Non
vi è dubbio che i due mandati del presidente Bush verranno ricordati
soprattutto per le controverse scelte in materia di politica estera. La
dottrina del pre-emptive strike e le due guerre in Afghanistan e Iraq hanno
determinato profonde spaccature non solo tra le diplomazie mondiali ma anche
nelle opinioni dei cittadini di tutti i paesi. Tali scelte sono state per
alcuni la lungimirante risposta alla minaccia del terrorismo islamico e
per altri gravissimi errori di cui si pagheranno le conseguenze nei decenni
a venire.
Ciò non significa che la più grande economia del pianeta sia
stata trascurata: George Bush ha cercato di portare avanti importanti riforme
raggiungendo i suoi obiettivi in alcuni casi, in altri abbandonando tali
progetti nelle pieghe del processo legislativo.
L’economia americana
è la più grande del pianeta: il suo pil raggiunge la cifra
di 13.042 miliardi di dollari (2006, Bureau of Economic Analysis) e il reddito
medio ha passato la soglia dei 41.000 dollari annuali, mentre le grandi
economie europee stagnano tra i 30.579 dollari della Germania e i 28.760
dollari dell’Italia. Tale gigante, per nulla appesantito dalla sua
mole, è una delle economie più in salute e dinamiche del pianeta:
dal 1990 al 2004 l’economia americana è cresciuta ad un tasso
annuale del 3,1 per cento, quella italiana all’1,4 e mentre l’Eurozona
poco sotto al 2. La disoccupazione in America oscilla intorno al 5 per cento,
livello ben lontano dal 10-11 per cento di Francia e Germania (l’Italia
fa un po’ meglio con l’8 per cento). Considerando che circa
il 76 per cento (63 in Italia) della popolazione americana in età
lavorativa partecipa alla forza lavoro, ovvero ha un lavoro oppure è
in cerca di un’occupazione, si chiarisce il quadro di una popolazione
di lavoratori e produttori di ricchezza (2005, oecd).
La supremazia dell’economia americana è più chiara se
prendiamo in considerazione dati relativi all’innovazione –
gli americani rappresentano il 5 per cento della popolazione mondiale ma
registrano circa il 40 per cento dei brevetti – e se guardiamo all’eccellenza
delle università americane in quanto luogo di creazione del sapere
– dal 1950 il 55 per cento dei premi Nobel sono stati vinti da cittadini
americani e il 60 per cento da individui che indipendentemente dalla loro
cittadinanza lavoravano in istituzioni americane; l’Europa continentale
è rappresentata rispettivamente dal 21 e 20 per cento, che diventano
36 e 37 se si include il Regno Unito (2003, The Sutton Trust).
Le ragioni di tale successo sono oggetto di ampio dibattito tra gli scienziati
sociali di tutto il globo; chi scrive appartiene al nutrito gruppo di economisti
che ritiene la maggiore libertà di cui gode l’economia americana,
il minor grado di regolamentazione, il contenuto intervento pubblico negli
affari economici, il ristretto welfare state e il minor livello di tassazione
sia sulle imprese sia sugli individui alla base di questi straordinari risultati.
È importante
non cadere in un facile errore: l’economia americana e le politiche
economiche delle amministrazioni presidenziali sono due cose ben diverse;
la maggior parte di quello che succede in un’economia di libero mercato
ha poco a che vedere con il governo e le sue politiche. È una fallacia
comune, purtroppo anche tra i commentatori economici, attribuire gli alti
e i bassi del business cycle e gli effetti di riforme pregresse al presidente
di turno; in questo senso, mi sia concesso, sono fuori luogo i sensazionalismi
e gli allarmismi, così comuni in Italia, dei giornali politicamente
schierati ad ogni segnale positivo o negativo proveniente dagli indicatori
economici; bisognerebbe, e noi lo faremo, non tanto guardare alla correlazione
tra chi è presidente e i risultati dell’economia, quanto agli
effetti di breve e di lungo periodo delle riforme e dei progetti attuati
durante ogni presidenza. Per rimanere alla realtà americana si consideri,
ad esempio, il credito che il presidente Clinton ha raccolto durante e dopo
la sua presidenza per il boom economico dovuto alla it revolution. Sarebbe
piuttosto corretto pensare che l’aumento della produttività
e la rivoluzione tecnologica partita dalle telecomunicazioni ed estesasi
fino alla logistica e alla grande distribuzione sono effetti delle importanti
deregulations, soprattutto nelle telecomunicazioni e nel settore dei trasporti,
portate avanti nel decennio precedente da Reagan.
Allo stesso modo la straordinariamente bassa disoccupazione dell’era
Bush difficilmente può essere attribuita al presidente repubblicano,
in quanto nessuna misura di particolare rilievo è stata presa durante
i suoi mandati nell’ambito del mercato del lavoro; la bassa disoccupazione
oggi e la crescita sostenuta della produttività durante gli anni
Novanta più che motivo di lode per l’amministrazione in carica
sono indicazione del fatto che il sistema americano, a prescindere dal colore
politico di chi governa, mostra sempre un certo grado di flessibilità
e capacità di crescita. Fatta questa doverosa premessa entriamo nel
merito delle politiche economiche attuate negli ultimi sei anni, ragionando
non solo dei successi di questa amministrazione ma anche dei suoi fallimenti.
La singola più importante misura di politica economica del governo
Bush è stato il taglio delle tasse, effettuato all’inizio del
suo mandato, recentemente rinnovato e ancora in attesa di essere reso permanente.
Sono tre le aree in cui la proposta è intervenuta: le aliquote sui
dividendi, le aliquote sul capital gain (entrambe tagliate immediatamente
del 15 per cento) e le aliquote sul reddito individuale (la massima è
passata dal 39 al 35 per cento). La teoria economica dietro al taglio delle
tasse è chiara: una diminuzione dell’imposizione fiscale favorisce
la crescita economica; minori aliquote sul reddito delle singole persone
incrementano la forza lavoro e le ore lavorate complessivamente agendo sia
sull’intensive margin, ovvero il numero di ore lavorate da ogni singolo
individuo, sia sull’extensive margin, ovvero incentivando più
persone ad entrare nella forza lavoro e a partecipare alla produzione della
ricchezza nazionale. L’effetto non si esaurisce con l’aumento
della forza lavoro: una minore aliquota fiscale contribuisce ad una crescita
del risparmio e dunque degli investimenti, anche se poi la forma degli investimenti
dipende dalla struttura tributaria e dalle aliquote specifiche che sono
state tagliate; se ad un taglio delle tasse sulle aliquote individuali si
accompagna un taglio delle tasse sui dividendi diventa più profittevole
contribuire alla crescita delle imprese e investire nello stock market;
alcuni analisti americani prevedono che il taglio delle aliquote sui dividendi
e sui capital gain farà aumentare il valore delle azioni sul mercato
americano, ovvero la ricchezza dei risparmiatori, per un valore compreso
tra il 5 e il 15 per cento del valore attuale e ridurrà il costo
del capitale per un valore compreso tra il 10 e il 30 per cento a seconda
del settore industriale. Complessivamente in dieci anni il contribuente
americano risparmierà circa 350 milioni di dollari e tale cifra è
destinata a crescere qualora il taglio dovesse essere reso permanente nel
2007.
Tale intervento, come
spesso accade con i tagli alle tasse, è stato criticato sulla base
del fatto che non sarebbe capace di “ripagarsi da solo”, ovvero
non sarebbe in grado di generare una crescita della base imponibile in grado
di garantire lo stesso gettito con aliquote inferiori; è ovvio che
qualora il gettito tributario di un paese prima del taglio delle tasse fosse
ad un livello ottimale e la spesa effettuata in maniera efficiente, tale
critica potrebbe avere un qualche fondamento. Il problema è che individuare
un gettito ottimale secondo criteri oggettivi è impresa assai ardua;
essendo le tasse uno strumento distorsivo del comportamento individuale
bisognerebbe essere in grado di misurare tale distorsione e compararla con
i benefici prodotti dalla spesa pubblica; se a ciò aggiungiamo che
spesso la spesa pubblica, invece di seguire criteri di efficienza allocativa,
viene dirottata verso interessi particolari o si perde in mille rivoli improduttivi,
risulta difficile difendere il livello attuale di spesa pubblica come un
livello ottimale.
A tali considerazioni teoriche vanno aggiunti dati recentemente diventati
di pubblico dominio. Grazie alla sostenuta crescita economica il gettito
tributario nel 2005 è cresciuto, rispetto alle previsioni di febbraio,
di 115 miliardi di dollari, pari al 15 per cento del totale delle entrate.
Il deficit si è così ridotto a circa 296 miliardi di dollari,
ovvero il 2,3 per cento del pil, inferiore all’ultimo dato di 308
miliardi di dollari di un anno fa e più basso delle previsioni della
Casa Bianca. Adesso gli economisti di Washington prevedono che il deficit
scenderà al l’1,3 per cento del pil entro il 2008, risultato
che va oltre le promesse di riduzione del deficit fatte negli ultimi due
anni dal presidente (2006, Congressional Budget Office). È troppo
presto per dire se tale crescita sia attribuibile al taglio delle tasse
oppure ad un semplice effetto di business cycle, ma di certo si tratta di
un segnale positivo che va in direzione contraria rispetto ai profeti di
sventura.
Se i conservatori americani possono dirsi soddisfatti del taglio delle tasse,
sono di certo scontenti dell’andamento della spesa pubblica. È
un dato incontrovertibile che non si sia usata la stessa determinazione
mostrata nel tagliare le tasse quando si è trattato di ridurre la
spesa; è altrettanto vero che l’informazione dei media su tale
argomento ha lasciato molto a desiderare. Quasi tutta la crescita della
spesa pubblica corrente è dovuta ad automatici aumenti negli assegni
staccati dal sistema pensionistico e dalle due grandi voci del sistema sanitario,
il Medicare (rivolto a tutti i cittadini sopra i 65 anni senza alcuna discriminazione
di censo) e il Medicaid (che copre tutti i cittadini al di sotto di una
certa soglia di reddito fissata dai singoli Stati), voci di spesa sulle
quali non si può intervenire se non attraverso più ampie riforme.
Il presidente ha tagliato, in percentuale al pil, la restante parte della
spesa pubblica sottoposta al suo diretto controllo, fatto salvo l’aumento
delle spese legate alla Difesa. Bush avrebbe potuto fare di più per
impedire la crescita della spesa pubblica, oggi pari al 36 per cento del
pil, ma di certo l’immagine di un presidente che da una parte taglia
le tasse e dall’altra lascia correre la spesa non è corretta.
Il quadro completo ci dice che la spesa americana sta aumentando soprattutto
per cause strutturali; il tentativo fatto dall’amministrazione di
porvi rimedio sarà oggetto del prossimo paragrafo.
L’amministrazione
Bush ha cercato di intervenire sulla crescente spesa pensionistica (il sistema
è sottofinanziato di circa il 28 per cento), causata dall’invecchiamento
della popolazione, con una proposta di riforma che prevedeva la riduzione
della crescita delle prestazioni pensionistiche (legandole solo all’inflazione
e non a diversi, più onerosi, indicatori), il taglio dei benefici
per i più ricchi (che solitamente provvedono per se stessi attraverso
pensioni integrative) e la possibilità, non l’obbligo, per
ogni singolo individuo di investire parte del denaro (il 4 per cento del
salario) destinato al monte pensionistico pubblico in maniera alternativa,
sottraendo così parte del peso alle finanze pubbliche, mettendolo
sulle spalle del mercato e garantendo almeno ad una parte minima dell’investimento
pensionistico un ritorno mediamente più alto di quello garantito
dal sistema pubblico a retribuzione.
Il dibattito intorno a questa proposta è stato ampio e a tratti è
sembrato non particolarmente illuminato, soprattutto la posizione della
parte più estrema del partito democratico che sosteneva che in realtà
il sistema non ha bisogno di alcuna riforma; Bush si è speso in prima
persona e ha dedicato la prima parte del suo secondo mandato a tale progetto,
ma alla fine hanno prevalso le posizioni di chi assicurava agli americani
che questa proposta era in realtà un modo per privarli delle loro
pensioni. È vero che l’insostenibilità finanziaria del
sistema pensionistico americano non è ancora al livello di quelli
europei, ma è anche vero che questo tipo di riforme diventano sempre
più costose col passare del tempo, costose non solo dal punto di
vista finanziario ma anche da quello politico. È sconfortante vedere
come in ogni parte del globo il dibattito sulle pensioni e sulla necessità
di cambiamento delle reti sociali raramente viene affrontato in maniera
scientifica e lontana dalle passioni di parte.
Nei rapporti economici tra gli usa e il resto del mondo la presidenza Bush
è stata caratterizzata da luci, importanti misure di liberalizzazione
del commercio, e ombre, politiche volte a proteggere alcuni settori. Gli
Stati Uniti hanno adottato una posizione marcatamente in favore del commercio
internazionale: hanno siglato importanti trattati di libero scambio con
Cile, Oman e Singapore, esteso l’area di libero scambio già
esistente con il Centro America alla Repubblica Dominicana, annunciato l’inizio
delle trattative per concludere altri trattati di questo tipo con la Tailandia
e il Perù, lavorato per creare un’area di libero scambio che
comprenda tutti gli Stati dell’America del Sud e del Nord (la ftaa,
Free Trade Area of the Americas).
Il presidente Bush ha
creato a tale proposito un’agenzia per la promozione del libero scambio
destinata a durare fino al giugno 2007, la Trade Promotion Authority (tpa).
La creazione di tale Authority ha risposto ad una logica ben precisa, quella
di sottrarre al Congresso la prerogativa di negoziare questo tipo di accordi;
il Congresso è infatti preda degli interessi di parte, che quando
si tratta di commercio internazionale riescono ad essere sempre molto forti,
visto che i beneficiari del processo di liberalizzazione, i cittadini americani
e i produttori degli altri paesi, hanno poca o nulla voce in capitolo. In
due casi questi gruppi di pressione hanno saputo difendere i loro interessi
particolari: stiamo parlando dei soliti settori, l’acciaio e l’agricoltura.
È il caso di ricordare che gli Stati Uniti, come l’Europa,
hanno una onerosa politica agricola che trasferisce risorse dal contribuente
all’agricoltore attraverso il sostegno dei prezzi dei prodotti agricoli
e misure tariffarie che riducono l’ingresso di concorrenti nel mercato
domestico. Se le tariffe agricole generano contrasti tra gli Stati Uniti
e paesi poveri come il Brasile, l’Argentina o l’India, le tariffe
a protezione dell’acciaio invece suscitarono una vera e propria guerra
commerciale tra gli usa e l’Unione Europea, contrasto poi rientrato
in seguito alla rimozione delle barriere commerciali all’acciaio proveniente
dal vecchio continente, rimozione ottenuta anche grazie all’intervento
della World Trade Organization (wto).
L’esistenza dei sussidi all’agricoltura è uno dei principali
ostacoli posti dalle economie occidentali al processo di liberalizzazione
multilaterale degli scambi portati avanti nell’ambito del wto; il
risultato delle negoziazioni iniziate a Doha in Qatar nel 2001 rimane incerto
e non si hanno ragioni per essere particolarmente ottimisti: da una parte
gli Stati occidentali e le loro tariffe su prodotti agricoli e tessili,
dall’altra le economie in via di sviluppo che invece tendono a proteggere
i settori manifatturieri a più alta intensità tecnologica
e i servizi sembrano avere poco spazio per un accordo.
Un accenno al notevole
deficit commerciale che gli usa hanno nei confronti del resto del mondo.
Vi sono coloro che sostengono come tale squilibrio, se non affrontato e
ridotto immediatamente attraverso una svalutazione del dollaro, possa portare
a non meglio definite crisi economiche mondiali; a mio avviso bisogna guardare
più fondamentali ragioni economiche. L’accresciuta produttività
dell’economia americana attira i capitali stranieri che non hanno
altrettanto remunerative opportunità in altre parti del globo (essendo
l’Europa piagata da una bassa crescita e il Giappone non ancora pienamente
uscito dalla crisi degli anni Novanta); parallelamente il positivo effetto
di reddito creato dall’aumento della produttività e dunque
della ricchezza disponibile oggi e nel futuro al consumatore americano incentiva
l’economia a prendere a prestito dall’estero per finanziare
un maggiore livello di consumo; il debito così contratto verrà
ripagato in futuro dalla maggiore ricchezza creata nel frattempo. Fenomeni
apparentemente irrazionali possono essere spiegati attraverso semplici strumenti
economici quando non ci si fa distrarre da teorie millenaristiche.
L’amministrazione americana, nonostante fosse impegnata in onerose
guerre oltreoceano, ha saputo compiere scelte economiche importanti, prima
tra tutte il taglio delle tasse. Solo il tempo saprà dirci se tali
misure avranno fatto bene all’economia americana oppure sarà
necessario porvi rimedio; ad oggi i cittadini americani sembrano, in larga
parte, averne beneficiato.
Andrea
Asoni, dottorando in Economia all’Università di Chicago. Si
occupa di politiche pubbliche, sistemi politici e crescita economica, commercio
internazionale.
(c)
Ideazione.com (2006)
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