizione di centrosinistra non potrebbe capitalizzare
– oggettivamente, s'intende, senza nessuna sua colpa o responsabilità
– il vantaggio “spagnolo” di uno spostamento elettorale centrato su un ritiro
del contingente che però è già avvenuto. La stessa
opposizione si troverebbe quindi in difficoltà a fronte di una strategia
terroristica che può mirare ben più lontano dello scenario
iracheno, puntando ad allentare quella “solidarietà atlantica” che
è il punto di forza dell'alleanza antiterroristica, che gli stessi
leader del centrosinistra (ad eccezione dei Verdi e dei due partiti comunisti)
intendono oggi fedelmente rispettare. Stranamente, però, molto stranamente,
non si è ancora aperto un dibattito politico-istituzionale al riguardo.
In Italia, come in Spagna e in altri paesi, il dominus istituzionale, in
questo caso, è solo ed unicamente il capo dello Stato, che indice
le elezioni stabilendone la data su proposta del ministro degli Interni.
Nelle ore successive ad un eventuale attentato il potere monocratico di
Carlo Azeglio Ciampi si eserciterebbe, dunque, in un senso o nell'altro.
È evidente che non si propone ora di modificare questa regola aurea,
in cui il ruolo “notarile” del presidente della Repubblica ha una delle
sue più limpide esplicitazioni. È altrettanto evidente che
non proponiamo di costruire un clima di tensione o di allarmismo che sin
da oggi puntino a precostituire un risultato, in un senso o in un altro.
Riteniamo però urgente, indispensabile, che le forze politiche del
governo e dell'opposizione diano prova di maturità, inizino un dibattito
pubblico sul tema e si diano l'obiettivo comune di lanciare un messaggio
forte al terrorismo islamico. Un messaggio che sin da subito dimostri l'impermeabilità
non solo politica, ma anche istituzionale, del nostro paese a ogni tentativo
di strumentalizzazione e intromissione politica del terrorismo islamico.
Il cammino per raggiungere questo obiettivo non è semplice, perché
la battaglia elettorale è per sua natura spietata e rigida, perché
la decisione sull'eventuale rinvio o meno della data di un voto turbato
da una strage terroristica è sottoposta ad una grande rigidità
istituzionale. Ma se ci si muove subito, se le forze politiche iniziano
a ragionare al loro interno e pubblicamente su come costruire un “concerto”
che permetta la decisione più serena e giusta possibile, se i leader
delle coalizioni iniziano a pensare ad un “tavolo costituzionale” che possa
essere di supporto consultivo – esclusivamente consultivo, naturalmente
– del presidente della Repubblica, se iniziano a formulare altre proposte
in grado di elaborare con calma e serenità condivisa una decisione,
forse l'obiettivo può essere raggiunto.
Vale la pena di tentare.
Carlo Panella, commentatore parlamentare per le reti
Mediaset.
(c)
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