Segni particolari: credono nella democrazia e nella libertà come
valori universali da proteggere e da diffondere, non sanno che farsene dell'appeasement
con dittatori e terroristi, si ostinano a voler distinguere tra vittime
e carnefici e non hanno paura di usare il T-word, hanno nel liberalismo
di matrice anglosassone la loro stella polare, sono critici verso i vizi
e le ambiguità del vecchio continente, rifiutano il ricatto del politicamente
corretto. E, come se non bastasse, si muovono in territorio ideologicamente
ostile.
A chi corrisponde l'identikit? AllaTocqueVille europea o, se preferite,
ai blog filoamericani nell'antiamericana Europa.
Se il blog è una battaglia di idee, la loro è una sfida epocale. Per molti sono solo dei reazionari, dei guerrafondai o, quando va bene, dei folli che si sono messi in testa di condurre e – orrore – magari anche di vincere una guerra culturale persa in partenza. Per altri sono invece vere e proprie avanguardie di un modo di concepire la realtà che in altri tempi e in altri luoghi sarebbe considerato tradizionale ma che le circostanze hanno reso anticonformista e a tratti ribelle: perché essere liberali oggi nell'Europa del pensiero unico è un atto rivoluzionario.
In un certo senso tutti i blog sono figli dell'11 settembre e non solo per una questione anagrafica. Il discorso politico è ormai inseparabile dall'analisi del fenomeno terrorista e delle sue conseguenze. I blog europei non fanno eccezione ma presentano una caratteristica peculiare: quella di nascere e crescere nel ventre molle dell'Occidente. Come notava Victor Davis Hanson in un articolo pubblicato su National Review pochi giorni dopo gli attentati di Londra «Non è corretto dire che la civiltà occidentale è in guerra contro un islamismo di stampo medievale. In realtà, solo metà dell'Occidente ne è coinvolta, quel ridotto segmento che considera ancora la natura umana come qualcosa di immutato e la storia come un'eredità satura di lezioni tragiche»: l'Europa occidentale – dopo sessant'anni di democrazia e benessere presi in prestito e mai restituiti – fa parte dell'altra metà, di quelli che ci son dentro ma si chiamano fuori. Dalle istituzioni comunitarie, alla maggior parte dei governi nazionali passando per il sistema dei mainstream media alla fine è questo il messaggio che la cittadinanza europea riceve quotidianamente e che in genere accetta di buon grado: molto più rassicurante coltivare l'illusione della propria inviolabilità nell'universo parallelo delle equivalenze morali e del pacifismo utopico che ammettere l'esistenza di un nemico. Quella dei blog liberali è anche la storia di una reazione a questo cocktail anestetizzante preparato dalle classi politiche e intellettuali europee. Non è facile provare a dare la sveglia armati solo di una tastiera e di un arsenale di buone ragioni ma può essere un'esperienza affascinante.
Controinformazione alla tedesca
Ne sa qualcosa David Kaspar1 che dalla Germania è finito nel
maggio scorso sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal per
aver sollevato il caso della rivista economica IG Metall (due milioni di
copie vendute) che in copertina riportava l'immagine caricaturale di una
zanzara a stelle e strisce accompagnata dal titolo: Società americane
in Germania: arrivano i succhiasangue. Quel che David sta facendo da circa
due anni è leggere la stampa tedesca e metterne in evidenza il pregiudizio
antiamericano: bersagli preferiti Der Spiegel e Sueddeutsche Zeitung ma
anche il mondo della televisione e la politica della coalizione rosso-verde
di Schröder accusata di aver condotto la Germania all'isolamento e
alla mediocrità. Anche se non tutti raggiungono il suo livello di
professionalità nella copertura critica dei mezzi di disinformazione
di massa, nessun blogger degno di questo nome può sottrarsi al confronto
giornaliero con i media. L'Europa è uno scenario privilegiato in
questo senso: quello che oltreoceano si chiama liberal bias diventa qui,
prendendo a prestito la fortunata espressione di Jean François Revel,
l'ossessione antiamericana (e per estensione antioccidentale).
Lungi dal caratterizzare soltanto gli estremismi ideologici, il preconcetto antiamericano è entrato gradualmente a far parte della quotidianità tanto da non poter più essere considerato solo uno dei molteplici aspetti del panorama informativo ma piuttosto il suo elemento costitutivo. A volte si manifesta con attitudini chiaramente razziste come quella descritta in precedenza, ma più spesso mostra un volto più ambiguo e per questo più difficile da riconoscere: non è la notizia in sé ma come questa viene data in pasto al pubblico, non è il fatto in sé ma la selezione, la rimozione o la ricostruzione dei dati ad uso e consumo dell'ideologia dominante. Fu proprio Der Spiegel – per esempio – a commentare la designazione di Bush come uomo dell'anno su Time ricordando in un editoriale che il premio era stato assegnato anche a Hitler, Stalin e Khomeini. In un contesto del genere il blog è chiamato a smascherare e a denunciare e poco importa se l'udienza non è quella del telegiornale della sera: la Rete moltiplica esponenzialmente e siti come Medienkritik sono il punto di vista della Germania che non ci sta. I colleghi europei e americani osservano e diffondono. I mandarini a Berlino sentono il fiato sul collo. E Schröder comincia a perdere elezioni. Pure coincidenze, certo, ma è chiaro che dove la disinformazione regna sovrana la controinformazione si fa informazione. Questa è resistenza.
Non è facile trovare molte altre voci anglofone e anglofile nella blogosfera tedesca: da segnalare Kosmoblog2 di Ulrich Speck, un occhio tra attualità e storia sulla crisi dell'Europa franco-renana, e il neonato ma promettente Anti-anti-americanism3 della trentaseienne Karin Quade, un approccio più emozionale ma ugualmente efficace alla questione antiamericana: «non la capisco né intellettualmente, né emotivamente», confessa l'autrice. Infine The Atlantic Review4 si propone di contribuire al superamento delle incomprensioni fra le due sponde dell'Atlantico attraverso la rassegna stampa delle principali testate giornalistiche. Auguri.
Resistenza liberale in Francia e Spagna
Le oscure contrade dell'axis of weasels portano dritti alla vicina
Francia. Cambia il colore del governo ma la musica è sempre la stessa.
Nel paese che più di ogni altro si è opposto alla caduta del
regime del socio in affari Hussein, nella culla del modello sociale europeo
e del chi ha bisogno de l'Amérique, mentre i dittatori fanno la fila
all'Eliseo in nome della nuova grandeur in versione no-global, sono i Jean-Marie
Colombani e gli Ignacio Ramonet a dettare la linea. E la società
esegue, a cominciare dalla scuola. Titolo di un tema agli ultimi esami del
bac, giugno scorso: Come il potere americano è stato contestato l'11
settembre 2001. Contestato. Bel clima. Un manipolo di intrepidi guidano
il dissenso, a partire da No Pasarán5, blog a sei mani coordinato
dall'americano di origine danese Erik Svane. Insieme al gemello Le Monde
Watch6 è un impietoso sguardo sulla realtà politica, sociale
e culturale francese negli anni dell'identità in negativo: quella
costruita in contrapposizione al cowboy americano. No Pasarán ha
inventato anche il passaggio dal reportage virtuale a quello reale: sua
l'idea di presenziare alle manifestazioni pacifiste e di documentare il
tutto – violenze verbali e fisiche incluse – sul blog. Insomma quel che
Le Monde e Libé non vi racconteranno.
Sulla scia del pensiero alternativo (in quanto liberale) incontriamo Librenfin 7 a ricordarci la differenza fra tolleranza e relativismo culturale nei rapporti con le comunità islamiche, La Page Libéral8 e Objectif Liberté9 ovvero Adam Smith made in France, Pro-US Blog10 che apre con il contatore delle vite salvate e dei rifugiati evitati dalla guerra in Iraq, fino alla casa libertaria di Contrepoison11. A dispetto dei tentativi di normalizzazione la Francia resta un laboratorio di idee: accanto ai blog sono sorti negli ultimi anni veri e propri think tanks di area liberale e filoamericana come Action Libérale12 e forum come Liberaux.org. Glucksmann, Finkielkraut e Alain Madelin, nonostante tutto, non sono soli.
Lo stesso non si può dire della Spagna dove la tradizione liberale è stata schiantata prima dal franchismo e poi dalla reazione del populismo izquierdista. La fine della dittatura ha consegnato alla sinistra un assegno in bianco per riscrivere il passato e modellare la società a sua immagine e somiglianza. Nemmeno gli otto anni di governo Aznar hanno saputo riequilibrare la bilancia dell'egemonia culturale e oggi la Spagna si ritrova avvolta nei fumi dello zapaterismo, ovvero l'istituzionalizzazione della retorica antiamericana e terzomondista. Da qui l'opposizione bulgara all'intervento alleato in Iraq, la fuga dopo l'attentato e il cambio di governo, il terrorismo costantemente scambiato per resistenza o guerriglia – incluso quando massacra bambini – da mezzi di comunicazione incapaci anche solo di spiegare le ragioni elementari di un conflitto. Qui il blog assume una funzione didattica. Iberian Notes13 è il diaro di un americano a Barcellona, il progressismo radical-chic vivisezionato da uno dei pochi Bush-backers in terra catalana. Hispalibertas14 fu uno dei primi blog indigeni a farsi carico dell'esposizione di un punto di vista differente aprendo la strada tra gli altri a Barcepundit15, la voce ufficiale della blogosfera spagnola all'estero (anche in versione inglese) e preziosa fonte di informazione non convenzionale sugli avvenimenti dell'11 marzo, e a Nihil Obstat16, giornalista controcorrente della televisione catalana e meravigliosa mosca bianca nel panorama opaco del social-nazionalismo targato Generalitat. La comunità dei blogger spagnoli è stata forse la prima in Europa ad aver dato vita a qualcosa di simile alla TocqueVille italiana: Red Liberal17 raccoglie i contributi di tutti coloro che non si riconoscono nella vulgata corrente secondo cui o sei progre o sei fascista e nel ricatto morale che la accompagna. Un cenno infine ad un esperimento di successo, Libertad Digital18: nato dall'idea del giornalista della radiofonica Cadena Cope, Federico Jimenez Losantos, è un quotidiano digitale che conta ad oggi mezzo milione di accessi diari. In poche parole è tutto quello che non troverete mai sulla stampa tradizionale, la crepa nel muro, l'oasi nel deserto, la spina nel fianco del governo socialista. Ospita interventi di blogger, giornalisti e studiosi, tra cui lo storico liberale Cesar Vidal. Se il liberalismo in Spagna ha un futuro, la sua strada passa di qui.
In Gran Bretagna scontro a sinistra
Ma il fenomeno probabilmente più interessante si osserva in
Gran Bretagna e meriterebbe un capitolo a parte. È qui che una sinistra
illuminata, in sintonia con la politica di Blair, si fa interprete della
difesa dei valori democratici dell'Occidente contro ogni tentazione relativista.
Questa sinistra riconosce il carattere antifascista della lotta contro il
totalitarismo islamico e si sente tradita dalla cecità, dall'ambiguità
e dai compromessi morali di quella pseudo-left19: schiava della propria
ideologia che, in nome del pacifismo e dell'anti-imperialismo, preferisce
l'abbraccio con dittatori e reazionari della peggior specie. La blogosfera
britannica riflette perfettamente lo scontro in atto tra due anime inconciliabili
del laburismo: da una parte quella liberale, dall'altra quella sequestrata
dai George Galloway e dalle Claire Short, ispirata dall'hate speech dei
John Pilger e dei Robert Fisk, rappresentata ogni giorno dalle colonne di
un Guardian che non si fa scrupoli ad arruolare tra i suoi editorialisti
estremisti come Tariq Ali o appartenenti a vere e proprie organizzazioni
radicali come Dilpazier Aslam, licenziato solo dopo che il suo caso divenne
di dominio pubblico all'indomani delle stragi di Londra proprio grazie a
un blog, quello di Scott Burgess20. Norman Geras21 è forse il rappresentante
più autorevole della sinistra che ha capito: Professor Emeritus all'Università
di Manchester, studioso del marxismo e dell'Olocausto, convinto sostenitore
della guerra in Iraq per ragioni morali – liberare un popolo dall'oppressione
–, è autore di alcuni dei contributi più rilevanti sulla natura
della minaccia terrorista e sulle complicità oggettive e soggettive
di ampi settori delle nostre società. In un post del luglio scorso
intitolato Gli apologeti tra di noi, scriveva tra l'altro: «Bisogna
rendersene conto e dirlo chiaramente: ci sono, tra di noi, difensori delle
azioni degli assassini che rendono più difficile la lunga battaglia
necessaria per sconfiggerli». Norman Geras è uno dei primi
firmatari di un manifesto nato per iniziativa dei blog britannici dopo gli
attentati del 7 luglio: Uniti contro il terrore22 si propone ci creare un
movimento globale di cittadini contro il terrorismo ed è, nelle parole
di Oliver Kamm23, l'espressione di un «liberalismo consapevole della
questione politica centrale del XXI secolo. Non solo, è un appello
per la dignità umana nella convinzione che i diritti umani sono indivisibili».
Tra i sottoscrittori anche Christopher Hitchens e Stephen Pollard24, oltre
a professori universitari e attivisti per i diritti civili. Un primo passo
forse verso quella Democracy Foundation proposta da Alan Johnson25 e ispirata
al discorso sull'ideologia del male pronunciato da Blair il 16 luglio scorso.
Siamo al punto di non ritorno, spiega Alan: «Ne ho abbastanza. Mi
sono svegliato alle 7 stamattina. Alle 7,23 avevo già ascoltato due
giustificazioni del terrorismo suicida». Dall'indignazione all'organizzazione,
da blog a movimento: sarà questa la prossima frontiera del web? Altre
gemme dalla blogosfera britannica: le analisi geopolitiche di Gregory Djerejian
su Belgravia Dispatch26, l'occhio di Biased BBC27, sulla disonestà
informativa del servizio pubblico sexed up e gli errori nell'approccio multiculturale
denunciati con notevole spirito profetico da Melanie Phillips28.
La libertà che viene dal freddo
Ed è proprio il multiculturalismo a declinazione islamica
il tema dominante nei blog della vicina Olanda. Su Peaktalk29 Pieter Dorsman
riflette sulla realtà di un paese in cui insieme a Theo Van Ghog
è stata assassinata anche un'illusione di convivenza: magistrale
il suo dossier in continuo aggiornamento sulla vicenda del regista, dall'esecuzione
fino al processo contro l'olandese di origine marocchina Mohammed Bouyeri.
Ayaan Hirsi Ali invece non ha bisogno di presentazioni: inserita da Time
nella lista delle cento personalità più influenti del 2005,
ex musulmana nata in Somalia, è il volto della lotta per i diritti
delle donne contro il fondamentalismo. Per le sue posizioni e per la sua
attività di parlamentare è stata condannata a morte dai fascisti
islamici, proprio come Van Gogh con il quale ha collaborato30.
Anche dal freddo Nord giungono sprazzi di resistenza: Enough31 dalla Danimarca con furore, Fred og Frihed32 organizzatore di una marcia pro-Bush in occasione della visita del presidente americano a Copenhagen, Finnpundit33 contro il socialismo in salsa di renna, Johan Norberg34 scrittore svedese in difesa del capitalismo e della globalizzazione, e la feconda nidiata di blog norvegesi capitanati dall'ottimo Secular Blasphemy35.
Un'ultima osservazione a conclusione di questa rassegna. La TocqueVille europea esiste ma senza averne consapevolezza. L'indubbia qualità dei blog liberali europei non è bastata finora a farne un referente culturale al livello dei colleghi americani: Glenn Reynolds, Jeff Jarvis, John Hinderaker – solo per citarne alcuni – creano opinione e influiscono direttamente, non solo per contrapposizione, sul modo di fare informazione nel loro paese. Le rassegne stampa raccolgono ormai il loro punto di vista insieme a quello di Thomas Friedman o di Anne Applebaum a testimonianza del fatto che il confine tra giornalismo e blog in America si sta assottigliando sempre di più. In Europa questo ancora non succede. Cosa manca? Forse un'opinione pubblica preparata e curiosa, forse una maggior fiducia nelle proprie possibilità e un più efficace gioco di squadra, forse solamente un Rathergate all'europea. Tempo al tempo. In fondo l'avventura è appena iniziata.
Note
1. http://medienkritik.typepad.com.
2. http://kosmoblog-english.blogspot.com.
3. http://www.anti-anti-americanism.com.
4. http://atlanticreview.org.
5. http://no-pasaran.blogspot.com.
6. http://lemondewatch.blogspot.com.
7. http://librenfin.blogspot.com.
8. http://www.pageliberale.org.
9. http://u-blog.net/liberte.
10. http://pro-us.blogspot.com.
11. http://www.contrepoison.com.
12. http://www.action-liberale.org.
13. http://iberiannotes.blogspot.com.
14. http://www.hispalibertas.com.
15. http://barcepundit.blogspot.com.
16. http://fabregas.blogspot.com.
17. http://www.redliberal.com.
18. http://libertaddigital.com.
19. Secondo la felice definizione di Harry: http://hurryupharry.bloghouse.net.
20. http://dailyablution.blogs.com.
21. http://normblog.typepad.com/normblog.
22. http://www.unite-against-terror.com.
23. http://oliverkamm.typepad.com/blog.
24. http://www.stephenpollard.net.
25. http://www.labourfriendsofiraq.org.uk.
26. http://belgraviadispatch.com.
27. http://biased-bbc.blogspot.com.
28. http://www.melaniephillips.com/diary.
29. http://www.peaktalk.com.
30. La trovate a questo indirizzo: http://www.ayaanhirsiali.web-log.nl.
31. http://enough.typepad.com.
32. http://www.fredogfrihed.org.
33. http://finnpundit.blogspot.com.
34. http://www.johannorberg.net.
35. http://blogs.salon.com/0001561.
Enzo Reale, titolare del blog 1972
(c)
Ideazione.com (2006)
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