Fino
alla metà di agosto, l’unico dubbio degli analisti sull’esito
delle elezioni a novembre di mid-term negli Stati Uniti riguardava l’esatta
valutazione dell’entità della vittoria democratica. Sarebbe
stata abbastanza schiacciante da garantire al partito di Howard Dean, John
Kerry, Nancy Pelosi e Hillary Rodham Clinton la riconquista di entrambi
i rami del Congresso? O il Partito Repubblicano, seppure sconfitto, sarebbe
riuscito a conservare la maggioranza almeno alla Camera o al Senato? Scenari
alternativi a quelli che prevedevano una, più o meno impetuosa, riscossa
democratica non venivano neppure presi in considerazione, malgrado mancassero
quasi tre mesi alla tornata elettorale. E i motivi per non farlo erano molteplici:
gli indici di approvazione del presidente George W. Bush ai minimi storici,
così come quelli del Congresso a maggioranza repubblicana; la difficilissima
situazione in Iraq, con il paese sull’orlo di una guerra civile; lo
scollamento tra la Casa Bianca e la sua maggioranza su temi-chiave come
l’immigrazione clandestina e il controllo federale sui prezzi della
benzina; il coinvolgimento di alcuni esponenti del gop, anche di un certo
peso, in scandali di corruzione e di uso disinvolto del denaro proveniente
dai lobbysti di Washington.
In più, fin dall’inizio del 2006 i sondaggi sul cosiddetto
generic congressional ballot, quelli cioè in cui viene chiesta al
potenziale elettore una preferenza sul partito a prescindere dai singoli
candidati, venivano vinti a mani basse dal Partito Democratico. Secondo
Gallup, per esempio, i Repubblicani avevano 7 punti percentuali di svantaggio
a gennaio, 14 a febbraio, 16 a marzo, 15 ad aprile, 10 a maggio, 16 a giugno
e 12 a luglio. C’era abbastanza carne al fuoco, insomma, per spingere
anche un osservatore tradizionalmente cauto come il professore di politologia
dell’Università della Virginia, Larry J. Sabato (fondatore
di un sito Internet significativamente denominato Crystal Ball), a sbilanciarsi
nel prevedere una possibile “grande onda” democratica in grado
di provocare un ribaltone simile a quello che portò, nel 1994, i
Repubblicani del Contract with America a riconquistare il Congresso dopo
decenni di strapotere democratico.
Ma la politica americana è una strana bestia. E sono bastati un paio
di avvenimenti non previsti, con relative rilevazioni statistiche in controtendenza,
a rimettere tutto in discussione. Il 21 agosto, infatti, sempre Gallup ha
reso pubblici i risultati di un sondaggio in cui sia il job approval di
Bush che le preferenze potenziali del Partito Repubblicano sono, piuttosto
inaspettatamente, schizzate verso l’alto. Quest’ultimo dato,
in particolare, segnalava un quasi pareggio (47 per cento a 45 per i Democratici)
tra i registered voters e un pareggio (al 48 per cento) tra coloro che si
recano regolarmente alle urne (regular voters). I Democratici, coadiuvati
dal consueto coro di supporto dei grandi organi d’informazione, hanno
spiegato questo balzo in avanti del gop con la reazione spaventata dell’elettorato
al piano terroristico sventato qualche giorno prima in Gran Bretagna, che
avrebbe potuto provocare stragi di portata analoga a quelle dell’11
settembre 2001. Ma altri analisti, come Scott Rasmussen (che con il suo
Rasmussen Reports è stato il sondaggista che ha previsto con maggiore
accuratezza l’esito delle elezioni nel 2002 e nel 2004), hanno invece
identificato nella vittoria di Ned Lamont contro Joe Lieberman alle primarie
democratiche del Connecticut il “punto di svolta” di questa
lunga campagna elettorale.
Lieberman, Lamont e la deriva pacifista dei
Democratici
Un vecchio
adagio che circola negli ambienti del conservatorismo a stelle e strisce,
recita più o meno: «Per quanto i Repubblicani ce la mettano
tutta nel voler perdere le elezioni, i Democratici riescono sempre a metterci
qualcosa in più». La storia della campagna elettorale per le
primarie democratiche nel piccolo – ed estremamente liberal –
Stato del Connecticut è un esempio perfetto di questa invincibile
tendenza al suicidio politico che, ormai da anni, si annida tra le pieghe
della sinistra americana. Joe Lieberman, candidato alla vicepresidenza con
Al Gore nel 2000, sfortunato candidato alle presidenziali nel 2004 e senatore
del Connecticut dal 1989, è sotto (quasi) tutti i punti di vista,
un perfetto democratico: abortista, ambientalista, difensore dei diritti
degli omosessuali, interventista in economia, sostenitore dell’affirmative
action. La sua unica “deviazione” dall’ortodossia democratica,
insomma, è quella di essere contrario al ritiro immediato delle truppe
americane dall’Iraq. E questo gli è costato una durissima opposizione
da parte della sinistra radicale, che lo ha portato a perdere – anche
se di misura – le primarie del suo partito ai danni del miliardario
pacifista Ned Lamont. Questo incidente di percorso, molto probabilmente,
non cambierà la storia del Connecticut, visto che Lieberman ha deciso
di candidarsi come Indipendente ed ha buone possibilità di conservare
il proprio seggio al Senato. Ma potrebbe cambiare la storia degli Stati
Uniti, visto che ha dimostrato ancora una volta come il Partito Democratico
sia ormai ostaggio della sua frangia più estremista e sempre più
distante dai valori e dalle pulsioni dell’America profonda. Non è
forse un caso che la rimonta dei Repubblicani nei sondaggi sia iniziata
proprio con la sconfitta di Lieberman: anche chi, fino a quel momento, aveva
seguito con distrazione la campagna elettorale si è reso improvvisamente
conto che i Democratici moderati erano diventati una specie in via d’estinzione.
Ed è tornato a guardare con occhi più benevoli il Grand Old
Party.
Le strategie dei due partiti
Malgrado
la deriva a sinistra del Partito Democratico, però, le elezioni di
novembre restano un test molto difficile per i Repubblicani. Anche perché,
almeno nelle prime battute della campagna elettorale, i Democratici sembrano
essere riusciti a porre le basi di quella che sarà la loro strategia
fino a novembre.
Ai Democratici non basta concentrarsi sulle singole sfide locali: a loro
serve, in un certo senso, “nazionalizzare” lo spirito della
consultazione elettorale, per sfruttare il crescente malcontento sulla presenza
militare americana in Iraq e mobilitare il più possibile il proprio
elettorato. Devono trasformare, insomma, una serie di sfide sul territorio
in un grande referendum nazionale sull’Amministrazione Bush. Nella
speranza che gli indici di gradimento del presidente restino bassi (e il
più possibile al di sotto del 40 per cento) fino al termine della
campagna elettorale.
I Repubblicani, naturalmente, hanno un obiettivo diametralmente opposto:
concentrarsi sulla valenza locale delle singole sfide, per far prevalere
i temi che coinvolgono direttamente le singole comunità (come l’immigrazione
negli Stati del Sud) ed affidarsi alla cosiddetta law of incumbency, che
si è andata estremamente rafforzando negli ultimi anni, per sfruttare
la forza intrinseca del candidato uscente (in 13 casi sui 14 collegi toss-up,
il candidato uscente è repubblicano).
Cerchiamo di capire, senza avere la pretesa di arrivare a formulare una
vera e propria previsione, in che modo queste strategie stanno modellando
la campagna elettorale, identificando le battaglie più significative
alla Camera e al Senato.
Camera: battaglia all’ultimo voto
Partiamo
con la Camera, per cui sono in ballo tutti e 435 i seggi. Attualmente i
Repubblicani hanno 29 voti di vantaggio (232 a 203), ma sembra piuttosto
scontato che i Democratici riusciranno a migliorare la loro posizione. Per
conquistare il controllo di questo ramo del Congresso dovrebbero riuscire
a ribaltare la situazione in almeno 15 distretti, sempre che riescano a
riconfermare tutti i loro congressmen. Mentre scriviamo, secondo l’Election
Guide del New York Times i seggi “in gioco” sono 54, perché
Repubblicani e Democratici possono contare rispettivamente su 192 e 189
collegi “sicuri” che non dovrebbero rappresentare sorprese il
giorno delle elezioni. Di questi 54 distretti, però, soltanto 14
vengono considerati toss-up (su cui è assolutamente impossibile fare
previsioni), perché in 27 sono leggermente favoriti i Repubblicani
e negli altri 13 sono leggermente favoriti i Democratici. Se prendiamo per
buona questa classificazione, insomma, per riconquistare la Camera i Democratici
dovrebbero vincere in tutti e 14 i collegi incerti e, in più, strappare
almeno un paio di distretti in cui i Repubblicani sono attualmente (anche
se non nettamente) in vantaggio. Si tratta di un’impresa difficile,
ma non impossibile, soprattutto se il vento dovesse tornare a soffiare come
nella prima metà del 2006.
Crystal Ball di Larry J. Sabato identifica 40 seggi della Camera da tenere
d’occhio il giorno delle elezioni: 31 con un candidato uscente repubblicano
e soltanto 9 con un candidato uscente democratico. Secondo questa proiezione
(elaborata all’inizio di agosto), ci sarebbero buone probabilità
che i Democratici riescano a guadagnare dai 12 ai 15 seggi, sfiorando oppure
raggiungendo di misura la maggioranza. Anche se saremmo assai lontani da
quel cataclisma elettorale che furono le elezioni del 1994, in cui i Repubblicani
guidati da Newt Gingrich ribaltarono la situazione in più di 50 collegi,
questo piccolo terremoto sarebbe in grado di riportare la Camera al partito
dell’asinello dopo dodici anni di dominio conservatore.
Come sottolineano tutti gli analisti, però, saranno decisivi gli
ultimi due mesi di campagna elettorale. E, anche se il fund-raising dei
democratici viaggia a livelli molto alti, rispetto agli ultimi decenni,
i Repubblicani conservano un solido vantaggio in questo campo e sembrano
intenzionati a spendere i loro dollari proprio nelle ultime settimane prima
del voto.
Ecco le sfide da seguire con particolare attenzione: due collegi in Connecticut
(2° e 4°); due in Ohio (6° e 18°); tre in Indiana (2°,
8° e 9°); uno nello Stato di New York (24°), nello Stato di
Washington (8°), in New Mexico (1°), in Arizona (8°), in Iowa
(1°), in Colorado (7°) e in Pennsylvania (6°).
Il miraggio democratico del Senato
Se
alla Camera il compito dei Democratici sembra molto difficile, ma non proibitivo,
al Senato la battaglia sembra strutturalmente più favorevole ai Repubblicani,
visto che in questo caso si tratta di un rinnovo parziale di soltanto 33
seggi su 100. I seggi veramente “in gioco”, poi, sono appena
12. E ai Repubblicani basterebbe conquistarne 4 per mantenere il controllo
del Senato. Ma entriamo in dettaglio.
Diamo per scontato, come fanno anche il New York Times e Rasmussen Reports,
che California, New Mexico, North Dakota, Florida, West Virginia, Wisconsin,
Hawaii, New York, Vermont, Massachussetts, Nebraska, Delaware e Connectictut
(magari con il neo-indipendente Joe Lieberman) siano saldamente in mano
ai Democratici. E che Texas, Arizona, Mississippi, Nevada, Utah, Wyoming,
Maine e Indiana siano, altrettanto saldamente, in mano ai Repubblicani.
Negli altri 12 Stati la situazione è molto frammentata. In Pennsylvania,
il senatore uscente repubblicano (Rick Santorum) è in netto svantaggio
in tutti i sondaggi, anche se ultimamente sembra stia dando qualche segno
di ripresa. In Rhode Island, il senatore uscente repubblicano (Lincoln Chafee)
è così “moderato” che il suo avversario democratico
(Sheldon Whitehouse) è considerato molto più a destra di lui
e sembra destinato alla vittoria. In Tennessee, il senatore repubblicano
Bill Frist (ex leader della maggioranza) si è ritirato lasciando
vacante il seggio, ma sembra che Bob Corker non abbia troppi problemi a
sbarazzarsi del candidato democratico Harold Ford. In Virginia, tutto sembrava
deporre a favore della riconferma del repubblicano George Allen (che è
anche uno degli uomini di punta del GOP per le presidenziali 2008), ma una
gaffe clamorosa in campagna elettorale ha rimesso, almeno parzialmente,
in gioco il suo avversario James Webb. Comunque, assegnando Pennsylvania
e Rhode Island ai Democratici e Virginia e Tennessee ai Repubblicani, il
gop avrebbe già 49 seggi al Senato: appena uno in meno della maggioranza
necessaria (in caso di parità, il voto decisivo spetta al vicepresidente).
Per trovare il “senatore mancante”, i Repubblicani hanno a disposizione
8 Stati. In cinque il senatore uscente è democratico: Maryland, Michigan,
New Jersey, Washington e Minnesota. Ma almeno in New Jersey lo sfidante
Thomas Kean sembra avere ottime chance contro Robert Menendez, soprattutto
perché il livello di corruzione della classe dirigente democratica
ha raggiunto, in questo Stato, livelli ormai patologici.
Negli altri tre Stati, invece, il senatore uscente è repubblicano:
Missouri, Montana e Ohio. Si tratta di tre testa-a-testa, ma che si svolgeranno
tutti in piena Bush Country. Malgrado la previsione sfavorevole del New
York Times, soprattutto Conrad Burns (Montana) ci sembra molto meglio piazzato,
anche in termini di fund-raising, rispetto allo sfidante democratico Jon
Tester.
Se i Repubblicani, insomma, riuscissero a conquistare i seggi in New Jersey
e Montana (o in due qualsiasi degli Stati che abbiamo appena analizzato),
potrebbero conservare la maggioranza in Senato senza neppure dover scomodare
Dick Cheney per esprimere il voto decisivo.
Il fattore K
Tutte
queste proiezioni, naturalmente, non tengono conto delle diverse organizzazioni
che i due partiti hanno dispiegato sul territorio. E si tratta di un fattore
che, almeno alle due ultime tornate elettorali, ha totalmente stravolto
le previsioni della vigilia. Se, infatti, la “macchina da guerra”
democratica è stata interamente azzerata e ristrutturata da Howard
Dean negli ultimi due anni (e resta dunque un’incognita), quella repubblicana
è ancora una volta affidata alle mani sapienti di Karl Rove e ha
già dato ampie dimostrazioni di saper rappresentare un’arma
(letale) in più nei giorni immediatamente precedenti al voto.
Il vantaggio strutturale del partito Repubblicano non si limita all’aver
utilizzato con astuzia, negli anni in cui ha controllato il Congresso, tutte
le tecniche possibili di gerrymandering (ridefinendo i confini dei distretti
elettorali a proprio vantaggio), come del resto avevano fatto i Democratici
per mezzo secolo. O nello straordinario network, costruito con un lavoro
decennale, che collega tra loro think-tank, media, rappresentanti del partito,
volontari e semplici simpatizzanti.
I Repubblicani dominano anche nelle tecniche di micro-targeting che sono
diventate sempre più importanti nelle elezioni moderne, soprattutto
in un paese vasto come gli Stati Uniti. Anche i Democratici sono in grado
di identificare gli elettori attraverso il seggio in cui andranno a votare,
l’indirizzo dell’abitazione, il partito a cui sono iscritti
e, spesso, anche attraverso le loro opinioni sugli argomenti più
importanti del momento. Ma i Repubblicani, soprattutto grazie ad un sofisticatissimo
gioiello tecnologico chiamato “Voter Vault” (un database sterminato
a cui hanno accesso, direttamente sul campo, tutti i volontari del partito),
sono in grado di tracciare un profilo molto più preciso di ogni singolo
potenziale elettore. E riescono a concentrare con efficacia i propri sforzi
nelle ore finali della campagna elettorale. Grazie alle nuove tecnologie
– e alla lungimiranza di Karl Rove – il gop, ormai da anni,
riesce a tenere sotto scacco i Democratici proprio nel campo che da sempre
rappresentava il loro punto di forza più importante: la capacità
di mobilitare, con efficacia, i propri volontari sul territorio.
Questa superiorità, ormai schiacciante, non viene certo registrata
nelle rilevazioni statistiche nazionali. Ma rappresenta un ostacolo, un
grande ostacolo in più, con cui i Democratici dovranno fare i conti
se vogliono seriamente sperare di strappare ai Repubblicani il controllo
del Congresso.
Andrea
Mancia, caporedattore di Ideazione.
(c)
Ideazione.com (2006)
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