L’educazione è al centro della sfida che i
nostri tempi rivolgono agli uomini e alle nazioni. In Italia nei mesi scorsi
è accaduto in proposito un fatto molto indicativo. Un manifesto intitolato
“Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio” (da una frase
di don Luigi Giussani), promosso nel novembre 2005 da una cinquantina di
personalità del mondo della cultura e dell’economia, ha raccolto in un anno
migliaia di adesioni. In particolare ad oggi hanno aderito all’appello oltre
trecento personalità del mondo della cultura e circa duecento politici di
maggioranza e opposizione tra cui parlamentari italiani e europei, ministri,
sottosegretari e alte cariche dello Stato. Il manifesto recitava tra
l’altro: «Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi
la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni
dai nuovi pulpiti – scuole e università, giornali e televisioni – si è
predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può
diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo
semplicemente il proprio gusto o piacere». E dopo avere messo a nudo con
queste parole realistiche la situazione, proponeva la seguente assunzione di
responsabilità: «Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato,
mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale,
è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono
maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei
ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino
loro a stimare ed amare se stessi e le cose».
Come insegnante e responsabile di un’associazione di insegnanti non posso
non sentirmi coinvolto in prima persona in questo appello; non posso non
percepire la responsabilità che la scuola ha, attraverso gli insegnanti, di
aiutare i giovani a scoprire il criterio unitario con cui interpretare tutto
il reale, a partire dalla propria persona fino alle discipline scolastiche
che vengono presentate nei modi più diversi e non sempre immediatamente
comprensibili.
Non è sempre vero che la scuola sia anche uno spazio educativo, oltre che un luogo di istruzione e di apprendimento. Studi statistici da diversi anni suggeriscono che su tutto ciò che entra a far parte dell’apprendimento stabile del ragazzo sotto forma di sollecitazione e anche di nozione, tale da tradursi in maturazione e quindi anche in forma mentale e forma del gesto, la scuola incide attualmente per non più del 10-15 per cento. Questo è un dato che può essere oggetto di considerazioni disparate: da una parte significa che la scuola è stata progressivamente emarginata nella nostra società, rispetto al ruolo che aveva o che doveva avere; significa che tende a prevalere un’educazione informale, costituita da agenzie educative diverse che non sempre lanciano messaggi positivi (c’è la televisione ma anche Internet, il cellulare, eccetera). D’altra parte, le statistiche e le rilevazioni internazionali suggeriscono che si deve puntare al recupero del ruolo di una scuola in cui l’apprendimento e il “clima” che vi si realizza, ovvero l’ambito dei rapporti, sono due elementi che viaggiano di pari passo. Infatti ciò che nella scuola forma e consente di apprendere saldamente non sono tanto le risorse che possono essere messe a disposizione dei ragazzi, ma come vengono usate, e la risorsa fondamentale a detta anche dei ragazzi è il rapporto che nella classe si può realizzare tra alunni e insegnanti. Non esiste insegnamento che possa essere durevole nel tempo, così da potersi tradurre in una memoria non passeggera, che non sia filtrato da un insieme di rapporti mediante i quali l’alunno si fida di qualcuno, pone la propria fiducia nell’insegnante in cui intravede una serietà che va oltre la competenza. L’alunno impara quando la materia insegnata veicola una posizione positiva del docente verso la realtà, una tensione ad affermare uno scopo che coincide con quello per cui si vive, si lavora, si spera. La proposta disciplinare diviene allora l’ambito della trasmissione di un sapere per la materia che è anche un sapere per la vita.
La responsabilità della scuola è di fare spazio al tentativo dell’insegnante
di proporre un proprio percorso. E la responsabilità dell’insegnante sta nel
non tradire la fiducia che gli è accordata. Il lavoro dell’insegnante
consiste nell’insegnamento. Può sembrare un’affermazione scontata, ma non è
così. Oggi su questa semplice affermazione, riguardante il fatto che il
lavoro dell’insegnante è “insegnare”, c’è una grande dimenticanza, è come se
si sorvolasse su una dimensione fondamentale. In che cosa consiste
l’insegnamento? Insegnare significare aiutare a decifrare dei segni,
significa aiutare gli alunni, grandi o piccoli, a guardare la realtà che è
fatta di segni e a capire questi segni. Significa, ancor più profondamente,
aiutare a unificare i segni attraverso un senso. Il futuro della scuola si
gioca qui, nell’acquisizione e nella ripresa di uno spazio che significa
sempre di più personalizzazione degli apprendimenti, per cui ciò che viene
consegnato alle giovani generazioni si traduce in una maturazione di
identità personali. Accenno ad un secondo passaggio relativo alla
traiettoria che dalla responsabilità dell’insegnante va alla libertà
dell’alunno. Questo passaggio è determinato dalla figura dell’insegnante
come “maestro”. Egli lo è nella misura in cui aiuta il giovane a spostare la
sua attenzione dal bisogno al desiderio.
Vediamo di chiarire questo passaggio fondamentale. I giovani si muovono
nelle forme più diverse, sono contestatori un po’ di tutto, hanno bisogno di
affermarsi, di essere protagonisti. Quindi il giovane si ritiene per natura
il personaggio principale e vive la sua esperienza nelle forme anche più
accese del protagonismo. Tuttavia, a guardare bene, egli non chiede tanto di
essere assecondato nel proprio protagonismo; non chiede che l’insegnante si
abbassi al suo stesso livello. Il giovane chiede di essere corrisposto nel
suo desiderio, che non è semplicemente il bisogno di essere accompagnato,
giustificato, coccolato, gratificato: è il desiderio che il bisogno esprime,
è il desiderio di afferrare interamente la realtà. Il passaggio dalla
pedagogia del bisogno all’incontro, al dialogo con il desiderio di
integralità, di felicità, di significato, è fondamentale in un processo di
formazione delle coscienze. Soltanto se si effettua questo passaggio e se ne
coglie l’importanza avremo sempre di più una crescita delle persone, avremo
persone che fioriscono, sono ragionevoli e sempre più acquistano coscienza
di sé perché capiscono che il loro bisogno è in realtà espressione di un
desiderio più grande, di un desiderio di integralità.
Nel dialogo educativo il punto focale di quello che si fa, delle attività che si realizzano, diventa il desiderio. Le discipline insegnate, come già si accennava sopra, sono finestre aperte sulla realtà che illustrano come l’uomo ha sempre espresso (mediante i suoi tentativi storici, poetici, artistici e anche tecnici) il desiderio di trascendersi, di affermare una sua identità non circoscrivibile nell’orizzonte della immanenza. Se il tema implicito o esplicito non è il bisogno ma il desiderio, diventa davvero interessante lavorare nella scuola, perché si scopre continuamente che il desiderio che si esprime nella persona di quel tale autore o personaggio, o di quel determinato periodo storico, è anche il “mio” desiderio, che chiede di essere chiarificato ed accolto.
La terza ed ultima osservazione è un po’ più drammatica delle precedenti. La
svolgo partendo dalla seguente affermazione, che in parte riprende l’appello
per l’educazione: «Non potrà mai esistere una generazione di figli se non
c’è una generazione di padri». Il problema dell’educazione è sicuramente un
problema dei figli perché essi hanno bisogno di essere ricondotti
continuamente all’essenziale, al nocciolo della questione; ma i padri non
possono sfuggire del problema. È anche e prima di tutto un problema dei
padri. Se vogliamo educare i figli occorre che troviamo una modalità di
ripresa dell’educazione dei padri, e questo significa una cosa molto
semplice. Occorre che i padri (e le madri) ritrovino e riaffermino la
propria autorevolezza. Ciò di cui hanno bisogno i figli è di trovare delle
figure autorevoli, occorre in qualche modo riprendere, ristabilire
un’autorità pedagogica. Nell’ambito della pedagogia il concetto di autorità
è fondamentale, perché “autorità” significa uno che aiuta a crescere perché
propone qualcosa in cui crede, perché propone qualcosa che fa parte della
propria vita, perché propone qualcosa di integrale, propone un significato
che aiuta a introdurre integralmente nella realtà.
Sul versante sociologico o storico, la parola “autorità” è stata bruciata da fenomeni come le società autoritarie o, sul fronte opposto, le varie forme moderne di antiautoritarismo e di libertarismo, presenti in qualche modo anche sul versante didattico. Sgombrato il campo da questi riferimenti, precisato che il richiamo all’autorità non ha niente a che fare col “padre padrone” resta che il rapporto educativo non esiste se non nasce da un’implicazione dell’adulto, da una proposta di sé del genitore ai figli, o dell’insegnante agli alunni. Proposta di sé vuol dire proposta di un significato integrale, nella affermazione e verifica del quale anche l’adulto è impegnato. E questo significato è tanto importante per l’adulto, che egli continua a perseguirlo in tutto ciò che fa, anche di fronte alle difficoltà e ai fallimenti. Infatti l’educazione a differenza dell’ideologia non nasce a tavolino ma da una esperienza. Nasce dalla accettazione di un paragone continuo tra ciò che la realtà pone davanti ogni giorno e la tensione a scoprire il mistero che ne è sotteso. Solo in questo modo si può essere al livello di quella imponente sfida educativa che è sotto gli occhi di tutti e che riguarda tanto i giovani quanto gli adulti troppo spesso dimentichi delle proprie radici.
Fabrizio Foschi, presidente nazionale Associazione Diesse (Didattica e
Innovazione Scolastica).
(c)
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