Quando nell’agosto del ’91 George Bush padre si presenta in
tv e a reti unificate annuncia la dissoluzione dell’Unione Sovietica,
lo scioglimento del pcus e la nascita di un nuovo ordine con gli Stati Uniti
«undisputed leader of the world», il paese che ha di fronte
ascolta senza avere chiaro davanti a sé cosa ciò comporti.
Roma ha sconfitto Cartagine ed è costretta a guardare oltre. Alle
spalle le poche ma chiare idee reaganiane, diventate improvvisamente fondamenta
molto più solide di un decennio di sberleffi in salsa liberal: il
cittadino americano, sazio di “Gorby” – la bambola gadget
sovietico venduta a migliaia durante i tre giorni del golpe – torna
a guardarsi nelle tasche e si scopre soprattutto un contribuente. Spremuto,
magari per aiutare i nemici di ieri ad uscire dall’impasse o per riequilibrare
i conti del crescente deficit sempre più gravato della spesa strategica
e militare, con la percezione fastidiosa e comune di essere più povero,
Joe Sixpack (il nomignolo che contraddistingue il “Mario Rossi”
americano nasce dalla confezione x6 di birre che comunemente viene consumata
davanti alla tv durante la visione di una partita di Football) comincia
a trovare il presidente troppo coinvolto nella politica estera e finisce
per giudicarlo inadatto a proporre soluzioni a problemi che si sentono inevitabilmente
più vicini: in un attimo Bush I diventa The Wimp, il pappamolla.
Gli americani hanno voglia di specchiarsi in un nuovo sogno. Il sole di
Los Angeles comincia ad impallidire e New York torna chic. A tornare di
moda sono anche la vita notturna e l’underground. È un nuovo
vero e proprio revival letterario. Non solo post-moderni e tradizionalisti
o antirealisti di matrice beat. Accanto ai De Lillo e Pynchon, ai Roth,
ai Bellow, agli Updike, ai Burroughs si rivalutano ancor di più autori
minimalisti come John Cheever e Raymond Carter e trova infine definitiva
consacrazione quella generazione che da Bret Easton Ellis a Jay McInerney
ha raccontato le inquietudini dietro l’ossessione del divertimento
spensierato e ad ogni costo degli anni ’80.
E se per De Lillo, anche con l’11 settembre alle spalle, il demone
del consumismo rimarrà sempre il motore ultimo e quasi giustificazione
metafisica per l’odio del mondo, i duri e puri dell’ortodossia
del romanzo post-moderno all’americana – John Barth, Robert
Coover, Don Bartheleme, Kurt Vonnegut – aggiungono una connotazione
neanche tanto vaga di snobismo al loro disincanto ironico circa la piega
che il paese sta prendendo dopo i mandati targati Ronald Reagan. Un pessimismo
su ciò che l’America ha finito o finirà per rappresentare
che raccoglie ovviamente il pieno interesse della critica nostrana.
Ma con buona pace di tanti, il contenuto di questo rinascimento è
sostanzialmente privo di connotazioni politiche. Lo stesso Cheever (in Italia
edito da Fandango) che con il suo primo romanzo, The Wapshot Chronicle,
vinse nel 1958 il National Book Award e poco prima della morte, nel 1982,
venne insignito della National Medal per la letteratura, è autore
che se per la nostra migliore critica ha rappresentato soprattutto gli Stati
Uniti delle fughe nella metropoli, della ricerca del successo, della middle
class, del lavoro-casa-auto a rate, di «una borghesia che andava rassicurata
contro ogni possibile denegazione nelle sue caratteristiche di rispettabilità,
sicurezza economica, conformismo di aspirazioni» (Fernanda Pivano),
a ben guardare non cerca certo una rivendicazione politica bensì
qualcosa di dimenticato ed esplosivo: una purificazione spirituale.
Roba da rovesciare il mondo. O per lo meno la morale condivisa di un paese
come gli Stati Uniti. L’occhio di Cheever cercando l’espiazione
terrena vede luoghi di riflessione radicale, amori diversi e tende immancabilmente
al raggiungimento di uno sfuggente affinamento dei propri sensi. La fuga,
più che nelle grandi metropoli, è dal minimalismo senz’anima,
dall’affresco micidiale della narrativa carveriana (in Italia tutta
edita da Minimum Fax, tranne la raccolta di racconti La Cattedrale, pubblicata
da Mondadori), fatta di parola comune, nessun sentimentalismo, nessuna fiducia
utopistica né speranza in salsa hippy. Voce della working class che
innalza l’assenza di una prospettiva sociale a senso comune, ad essenzialità,
alcuni suoi racconti diventeranno noti al grande pubblico attraverso uno
dei film più riusciti di Robert Altman, America Oggi. Raymond Carver
meritevole oltre che per il proverbiale stile sincopato, soprattutto di
aver tracciato una via meno intellettualistica, completa il suo percorso
letterario e di vita nello Stato di New York, presso la Syracuse University
dove insegna tra gli altri ad un allievo di nome Jay McInerney.
Ed a sentirsi gli eredi a tutti gli effetti di questa svolta, ma senza tanti
riguardi e niente tabù e inibizioni nel legittimare fonti letterarie
innovative, come ad esempio la tv, la pubblicità, la moda, sono proprio
McInerney e Bret Easton Ellis. Quelli del Brat Pack.
La cronaca letteraria è da subito sensibile alle bravate tutto sesso,
droga e rock’n roll che i due enfant prodige del romanzo americano
organizzavano insieme a sceneggiatori, poeti e narratori di minor successo
durante i loro anni newyorkesi, ma il Brat Pack non è certo solo
questo, riprende infatti Hemingway e Fitzgerald buttando nel cestino l’esaltazione
anni Settanta. Sono accusati di rendere lirici stereotipi negativi ma parlano
di una società in carne ed ossa; rendono umani modelli aberranti
come il Patrick Bateman, serial killer protagonista del capolavoro di Ellis
American Psycho (Bompiani), raccontano la paura del dolore di una generazione
che sa solo scappare, come fa magistralmente Jay McInerney nel suo primo
romanzo Le mille luci di New York (Bompiani) e lo fanno spudoratamente,
facendo parlare con la pancia un’America da cui la critica perbenista
prende le distanze e quella pregiudizialmente anti-americana trae spunti
per l’ennesima strumentalizzazione.
I due rappresentano in pieno il volto schizzato della coscienza di una middle
class, spaventata dal leggere se stessa sempre più in una chiave
proto-imperialista, che finisce per ridursi al momento auto-riflessivo dei
mass media di quegli anni, quasi una nostalgia isolazionista, quella che
connota il ritorno del gradimento attorno alla cara vecchia tv e ai suoi
programmi: documentari, giochi, quiz, il David Letterman Show. Dopo Glamorama
(Einaudi), libro che, percorso da un’inquietante senso premonitore
(il romanzo è del 1999), parla di un intrigo tra terrorismo, mondo
della moda e dello spettacolo, Ellis ad ottobre 2005 è uscito finalmente
con il suo nuovo lavoro Lunar Park (Einaudi). Ritroviamo così il
consueto linguaggio straniante e fotografico, il suo sguardo crudele e sempre
pronto a volgere al macabro e il taglio che non concede sconti proprio a
nessuno, nemmeno a se stesso nella cronaca tragica degli anni travagliati
che lo hanno visto passare, al culmine del suo successo, da un invito da
parte di Jeb e George W., suoi irriducibili fans, alla Casa Bianca di Bush
padre alla disperazione per la fuga del figlio.
A casa nostra è senz’altro McInerney che ha goduto di miglior
simpatia a partire dal suo exploit nell’oramai lontano 1984, allorquando
in calce alla sua breve esposizione in difesa della narrativa americana
degli anni Venti, attaccata in un convegno svoltosi a Palermo tra scrittori
sovietici e americani, senza dilungarsi troppo e per chiudere lì
la diatriba, recitò a memoria l’ultima pagina de Il Grande
Gatsby. I suoi ultimi lavori giunti in Italia sono Com’è finita
(Bompiani, 2000) e lo splendido Nudi sull’erba (Bompiani, 2000) che
da noi si è preferito pubblicare a parte di Professione Modella,
(Bompiani, 2000) sebbene nella versione americana questa chicca vi si trovi
all’interno. I soggetti, i temi, sono sempre quelli del Brat Pack,
ma la maturità di un autore che è oramai un maestro riconosciuto
raggiunge vette uniche in un racconto percorso da un lirismo che viene dalla
migliore tradizione della letteratura americana unitamente ad uno stile
limpido, lucido che fa scivolare la drammaticità con una naturalezza
disarmante. A raccogliere il testimone dei due del Brat Pack, aggiungendovi
però alle consuete fonti rappresentate da media, moda e “buona
società” l’ostentazione per la necessità della
ricerca cui deve accompagnarsi il vero fare letteratura, sono Danielewski
e Leavitt. Per Mark V. Danielewski è la nuova venuta, la Rete, a
rendere necessario l’aggiornamento della lista delle fonti letterarie.
Il suo La Casa di Foglie (Mondadori, 2005) letteralmente nasce nella Rete.
Pezzi in ordine sparso del libro appaiono su Internet, fino a che, dopo
dieci anni di lavoro di Danielewski sul manoscritto, la Pantheon Books nel
2000 non si convince che il contenuto scabroso e scorretto del libro di
Danielewski non risulta per nulla preponderante sull’inconsueta dose
di originalità, il gusto per il paradosso nel mistero dell’inconscio
e un lavoro minuzioso di ricerca stilistica: è arrivato il momento
di fare in modo che il talentuoso figlio di un cineasta d’avaguardia
trasformi i brogliacci in romanzo. La storia è quella della famiglia
di un fotografo fresco di premio Pulitzer che si trasferisce con la moglie
ex modella in una casa di campagna scoprendovi che la casa è più
grande all’interno che all’esterno. Le stramberie si susseguono
fino a che i figli della giovane coppia scoprono all’interno della
nuova dimora la presenza di un buco nero di incubi e angoscia che annienterà
le loro sicurezze.
Se è del tutto evidente come Danielewski segua la strada di Ellis
(che gli ha anche recensito in maniera lusinghiera il libro), allo stesso
modo diventa giusto ascrivere David Leavitt nel solco della letteratura
di McInerney, sia per quella venatura fitgeraldiana poco nascosta che accomuna
entrambi, che per aver raggiunto il successo a soli 23 anni, nel 1984, con
i Racconti di famiglia, anche grazie all’opera di sdoganamento dell’autore
de Le Mille luci.
Leavitt è uscito di nuovo in Italia nel marzo del 2005 con Il corpo
di Jonah Boyd (Modadori) romanzo incentrato sulla ricerca di taccuini, di
bozze, di un libro incompiuto, metafora evidente di una ricerca letteraria
che deve segnare la riscoperta, dietro la complessità dei rapporti
interpersonali, di una chiave d’accesso a profondità dimenticate.
E poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, di fare bilanci,
per la generazione di americani reduci dalla stagione dello yuppismo. Ma
alla fine della conta se anche il potere d’acquisto dei salari scende,
gli americani adesso cominciano a trovare essenziale la cura del proprio
stile di vita, il gradimento di piaceri piccoli e italianissimi come il
“cappuccino”, l’attenzione al gourmet culinario.
Sul piatto ci sono però anche questioni scottanti: c’è
l’ossessione nazionale per il livello dell’educazione, per le
scelte scolastiche e l’irrisolto circolo vizioso tra la white male
authority e l’educazione multiculturale nelle grandi città;
ci sono l’aids e le riforme sanitarie per una società il cui
problema non risiede tanto nell’abusato e propagandistico tema dei
ricchi che diventano più ricchi, quanto in un’irrazionale paura
del mondo; la stessa paura da cui si lasciano trascinare le famiglie dei
lavoratori che negli anni Cinquanta e Sessanta si sono trasferite dalle
farms nei sobborghi cittadini, figli cadetti di un’economia divisa
tra la necessità di investire sull’educazione e l’esposizione
crescente alla competizione estera su comparti manifatturieri a basso contenuto
tecnologico. Un cerino che a ben vedere dalle mani di Joe Sixpack è
oggi passato in quelle di Mario Rossi.
L’era di Bill e del nuovo sogno americano
L’era
di Bill Clinton è già alle porte. Il presidente che deve affrontare
tutto ciò ha 46 anni ed è un tipo che ammette di aver fumato
marijuana ai tempi del college, di aver evitato il servizio militare durante
la guerra in Vietnam e di aver avuto una relazione con una ballerina. Il
nuovo profilo del sogno americano diventa l’idea di un Mondo Unico,
senza nazioni, Stati, popoli, di un mondo senza confini anche grazie alle
implementazioni tecnologiche ed alle opportunità che emergono dallo
sfruttamento della Rete e delle Information & Comunication Technologies:
un Bengodi per le nuove generazioni. Il tutto venduto come l’idea
di un pacifismo oramai facile e senza ostacoli, un’idea che al borsino
della storia sconta trends oggi sempre più pericolosamente calanti
per essere stato scambiato ad un prezzo probabilmente troppo elevato.
Lo specchio di questo sogno è quasi un’ansia frettolosa di
scoprirsi migliorati, più belli, più sensibili. Sono gli anni
del buonismo alla Paul Auster di Mr. Vertigo (Einaudi, 1995), ma sono anche
gli anni di Forrest Gump (1994) film, per la regia di Zemeckis con Tom Hanks,
ma non di meno dell’omonimo romanzo di Groom Winston, pubblicato in
Italia da Sonzogno (2002). Il protagonista del romanzo di Auster, autore
che ha goduto maggior successo di critica oltralpe, è un orfanello,
Walt, che impara a volare e, così facendo, portandoci in giro per
mezzo secolo di storia americana fino alla morale conclusiva, ci vuole spiegare
come importante non sia solamente sognare ma anche essere capaci di tornare
con dignità all’anonima quotidianità . Forrest Gump
è, se possibile, personaggio ancor più politically correct:
fisicamente inossidabile, con una grande forza di volontà, sempre
romantico e dalla parte giusta, è l’America liberal che concede
al mondo la sua immagine di gigante buono dal cervello vagamente ritardato.
Un’icona perfettamente adatta a rappresentare questa voglia celebrativa
e riepilogativa sullo stato dell’arte cui la società americana
sembra inequivocabilmente tendere in questa prima parte degli anni Novanta.
Ma, Forrest Gump a parte, la locomotiva americana corre per davvero. Gli
elevatissimi tassi di crescita economica dei due mandati Clinton, mai raggiunti
nella storia americana, ma ottenuti anche in grazia di “affaroni”
oggi sulle pagine di cronaca finanziaria e della bolla speculativa legata
alla new economy, che verrà scaricata, per quanto possibile, in giro
per le Borse del mondo e ammortizzata solo grazie alla bravura di Alan Greenspan
e al successivo aumento vertiginoso del deficit, scavano un solco difficilmente
recuperabile soprattutto nei confronti delle economie europee.
Clinton è il grande amico dei paesi europei e lo è per davvero
quando li toglie da imbarazzi vergognosi come la questione bosniaca, quando
disegna gli accordi di Daytona, butta giù il compagno Milosevic e
rende evidente a tutti come ci sia bisogno eccome della “nazione indispensabile”.
Gli anni della new economy, l’accantonamento della vecchia economia
brick and stone, si traducono nell’esaltazione di un approccio marketing-oriented
tout court. Insomma tutto si risolve con il marketing, ogni cosa e da ogni
angolazione deve, sempre più, essere smaterializzata, seguendo la
strada già percorsa dai grandi capitali; il contenuto di ogni attività
deve diventare mera informazione, dal momento che si è scoperto come
essa sia il metro ultimo di ogni cosa e soprattutto come il suo valore finisca
comunque per aumentare con il tempo non deperendo miseramente come le merci
che acquistiamo al mercato.
La stagione del tutto “si risolve con il marketing” è
ben rappresentata da due transfughi di diverso genere. Un canadese di Vancouver
venuto alla luce in una base nato in Germania, Douglas Coupland, autore
di un libro, Generazione X, divenuto cult anche a casa nostra (Mondadori,
1996) e l’australiano Maxx Barry, salito alla ribalta con Syrup, che
candidamente riconosce di aver preferito alla Hewlett-Packard il mestiere
di scrittore soprattutto per la prospettiva di poter stare tutto il giorno
in mutande. I due protagonisti sono impegnati a raccontare odissee di giovani
iper-preparati tecnicamente e culturalmente sopra la media. Mettono a nudo
i meccanismi del far carriera all’interno delle Corporation e soprattutto
la superficialità dei profili umani che caratterizzano le icone della
nuova casta del marketing: i professionisti della comunicazione vengono
esaminati e brutalmente bocciati per le motivazioni e le modalità
secondo le quali si selezionano le tecniche di reperimento della domanda
attorno ai prodotti via via messi sul mercato, rimarcando una certa attitudine
malvagia, e percorsa senza alternativa, nel cercare immancabilmente di colpire
nel modo più feroce possibile gli istinti più bassi del consumatore.
In particolare, sebbene Generazione X venga troppo spensieratamente catalogato
dalla critica come cult per essere un romanzo che non riesce a sfuggire
al trito e ritrito cliché on the road e ad una certa forzata ricerca
dello stereotipo pop, la novità è rappresentata soprattutto
da Syrup (Viking Penguin, 1999, usa). Il libro racconta con freschezza la
storia di un amore a prima vista nato attorno allo sviluppo di progetti
all’interno della Coca-Cola; intrecci e giochi di potere, invidie,
furti di idee perpetrati tra amici, ambizione, alti e bassi alla rincorsa
di risultati poco concreti, sottolineano la totale incertezza per questi
tardo-adolescenti iper-skilled; il tutto visto dalla prospettiva dell’universo
underground negli anni clintoniani e con un taglio originale che ne fecero
caso letterario.
Narrativa che, per i temi trattati, evidenzia il disincanto di tutta una
generazione, quella cresciuta avendo negli occhi modelli televisivi da sit-com
e fiction tv. Personaggi vincenti plasmati sulla falsariga del giovane che
crede in se stesso, nella possibilità che il duro lavoro, il duro
studio possano produrre per sé e per gli altri progresso, benessere.
Interpreti come quel Michael J. Fox, vera e propria icona dei tardi anni
Ottanta, volto, immagine calzante degli adolescenti di quegli anni che si
sono sentiti parte della battaglia contro l’oscurantismo sovietico,
che hanno creduto si potesse per davvero imparare a sparare andando a Disneyland
(celebre battuta di Michael J. Fox in Ritorno al futuro) e adesso faticano
ad imporsi nel ricambio generazionale della classe dirigente che, sempre
più, sentono lontana da sé. Ora si interrogano senza certezze
mentre, ironia della sorte, Michael J. Fox inizia la sua parabola tragica
scoprendo di essersi ammalato precocemente del morbo di Parkinson (Lucky
Man, TEA, Milano 2003).
Il disincanto di una generazione
Preda
facile per la nuova contestazione, quella generazione diviene oggetto della
controffensiva delle sinistre di tutto il mondo da un po’ di tempo
allo sbando dopo l’implosione del Sol dell’Avvenire e alle prese
con i vari post-comunismi, post-socialismi e, perché no, post-liberalismi,
riorganizzatesi e in cerca di un nuovo modo possibile sul piano comunicativo
per rivitalizzare il loro credo collettivista. Gli incidenti di Seattle
mettono in luce questa nuova internazionale della sinistra, che muove vecchie
critiche al sistema capitalistico ed alla sua ansia di liberizzazione sotto
una veste nuova, molto più à la page e che non può
non fare proseliti proprio sui paria degli anni Ottanta ora travolti dal
grunge targato Nirvana che letteralmente dalla mattina alla sera spazza
via le compassate e rassicuranti disco, house e acid music per proporre
l’ultima pagina del rock possibile dai contenuti inequivocabilmente
letterari: jeans stracciati, maglioni di lana grezza fino a metà
coscia, capelli lunghi, esistenzialismo e chitarre distorte; il biondo Kurt
Cobain è l’angelo bruciato prematuramente di questa apocalisse
del costume teenager. Nemici giurati: profitto, corporation e Occidente,
quindi usa, cui contrapporre una società del terzomondismo, della
difesa dell’ambiente, del commercio equo e sociale. I no global, così
vengono identificati, si oppongono all’apertura dei mercati, considerata
soprattutto una minaccia culturale, e alle simpatie hippy del presidente
Clinton, oramai un monumento vivente al politically correct. No Logo di
Naomi Klein (in Italia edito da Baldini & Castoldi) è il libro
che dà voce alla loro rabbia e che aprirà la stagione documentaristica
dei Michael Moore, dei Joel Bakan e Attac France con il libro, poi divenuto
film, The Corporation edito in Italia sempre da Fandango. Il secondo romanzo
di Maxx Barry Jennifer Government – pubblicato in Italia nel 2005
con il titolo di Logo Land (Edizioni Piemme) – verrà addirittura
definito da Naomi Klein, oramai apostola della nuova contestazione, il primo
thriller no global «da leggere subito prima che lo censurino».
Evidentemente, il sorriso rassicurante di Clinton comincia a non bastare
più. Ma la rabbia monta anche nelle popolazioni uscite dal giogo
sovietico e sempre più ai margini. Più l’amministrazione
si impegna, per la pace (gli accordi in Medio Oriente) e per la giustizia
sociale (l’Uruguay Round del wto) secondo un wilsoniano rifiuto dell’egoismo
nazionale, più la rabbia monta in giro per il mondo. L’America
è sempre più sola ed esposta. Gli americani volevano un nuovo
profilo del sogno e l’hanno avuto ma ora più che stanchi delle
tasse e dello scandalo Lewinsky (che al presidente quasi costa l’impeachment),
sono stanchi di ogni rischio e responsabilità su scala planetaria:
questo globalismo multilaterale sa di fregatura. Noi facciamo la fatica,
noi rischiamo la pelle e gli altri decidono. No, così non va.
La fetta di società che aspetta i repubblicani e che la pensa così
non è più soltanto la maggioranza negli Stati centrali. Da
tempo grazie al successo di una magistrale strategia di marketing politico-culturale,
la galassia del Grand Old Party Repubblicano ha sciolto la sun-belt, la
cintura degli Stati dell’ovest e del sud, da sempre serbatoio di voti
democratici, cavalcando un radicalismo al limite della correttezza su temi
scottanti come la razza e la religione, ha rovesciato la lista delle priorità
nella società americana, arrivando dopo quarant’anni alla maggioranza
del Congresso e facendolo presiedere ad un personaggio, Newt Gingrich, che
non esita a definirsi “difensore della Civiltà”.
Questa nuova destra americana non rifugge le responsabilità ma vuole
prima che l’America pensi soprattutto a se stessa. Meno tasse, meno
governo, famiglie più solide. Il disegno post-moderno di Clinton
di conservatorizzare i democratici è arrivato alla naturale conclusione.
Ma se per noi europei continentali è possibile e forse giusto accettare
per definizione di post-moderno una condizione culturale in cui non esiste
più una ideologia unificante e a prevalere siano una pluralità
di prospettive, di mode e modelli culturali, per gli Stati Uniti è
invece molto sbagliato accettarla. Infatti per la loro ben nota eccezionalità
la pluralità di prospettive, di mode e modelli culturali è
da sempre la normalità, motivo per cui il post-modernismo americano,
scevro dei condizionamenti ideologici (i movimenti socialisti, ad esempio,
sono il massimo possibile a sinistra e comunque del tutto marginali) può
abbandonarsi tranquillamente al citazionismo, al pastiche. L’ironia
non è solamente una fuga da una realtà che si respinge alla
Umberto Eco, ma un espediente narrativo per arrivare al pubblico, non rinunciando
ad un metalinguaggio comunque complesso.
Così anche la diversità di prospettiva da cui il post-modernismo
è entrato nel gioco della società e della letteratura americana
afferma una visione della vita come esperienza per giungere ad una qualche
forma di conoscenza, benché filtrata dai media. E l’estetica
dell’era clintoniana è stata probabilmente questa esperienza
di conoscenza legata ad una estensione iperbolica del “volto buono”
del liberalismo americano sopra la sostanza “cattiva” delle
idee dei Nuovi Conservatori. Gente che per conoscenza intende invece poco
fumo e molto arrosto questi Nuovi Conservatori. Obiettivi ambiziosi. Un’estetica
della grandezza molto meno post-moderna che si coniuga non con l’immaterialità
della Rete bensì con il peso schiacciante della supremazia dello
us Army. Si tratta pressappoco della distanza che passa tra l’estetica
dei vari Barth, Coover, Bartheleme e quella di Thomas Pynchon. Infatti,
se in tutti manca una velleità totalizzante o di indirizzo e si riscontra
un’assenza totale di avanguardismi di vario genere, soprattutto in
Pynchon si apprezza maggiormente l’assenza di riguardo sui rischi
dello sconfinare sul terreno dell’irrazionale non per perdersi in
astruserie, ma per cercare, tra le pieghe sfilacciate dell’abito che
l’uomo contemporaneo di sforza di indossare, i legami di una tradizione
che non si può e non si deve eludere.
Gli anni di Clinton sono anche gli anni in cui viene pubblicato l’ultimo
libro del campione Thomas Pynchon e quelli in cui il suo erede, David Foster
Wallace, raggiunge la grande ribalta. Su Pynchon tutto si è detto
a cominciare dal mistero che aleggia su di lui. Praticamente un paio di
vecchie foto e niente più. Personaggio sempre refrattario alle luci
della ribalta, in isolamento volontario interrotto solamente dopo un lungo
periodo durante il quale qualcuno aveva addirittura ipotizzato che dietro
di lui ci fosse Salinger, fu beccato e acclamato nel 1997 per le strade
di New York, senza peraltro trovare la cosa minimamente gratificante. Su
Foster Wallace molto è invece ancora da dire. La prima cosa è
che, avendo tra le mani un suo libro è inevitabile increspare le
sopracciglia già solamente leggendo il titolo. Infatti tra le tante
stravaganze di un autore diventato immediatamente il più promettente
scrittore americano già sotto i quarant’anni c’è
proprio quella di avere il vezzo di dare alle sue opere titoli piuttosto
lunghi e comunque complessi: La scopa del sistema (Fandango, 1999), La ragazza
dai capelli strani (Minimum Fax, 2003), Infinite Jest (Fandango, 2000),
praticamente impossibile da tradurre, Una cosa divertente che non farò
mai più (Minimum Fax, 2001), Tennis, Tv, Trigonometria, Tornado (e
altre cose divertenti che non farò mai più) (Minimum Fax,
1999), Brevi interviste con uomini schifosi (Einaudi, 2000), Verso Occidente
l’Impero dirige il suo corso (Minimum Fax, 2001).
Wallace, è un tizio nato ad Urbana, Illinois, nel 1962 che ama indossare
la bandana. Figlio di un allievo di Irvin Malcom, biografo di L. Wittgenstein,
ha cominciato a scrivere il suo primo romanzo e i racconti che hanno poi
composto la raccolta La ragazza dai capelli strani, mentre era sulle orme
del padre e studiava filosofia. Dopo aver letto qualsiasi cosa di Wallace,
immancabilmente senti ronzare nel cervello quel «questo l’ho
pensato pure io», da cui Wallace riesce a creare con il lettore una
tale intimità che non sa di seduta psichiatrica solamente per lo
smaccato sarcasmo, l’ironia e la comica crudeltà.
Talento indiscusso nel raccontare gli aspetti grotteschi del quotidiano,
tecnica di scrittura “pirotecnica” (così è stata
definita da Jay McInerney in calce al suo capolavoro Infinite Jest, lucido
delirio lungo 1400 pagine), nei suoi libri vanno in scena personaggi visti
attraverso le lenti trasfiguranti di un giovane scrittore per cui la tv
oramai necessita di una seria esegesi e l’Occidente rimane qualcosa
ancora in bilico sopra la cima pericolosa di un iper-razionalismo senza
altre vie di sbocco al nichilismo. Oblio (2004, Einaudi) in particolare
è una raccolta di romanzi brevi che trattano umanissimi atteggiamenti
di profili personali contemporanei al cospetto di fatti nudi e crudi. Il
tutto a dieci settimane dall’11 settembre 2001. Il limite di Foster
Wallace resta forse quello di non riuscire sempre abilmente a bilanciare
la sua capacità preziosa, talento e tecnica narrativa, cervello e
cuore, dando ad entrambi lo stesso spazio. A volte tutto resta oscurato
da un umor nero quasi senza confini che lascia pendere l’ago della
bilancia verso un pessimismo di maniera. Ciò non toglie che Wallace
è e rimane un altro prodotto di grande valore della instancabile
fabbrica di romanzi americana. La sua importanza e peculiarità derivano
anche dal suo essere autore border-line: tra la migliore tradizione del
post-modernismo, il nuovo minimalismo dei Rick Moody, dei Tom Jones e a
seguire dei Jonathan Lethem e dei Dave Eggers con la sua McSweeney’s
(casa editrice e ricettacolo della ultima generazione dei minimalisti americani),
ma il tutto ammiccando da lontano ad un altro filone vincente del momento,
quello della letteratura malata; intendendo per malata una certa attitudine
che nasce da una ricerca quasi cronachistica del dolore e si concentra su
storie, tendenze sociali, profili estranei ad una normalità naturale.
Il filone della letteratura malata ha il suo campione in J.T. LeRoy, conosciutissimo
anche in Italia, edito da Fazi Editore. Il suo maggior successo, a lungo
nelle classifiche dei libri più venduti degli Stati Uniti, è
rappresentato da Ingannevole è il cuore più di ogni altra
cosa del 2002. Il libro racconta nei dettagli la vicenda autobiografica
dell’autore, bambino sottoposto a sevizie, violenze, abusi di ogni
genere e grado durante il suo vagabondaggio con la madre Sarah, tossicodipendente
sbandata e fuggita dal padre, reverendo fanatico e violento. Uno stile pulito,
un libro ben scritto che da una parte estremizza le scelte stilistiche della
narrativa violenta e lirica alla Hubert Selby Junior (Last Exit to Brooklyn,
1957, da cui nel 1989 è stato estratto il film di Uli Edel, duro
e senza alibi come il libro) dall’altra però, come un po’
tutta la narrativa di genere, trova il limite di un facile successo nella
spettacolarizzazione del dolore più estremo. Spettacolarizzazione
che qui avviene peraltro sulla pelle dell’autore stesso, sbattuto
in prima persona, bandiera da reclame per il lancio sul mercato librario.
LeRoy con una strategia di promozione della sua personalità ambigua
e decisamente off (non si riesce a capire bene neanche di quale sesso sia)
asseconda poi l’interesse morboso verso se stesso, aspetto che ha
comunque una parte non irrilevante nei suoi successi.
Ma il filone della letteratura malata, consta anche di altri autori di livello
da noi ancora non pubblicati, come lo Sthepen Elliot di Happy Baby (McSweeney’s
Books, usa 2004), libro definito da J.T. Leroy, «Disperato, erotico
e meraviglioso» che racconta del delirio on the road di un adolescente
dai gusti sessuali masochistici; come Jeoy Goebel e il suo divertente The
Anomalies (McAdam Cage, usa, 2003), romanzo del fallimento della costituzione
di un gruppo musicale rock tra un nero dei classici bassifondi rappettari,
una bellissima ragazza che si finge lesbica per evitare avances, una ninfomane
ultrasessantenne, una piromane sotto i dieci anni e un iracheno che abbandona
la famiglia decisa a tornare a casa, pur di rimanere negli Stati Uniti per
cercare e chiedere scusa all’uomo con cui ha avuto un conflitto a
fuoco durante la prima guerra del golfo; come Tom Spanbauer, “pioniere”
della letteratura malata americana a partire dal romanzo The Man Who Fell
In Love With The Moon (Harper Perennial, usa, 1992), fantasy ambientato
nel selvaggio west, dove Spanbauer racconta una vicenda che ruota tutta
attorno ad un bordello, con narratore un giovane indiano bisessuale innamorato
della preferita della padrona della casa di appuntamenti, naturalmente gay.
Davvero per tutte le latitudini della depravazione.
Tutti gli autori citati sono accomunati da esperienze dolorose e un certo
gusto hawthorniano, indubbiamente il padre nobile di questo genere oggi
così in voga. Sembra infatti che Nathaniel Hawthorne (1804-1864)
stia vivendo una seconda stagione di attenzioni dacché si meritò
quelle di Borges. Da qualche anno infatti l’autore noto per il romanzo
La lettera scarlatta (Garzanti Editore, il libro; con Gary Oldman e Demi
Moore per la regia di Roland Juffé, il pessimo film del 1995) ma
che andrebbe soprattutto ricordato per Racconti raccontati due volte (Garzanti
Libri), sta vivendo una nuova stagione di attenzioni. Nato in quel di Salem,
nel Massachussetts, città della caccia alle streghe e delle persecuzioni
calviniste, fu segnato da un doloroso destino, quello di recluso in casa
propria in tenera età, da cui si generò una particolare attenzione
alle situazioni scabrose che annotava con dovizia per poi trasformare in
romanzi o in racconti, il suo universo è popolato da personaggi grotteschi
e disgustosi che si confrontano con esperienze di perdizione titaniche.
Su un piano puramente sociale e di comunicazione, politica e culturale,
quando si pensa a questa letteratura e all’universo malato che racconta,
quando si considera la tolleranza con cui essa descrive le motivazioni dietro
gli abissi che narra, alla maschera blanda della sua rabbia anti-sistema
che si sposa ad una discutibile interpretazione delle libertà personali,
bisogna leggerla come una rappresentazione plateale della minaccia all’ordine
sociale e ai valori tradizionali contro di cui i repubblicani vengono chiamati
a dare battaglia. È questa una tra le componenti decisive per il
successo popolare e d’immagine del partito dell’elefantino,
ritenuto più rigoroso non solo nella spesa pubblica, ma anche e soprattutto
nella salvaguardia appunto di un ordine sociale e di valori. Questa verità
diventa adesso evidente come il successo dell’oculato disegno del
Grand Old Party per vincere la sfida alla morale liberal da decenni imperante
nel paese. Una morale liberal che accetta “tutto”.
A raccontarlo, questo “tutto”, ma come se fosse la cosa più
naturale del mondo, parlandoci con malinconia dei tempi in cui l’East
Village, sul finire degli ’80 e per tutti i primi anni ‘90,
era un’allegra casbah di sex bar per ogni gusto, panifici-copertura
per lo spaccio di eroina, artistoidi, paracineasti, è Rick Moody
che ne La più lucente corona d’angeli in cielo (Minimum Fax,
2004) fa in modo che l’io narrante rivendichi. «Io. Io ero lì.
Noi tutti facevamo su e giù per l’Ottava strada come fosse
una vera e propria arteria dentro una forma di vita più grande, un
organismo più grande. Mentre uno del nostro gruppo sgattaiolava dentro
un negozio sull’Ottava Strada, un altro passava lì davanti.
Nessuno di noi sembrava essere consapevole della natura delle coincidenze
che ci univano, come io ne sono consapevole ora, né del fatto che
i tossici e i masochisti e le puttane e quelli che hanno sprecato tutto
nella vita sono la più lucente corona d’angeli in cielo».
Rick Moody, le caratteristiche “giuste” dell’intellettuale
liberal ce l’ha tutte: collabora con il New York Times, l’Harper’s,
l’Esquire; è portato in palmo di mano dal New Yorker come uno
dei venti «scrittori per il nuovo secolo», ha uno sguardo dolce,
gli occhialetti con la montatura nera, i capelli da musicista e di un biondo
tinto ma in modo che si possa vedere la loro radice scura, ha raggiunto
la notorietà grazie alla trasposizione cinematografica di Ang Lee
del suo romanzo Tempesta di ghiaccio e il successo di critica con Rosso
Americano (Bompiani, 1999). A meritare una menzione particolare, della sua
opera, è proprio Rosso Americano, che racconta due giorni di vita
di un figlio costretto a tornare nella sua cittadina natale per assistere
la madre nei suoi ultimi momenti su questa terra, in un esempio di romanzo
dalla scrittura perfetta: non una parola di più o di meno e un minimalismo
finalmente con l’anima. Il relativismo che pervade il suo scrivere,
in generale, non offusca un talento vivido per il racconto, che rende non
eccessivi accostamenti ad Updike per la capacità di creare un’aura
poetica attorno al narrato, indipendentemente da quanto torbidi, perduti
e senza ritorno siano gli eventi che narra. Pregevoli sono anche i Racconti
di demonologia (Bompiani, 2003). Il suo ultimo libro è l’autobiografico
Il velo nero. Memoir con digressioni (Bompiani, 2005).
Narrativa, questa dei nuovi minimalisti, che manda in brodo di giuggiole
i movimenti underground, soprattutto quelli che cercano l’inconsueto
e l’improbabile, il risvolto sociale dove è possibile e niente
di meglio che scoprire autori dal nulla, come capita nel caso di Thom Jones.
Pugile, marine che ha combattuto in Vietnam, bidello, uno che insomma per
le botte prese, i traumi vissuti, non ci si aspetterebbe proprio che improvvisamente,
di punto in bianco, prendesse a scrivere racconti sapendo che è semplicemente
quello che deve fare. Ma il fatto è che li scrive davvero bene. I
primi anni Novanta lo vedono protagonista assoluto. I suoi racconti vengono
per cinque anni di seguito inseriti nelle Best American Short Stories e
dal ’95 finisce nell’antologia dei migliori racconti americani.
Sonny Liston era mio amico (Minimum Fax, 2000) ne racchiude i primi successi.
La caratterizzazione dei personaggi è minuziosa e semplicisticamente
inquietante come nel miglior Carter. Lo stile è curato, originale,
senza mai una tregua. Temi come la dissociazione, il Vietnam, la cultura
della boxe sono presi di petto e ricondotti ad una razionalità o
ad una mancanza di razionalità che arrivano comunque al lettore non
come un esperimento letterario ma come il succo di una personalità
la cui preparazione è avvenuta soprattutto nella vita. Ma la notizia
è che adesso i movimenti underground stanno cominciando a perdere
la loro spinta propulsiva. Alla controcultura stanca di Patti Smith o a
quella nuova di Naomi Klein la nuova America che sta nascendo è più
che vaccinata. Non ne vuole sapere di condiscendenza, pietismo, vuole giustizia
contro chi commette abusi, non speculazioni sul malessere indotto dalla
società. Questa nuova America è refrattaria alla retorica
solidarista e contrappone un sentimento profondo di fiducia nell’individuo,
di religione del capitalismo, non solamente un sistema economico per la
produzione di beni e il soddisfacimento di bisogni, bensì, nella
sua accezione di filosofia per la creazione di valore, esaltazione della
organizzazione dei nudi e grezzi mezzi di produzione il cui prodotto –
il profitto – assume quasi un valore spirituale. Una distanza siderale
non solamente dai valori delle varie controculture anti-globalizzazione
ma propriamente anche da quelli delle socialdemocrazie più amiche.
L’America di fronte a se stessa: George
W. Bush e l’11 settembre
Si parla
probabilmente a ragione, di una rinascita, su nuove basi, del sentimento
frankliniano, figlio della morale protestante dei padri fondatori, che ha
strettamente legato l’etica del produrre con una concreta visione
del Bene. La morale che prende il sopravvento nella società è
il patto di rinnovamento nei vecchi valori che i nuovi conservatori offrono
al paese. Il loro leader è George W. Bush. Egli è il rampollo
di una delle più radicate e influenti casate del Grand Old Party.
La sua famiglia si è trasferita dalla costa est nel molto politically
incorrect Stato dei cowboy per vincere la scommessa petrolifera. Ora vive
in simbiosi con quel Texas che è interessato soprattutto ad una cosa:
che del Texas si occupino i texani e nessun altro. E questo strano connubio
genera un personaggio che a tutta prima sembra perdersi nelle brume della
vita facile per poi però scoprire, attraverso qualche padre spirituale
giusto e anche qualche consigliere politico giusto, la via dello spirito
e dell’impegno politico. Il suo conservatorismo compassionevole è
solamente un palliativo ad una scorrettezza quasi alla Barry Goldwater.
Infatti, dietro questo signore che cammina impacciato e che viene etichettato
come un figlio di papà, si nasconde un presidente che, pur vincendo
con una manciata di voti le elezioni, continua a sostenere la crescita in
un quadro economico mondiale più che complesso, effettua il più
grande taglio fiscale della storia usa in barba al deficit obbligando così
i futuri governi di qualsiasi colore a diminuire le spese federali, sviluppa
l’esperimento di maggior successo per una riforma organica del sistema
scolastico con i buoni scuola e incoraggia l’home schooling, imprime
la più grande sterzata nella politica estera dai tempi della seconda
guerra mondiale e dopo l’11 settembre, una offensiva militare, diplomatica,
di intelligence per tutto il mondo provocando la rottura di equilibri ultradecennali
su praticamente tutti gli scacchieri che contano dello scenario globale.
Poi vanno giù le torri del wtc. E sulle loro ceneri, giorno per giorno,
si costruisce la consapevolezza che il sogno libertario e di autodeterminazione
dei padri fondatori è diventato qualcos’altro, si è
trasformato in un destino di responsabilità e di apertura obbligatoria
al pianeta. Quello che tutti abbiamo visto è una nazione ferita che
si rialza piano piano. Come reagisce l’Amministrazione? Guerra, ma
non solo. Incredibilmente il contenuto della reazione, oltre che militare,
diplomatico, di intelligence è anche letterario. Ebbene sì
letterario. Infatti con una purezza sconcertante l’Amministrazione
si chiede: come è possibile che si possa nutrire un odio così
viscerale nei confronti degli usa, terra della libertà e culla della
democrazia? A sorpresa nell’ottobre 2001 George W. Bush per riposizionare
l’immagine degli Stati Uniti all’estero, ovviamente con particolare
focus sui paesi arabi, nomina la texana Charlotte Beers, personalità
del mondo pubblicitario, sottosegretario agli Affari pubblici diplomatici.
Un anno dopo, durante una burrascosa conferenza stampa nella quale la Beers
verrà accusata di vendere la guerra, tra i punti del suo programma
per la riqualificazione dell’immagine americana elencherà anche
Writers on America, Fifteen Reflections.
L’idea del Dipartimento di Stato è di selezionare quindici
autori famosi che rappresentino la varietà della società americana
per chiedere loro di rispondere alla domanda: in che senso si considera
uno scrittore americano? Il libro Writers on America, Fifteen Reflections,
uscito in Italia con il titolo di Ritratti Americani – 15 scrittori
raccontano gli Stati Uniti (Elleu Multimedia), viene diffuso dalle ambasciate
americane di tutto il mondo dal dicembre 2002. Nonostante il lavoro finisca
per prestarsi all’etichettatura di “propaganda”, la pubblicazione
nelle sue intenzioni vuole semplicemente divulgare punti di vista che sono
pressoché estranei all’immagine del panorama letterario americano
così com’è regolarmente venduto. Sono presenti autori
da noi poco conosciuti, come Billy Collins che racconta del modo in cui
abbia preso per la prima volta coscienza del carattere americano della sua
poesia quando durante alcuni suoi readings in Inghilterra gli fu chiesto:
«Signor Collins ma le sue poesie sono tutte scritte in prosa?»;
o più conosciuti anche da noi, come Michael Chabon – Le avventure
di Kavalier e Clay (Rizzoli, 2001) il libro più rappresentativo –
autore che scrive con un taglio da fumetto, acclamato dal grande pubblico
statunitense perché concede poco al post-modernismo e molto al racconto.
Nei Ritratti è presente con un saggio su Columbia, in Maryland, sua
città natale: una delle poche città statunitensi sorte da
un piano regolatore. Ma il libro offre sul serio una tale pluralità
di punti di vista, dai racconti sull’integrazione nella società
americana di prime e seconde generazioni di immigrati fino al contributo
di David Herbert Donald e Charles Warren. Insomma, non solamente una chicca
per via della sua avventurosa genesi ma anche una sfida al terrorismo fatta
su quel campo però, dove le vittorie per essere raccolte, necessitano
di tempi decisamente più lunghi.
La sfida del giorno per giorno viene, invece, e ovviamente affrontata elaborando
concetti e soluzioni che a torto o ragione sono saliti alla ribalta del
possibile. In particolare quella corrente della Nuova Destra riconosciuta
come neocon – la stessa che da anni andava ammonendo l’amministrazione
Clinton sulla gravità della minaccia rappresentata dal terrorismo
internazionale di matrice islamista, la stessa che da anni andava professando
con John Ashcroft come la legittimazione per gli Stati Uniti ad agire liberamente
sullo scenario internazionale provenisse semplicemente dalla sua Costituzione
– porta avanti la sua battaglia per fare in modo che da Atene, gli
usa si trasformino, una volta per tutte e per il bene proprio e del mondo,
in Roma. Niente di meglio da chiedere per gente come De Lillo, che riunisce
tra gli altri Jonathan Franzen, Amitav Ghosh, lo stesso David Foster Wallace,
Toni Morrison, la sempre verde Patti Smith, John Barth e altri per una raccolta
di Contro-narrazioni americane sull’11 settembre (Einaudi, 2003).
Il fiorire della letteratura anti-americana, scatenata dall’azione
politica di Bush, è impressionante quanto peraltro, letterariamente
parlando, di poco conto. Romanzi alla Chris Cleave, che con il recente Incendiary
(Frassinelli, 2005), scrive una lettera ad Osama bin Laden. La ragione delle
Contro-narrazioni americane sull’11 settembre è invece quella,
almeno in partenza, di trovare le parole di fronte all’obbrobrio,
di concedere spiegazioni, ragioni. Patti Smith ci spiega che la colpa alla
fine è soprattutto americana per aver pensato di continuare a tenere
in piedi una Babele al cospetto dei conflitti del globo; De Lillo vorrebbe
che si andasse oltre la spettacolarizzazione del disastro per capire come
tutto è cambiato in quel giorno di settembre; Toni Morrison celebra
ostinatamente un lutto senza bandiera; Foster Wallace si concentra sui dettagli
a margine per accreditare la tesi del complotto ordito al fine di cercare
di trasformarci tutti in una folla acritica; e via così fino all’ultimo
racconto, Crisi, La Torre di Parole dove Bob Holman, Steve Zeitlin e Joe
Dobkin compiono un’operazione commovente, mettendo insieme e trasformando
in versi le parole che i cittadini di New York attaccano sui cancelli di
Trinity Church e di Union Square. Ad aleggiare attorno a Ground Zero e nella
città è però quella sensazione chiamata da De Lillo
vuoto che urla, che poi è paura.
Paura. La fabbrica dell’intrattenimento legata alla paura si giova
da anni di crescenti successi di botteghino e di critica. Al cinema il genere
può godere ormai di un pubblico di fruitori consolidato ma in campo
letterario, nel campo della letteratura che conta, al di là del tradizionale
successo del noir alla Elroy, è tutta un’altra storia.Allora
succede che Chuck Palahniuk, un ex meccanico di origine boema che vive a
Portland nell’Oregon, diventato noto al grande pubblico grazie al
successo del film di David Fincher Fight Club, tratto dal suo primo romanzo
(Mondadori, 2004) – libro che si conclude con il successo del disegno
terrorista di cancellare i grattacieli di Wall Street da parte del protagonista,
affetto da disturbi della personalità – esca con il suo ultimo
libro, Cavie (Mondadori, 2005), strappando alla sua maniera dalla pancia
del sentire non detto americano proprio il tema della paura. Il libro è
il racconto di venti horror stories raccolte in una chiave decameroniana
decisamente off che vuole ispirarsi alle atmosfere e alle suggestioni suscitate
dalla letteratura di Edgar Allan Poe. E se nei precedenti lavori di Palahniuk
il tratto macabro rimaneva solamente accennato e sempre e soltanto escamotage
stilistico per rendere più paradossale l’esplosione e la scoperta
del lato misterioso e irrazionale della vita tra le pieghe della quotidianità,
qui è il minimo comune denominatore della narrazione. Il ritmo resta
quasi sempre incalzante ma la ricerca esagerata dello strozza il respiro
dei messaggi diretti a quel qualcosa di profondo, atteggiamento coraggioso
e tratto caratteristico cui Palahniuk ci ha da subito abituato. In questo
ultimo suo lavoro sembra divertirsi a snocciolare tutte le variazioni possibili
e immaginabili dell’orrore estremo: cannibalismo sui neonati, mutilazioni
di tutti i generi, malattie dai tratti apocalittici, onanismi spinti fino
al rischio della vita, pedofilia, sevizie e violenze di ogni natura. Il
tutto descritto con tecnicismi propri di un medico specialista e con l’obiettivo
evidente di lasciare nelle orecchie di chi legge un rumore sgradevole, quasi
il graffio del gessetto sulla lavagna, effetto comunque degno di essere
inserito nello spettro delle possibili e immaginabili somatizzazioni di
un’emozione, quindi molto funzionale al successo di uno scrittore
che, lui sì, ha nel suo dna l’etichetta del cult. E tale status
per lui sembra oramai un problema superato, non solo perché scrive
libri decisamente belli, con tanti ringraziamenti ai padri nobili del pop
americano – al pari di De Lillo – ma anche per alcuni aspetti
collaterali che fanno molto personaggio e che a lui si accompagnano.
Un’infanzia violenta, un passato d’eccessi e la possibilità
di potersi vantare per il maggior numero di tentativi falliti, dopo l’uscita
di Fight Club, per la riduzione cinematografica di suoi lavori. In particolare
il progetto relativo al film sul suo secondo romanzo Survivor (Mondadori,
2003) la storia matta e disperata di un transfuga da una setta di fanatici
religiosi che finisce per sequestrare un aereo con idee suicide, stava per
passare alla produzione della Miramax per la regia ancora di David Fincher
e sempre con Edward Norton (che ne aveva acquistato dall’autore i
diritti) quando quello che successe fu semplicemente l’11 settembre.
Di consueto e innovativo dei libri di Palahniuk – al di là
dell’aspetto horroristico, che si ritrova anche in Cavie e che per
il suo carattere ricorda i racconti di Ellis pubblicati in Italia con il
titolo di Acqua dal Sole (Bompiani, 2000) – c’è quell’onesta
e apprezzabile mancanza d’interesse per una qualsiasi visione della
società. Palahniuk non è certo il paladino di nessuno. Il
suo mondo è popolato da mostri che cercano di prendere il prendibile
ad ogni livello e tra ogni livello. Nel suo mondo non esistono categorie
da difendere, denunce sociali da sollevare. Il suo mondo richiede solo concentrazione
e disincanto per poter cogliere lo splendore che è la vita e per
potersi misticamente accorgere che: «Il sole è quasi a picco.
Il rumore che si sente sembra di automobili, ma è solo il vento che
spazza il quartiere deserto. I beni materiali sono obsoleti. Il denaro è
inutile. Il ceto sociale non ha senso». Pubblicando un libro all’anno
c’è soltanto da augurarsi che quest’ennesimo talento,
tra i più promettenti del momento, non venga soffocato dalla logica
commerciale.
Con le sue profondità da Poe ad Ellis e ancora ad Hawthorne, cui
al gusto per la ricerca delle paure più disparate aggiunge una speculazione
sulle nostre manie più ridicole, Palahniuk va ascritto ad altro esempio
di autore borderline, difficilmente inquadrabile e scomodamente inquadrabile
nel solo filone letterario dei fabbrica-paura. Accanto a lui in questi anni
si sono fatti notare Will Christopher Bauer – Kiss me Judas e Penny
dreadful, i suoi maggiori successi, entrambi editi dalla MacAdam/Cage Publishing
2004 – e Craig Clevenger con i suoi Dermaphoria (MacAdam/Cage Publishing,
2005) e The Contortionist’s Handbook (MacAdam/Cage Publishing, 2003).
La narrativa di Bauer è densa d’allusioni bibliche, il titolo
del suo ultimo libro richiama il tradimento più famoso della storia
e i personaggi, le trame, sono un intreccio tra teologia, filosofia e pastiche
letterario che unitamente ad un senso lirico eccellente lasciano ben sperare
per il futuro.
Il racconto della paura rinasce nella tragedia dell’11 settembre,
si alimenta dei fatti di cronaca nera, del crescente bisogno di sicurezza
che larga parte della società americana sente come primario, necessario
al punto da imporre leggi straordinarie, addirittura da restringere il novero
delle libertà civili con il Patriot Act. Il paese non è più
lo stesso. Da un sondaggio Gallup emerge che solamente il 13 per cento della
popolazione americana vorrebbe vivere in una metropoli, il 37 per cento
preferirebbe vivere in una piccola città e il 25 per cento in suburbs.
I suburbs sono lavoro, spazio, varietà, uffici, centri commerciali,
ma anche cattedrali sconfinate sempre stracolme dove soddisfare bisogni
di ordine spirituale. Il combinarsi della convinzione che salvezza economica
e salvezza spirituale camminino fianco a fianco. Quindi niente a che vedere
con l’immagine dei dormitori-apartheid per manovalanze che noi europei
siamo abituati a legare alla parola sobborgo.
Un giornalista del Washington Post, Joel Garreau, trasforma poi il nome
in edge city (“Edge City: Life on the New Frontier”), nuovi
centri urbani, e allora la nuova frontiera dell’urbanistica diventa
la periferia delle grandi metropoli, il tutto immortalato da Fiction tv
come Desperate Housewife. La vita nelle città è meno sicura.
Nel paese delle migrazioni storiche di intere fasce di popolazioni sia dall’estero
che tra i diversi Stati della Federazione, si assiste alla ricerca e al
ridisegno di nuove forme di agglomerati urbani, si assiste all’esperimento
della fondazione di comunità separate amministrativamente dalla Contea,
dotate di sicurezza, regole, comportamenti cogenti e fondati sulla contrattualistica
privata. Quasi una versione sperimentale dell’utopia rothbardiana.
Al di là degli esperimenti più estremi la domanda da porsi
è se in questo primo lustro del 2000 siano maggiormente rappresentive
degli Stati Uniti New York, Boston, San Francisco oppure la dura e pura
Colorado Springs. È la metropoli il problema. L’odio-amore
per delle città che faticano a mantenere una qualità della
vita appena sufficiente. Stress. Ansie terroristiche. Criminalità.
Questa tensione e questa voglia quasi geografica di metropoli o del distacco
da essa si traduce in una contemplazione, in un abbandono al motore delle
cose, sentimento rappresentato propriamente da due voci libertarie, quella
di Bunker e quella di Benioff, entrambi pienamente withmaneschi ancora oggi
a centocinquanta anni dalla pubblicazione di Leaves Of Grass il capolavoro
dell’America’s Poet per antonomasia.
Educazione di una canaglia, l’autobiografia di Edward Bunker (Einaudi,
2002) è la consacrazione tardiva di un altro grande autore, nato
come narratore di genere noir, ex galeotto impenitente, per sua stessa ammissione
votato al crimine da una natura cui non ha mai saputo dire no. Il grande
pubblico ha cominciato a conoscerlo grazie a Tarantino che, come tributo
personale, non solo lo ha voluto interprete di Mr. Blue ne Le iene ma ha
scelto come nome della casa di produzione che detiene i diritti del film,
Dog eat Dog (Cane mangia cane, Einaudi, 2005), titolo di un altro romanzo
di Bunker.
Nella tensione anarco-libertaria di Bunker la letteratura noir supera i
confini del genere. Accade in Animal Factory (Einaudi, 2004) e Come una
bestia feroce (Einaudi, 2004), in cui si racconta l’inseguimento sanguinario
con la polizia di Los Angeles di cui Bunker stesso si rese protagonista
durante un tentativo di rapina a Beverly Hills. Bunker riesce nei suoi migliori
momenti a ricordare la disperazione fredda, l’abbandono ad una natura
che non si controlla del Viaggio al termine della notte di Céline,
del Dostojewsky di Delitto e Castigo e del miglior London, veri punti di
riferimento di tutta la sua opera insieme a La fonte meravigliosa, il manifesto
sul culto dell’ego della filosofa dell’oggettivismo libertario
Ayn Rand (Corbaccio, 2004). Ma la profondità di Bunker è sostanziale
e stilistica. Egli esprime tale profondità scandagliando i gangli
dell’organizzazione che una società estranea ha prodotto per
tenere al di fuori individui come lui, fino al punto di riuscire a rendere
le stringenti regole giudiziarie e carcerarie – così ben descritte
in Animal Factory – una sorta di pentagramma sui cui scrivere il suo
inno alla libertà e di interpretare certa burocrazia carceraria come
manifestazione di una corruzione che la società si illude di poter
arginare. Lo stile presenta un undertone che ricorda la rabbia esplosiva
di Steinbeck ma posta non su un piano sociale bensì del tutto intimo
e individuale.
Hollywood ha scoperto questo straordinario scrittore grazie a Louise Fazenda
Wallis, moglie cinquantenne del leggendario produttore Hal B. Wallis (Casablanca
e Sfida all’OK Corrall). è lei che lo ha introdotto nei circoli
letterari influenti, illustrandone la vicenda personale a Dustin Hoffmann,
il quale appena Bunker uscì di prigione, acquistò i diritti
cinematografici di Animal Factory e interpretò come protagonista
Vigilato Speciale, il film ispirato a Come una bestia feroce. Proprio nel
finale, il protagonista, Max Dembo, contempla in riva ad un lago la natura,
pronto a seguire ciò che essa gli dice di fare. è una natura
che dice di tornare lì, nella metropoli a dare sfogo libero a se
stessa, nel vero e proprio centro pulsante di vita.
Sebbene Bunker, scoperto tardi, stia oggi semplicemente raccogliendo i frutti
giusti del suo scrivere, chi invece ha con ogni probabilità una prospettiva
promettente per gli anni a venire è un inconsueto caso letterario:
David Benioff. Non capita infatti spesso che uno scrittore di successo guadagni
addirittura la copertina del People accanto a Matt Demon, Ben Afflek, Russel
Crowe e George Clooney. Avvenente e vulcanico, il trentenne newyorkese,
con velleità da pittore-attore-cantante e diploma al Trinity College
di Dublino, si è laureato in Letteratura all’Università
di Irvine in California dove tuttora risiede a Santa Monica. Ha raggiunto
la notorietà grazie alla splendida trasposizione cinematografica
del suo romanzo The 25th Hour (La venticinquesima ora, Neri Pozza Editore,
2004), da lui stesso sceneggiata per la regia di Spike Lee. Romanzo d’esordio
scritto, secondo un crescendo emotivo elegante, che ha come temi centrali
le possibilità e i desideri insoddisfatti del vivere in città.
Benioff dichiara apertamente di essere debitore di Samuel Beckett e, tra
gli italiani, di apprezzare soprattutto le sceneggiature per Fellini di
Ennio Flaiano e il sottovalutato Kaputt di Curzio Malaparte. La vicenda
di Monty Brogan, condannato a sette anni per spaccio di stupefacenti, diventa
l’escamotage per analizzare profili personali con cui la vita di tutti
i giorni non manca di farci confrontare: il professore di letteratura che
s’invaghisce di una lolita, l’agente di borsa spietato, la fidanzata
esotica.
Il punto di vista di Benioff è propriamente quello del maschio disincantato
d’inizio Terzo millennio. Attraverso personaggi dal taglio cinematografico
e insieme un certo umorismo, Benioff mette in mostra soprattutto la capacità
di far letteralmente parlare la vita metropolitana, ricettacolo di sentimenti,
sensazioni viscerali e mai banali, viva e dura, inafferrabile nel suo essere
immateriale e senza prezzo, unico aspetto degno di nota nella danza delle
ipocrisie che la vita finisce per riservarci. Qualcosa che lascia ben sperare
per il futuro di quest’altro giovane romanziere americano assolutamente
da seguire.
Dopo la sciagurata sceneggiatura del Troy di W. Petersen, lo stesso approccio
ritroviamo in When the Nines Roll Over (Viking Book), in Italia La Ballata
di Sad Joe e altri racconti (Neri Pozza, 2005) dove Benioff tornando al
genere dei suoi inizi, che lo hanno visto pubblicare le sue prime novelle
su GQ, Seventeen, The Ex-files e Best New American Voices 2002, ci propone
otto racconti, che hanno come protagonisti soggetti tratti da una cruda
realtà quotidiana: dal campione di football, al cantante rock, alla
vicenda di tre soldati russi nella guerra cecena (e dalla parte dei soldati
russi!), ad altre storie.
La domanda cui la storia dei prossimi anni a venire dovrà rispondere
è se gli Stati Uniti saranno in grado di sostenere, economicamente
e politicamente, il peso di una visione “imperiale” del mondo.
Ma un fatto rimane: se è vero, come è vero, che il fiorire
del romanzo, la sua capacità di travalicare confini, connoti la ricchezza
e la vivacità di una società, anticipando le prospettive di
ciò che essa ha da dire all’umanità per i tempi a venire
(il romanzo francese prima e quello russo poi), allora è certo che
la nazione americana, oggi più che mai sembra considerare immancabile
punto di partenza per l’elaborazione di qualsiasi visione politica
il carattere dell’indispensabilità per il mondo tutto della
sua ricchezza, da qualsiasi angolazione essa venga poi considerata. È
questa probabilmente una nuova rivoluzione copernicana per la rinomata middle
class, che comprende solo adesso ed in pieno cosa significhi responsabilità
e non ne rifugge. A questa middle class parlano oramai con eco lontana le
vecchie voci borghesi alla Roth, con la sua fantastoria sugli Stati Uniti
degli anni ’40 (Il Complotto contro l’America, Einaudi, 2005)
e alla Bellow (recentemente scomparso dopo essere stato insignito del Premio
Nobel) con la sua ricerca di trame classiche da romanzo ottocentesco dentro
un’America “post-storica”. Entrambi sono entrati già
di diritto nella Library of America, parlano da lontano oramai anche Updike,
l’autore di Corri Coniglio (Guanda, 2003) e l’Holden di Salinger.
L’alto profilo, l’attualità, la vitalità e il
carattere della letteratura americana contemporanea è rappresentato
ancora oggi dalla voce di Pynchon e De Lillo, ma non solo. Parlano infatti
di più a questa America e di riflesso al mondo i Danielewski, i Leavitt,
i Foster Wallace, i J.T. Le Roy, Thom Jones, Rick Moody, Palahniuk, Benioff,
Maxx Barry. Se Pynchon può infatti permettersi con Mason & Dixon
(Rizzoli) di raccontarci alla sua maniera della linea di confine, tracciata
nella seconda metà del Settecento tra la colonia del Maryland e quella
della Pennsylvania, che durante la guerra di secessione marcò la
separazione fra il Nord abolizionista e il Sud schiavista; se De Lillo con
Cosmopolis (Einaudi, 2003) cerca di raggiungere l’obiettivo di destrutturare,
analizzare e mettere in ridicolo il vuoto grottesco dell’evoluzione
capitalistica contemporanea, dove il protagonista Eric attribuisce il metro
alle cose a seconda di quanto care riesce a procurarsele e va in estasi
assecondando i numeri e i grafici della borsa e i piaceri più estremi.
Ellis e McInerney sembrano rimanere travolti dai drammi generati dalla loro
condotta di vita, a parlare ad una società che ha paura di rimanere
svuotata dal suo successo ed è in cerca di emozioni sempre più
forti. è oggi questa nuova generazione di giovani scrittori, tutti
accomunati dall’essere manifestazioni o reazioni di pulsioni che fioriscono
sempre più dall’iperrazionalismo per approdare al racconto
dell’irrazionale, della reazione al degrado morale, rendendo ancora
più attuali i temi di decenni di battaglie culturali, di contenuti
e problemi da affrontare, che l’agenda politica de Nuova Destra del
paese a stelle e strisce ha sollevato per il secolo a venire.
Giampiero
Ricci, giornalista e saggista, esperto di cultura e società americana.
(c)
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