Poter rispondere alle esigenze della società e
del mondo del lavoro ad essa collegato è da sempre l’obiettivo principe
della scuola. Ma oggi qualcosa è cambiato. La società si è fatta
particolarmente complessa e all’esigenza di alta formazione culturale si
affianca la necessità di stabilire quanto prima un contatto con il mondo del
lavoro, con la pratica. La nuova situazione di mobilità, poi, richiede una
maggiore duttilità e un continuo apprendimento da parte sia di chi si sta
formando sia di chi è già in possesso di un lavoro. L’intuitività e la
creatività del singolo non sono mai state così importanti, ma al contempo si
deve prestare maggior attenzione alla sfera scientifica e tecnica, spesso
trascurata soprattutto in Italia.
Come dicevamo il quadro risulta piuttosto complesso. Si può quindi ben
capire di fronte a quali nuove ed urgenti sfide si trovi la scuola di oggi.
Ed allora, cosa fare? Che strada indicare e quali mezzi offrire ai ragazzi?
Partiamo dal presupposto che una scuola per essere una “buona” scuola deve
garantire una formazione, o meglio ancora, una educazione adeguata. Ma
adeguata a chi? A che cosa? Sicuramente alle richieste del mondo del lavoro
in cui ci si dovrà immettere, ma anche, e forse soprattutto, alle
peculiarità di ogni singolo individuo. Solo valorizzando le doti specifiche
di ogni persona se ne potrà ottenere il massimo e, di conseguenza, il
massimo vantaggio per tutta la società. Per creare una scuola che risponda
alle esigenze di tante diversità, si deve innanzitutto rendere varia la
stessa offerta formativa. In questo modo le famiglie, motore primo della
formazione di un individuo, potranno decidere l’indirizzo migliore da far
seguire ai propri figli. Il primo passo perciò dovrebbe essere quello di
riconoscere alla scuola la sua libertà. In Italia però, permane una visione
statalista della scuola, questa libertà viene negata e si relega
l’istituzione scolastica a ruolo di ufficio pubblico fagocitato dalle mille
procedure burocratiche e depauperato nella qualità da una quasi assenza del
criterio meritocratico, mentre agli insegnanti viene data la veste di
semplici funzionari statali anziché, come dovrebbe essere, di veri
professionisti dell’educazione. Ad oggi addirittura l’unico vero cambiamento
promosso dal ministro Fioroni è stato tornare a definirsi ministro della
“pubblica” istruzione: mai come in questo caso pubblico sta per statale.
La scuola privata viene percepita negativamente, come se fosse in
competizione con la scuola pubblica e non si vede che fornendo adeguati
strumenti economici, si verrebbe a creare una “parità” nella possibilità di
accesso a scuola pubblica e privata. Fornendo delle sovvenzioni destinate
alle famiglie e non alle scuole, si avrebbe una sorta di “buono-scuola” che,
laddove è già stato introdotto, ha avuto il positivo effetto di favorire lo
sviluppo della concorrenza tra gli istituti, creando un mercato
dell’istruzione privata che favorisce la qualità complessiva del sistema
formativo e ha posto tutte le famiglie, indipendentemente dalle condizioni
sociali, in una situazione di parità. Flessibilità di salari in base a
criteri meritocratici, libertà agli insegnanti di scegliere i programmi di
studio ed autonomia organizzativa dei singoli istituti sono solo alcuni dei
provvedimenti necessari al miglioramento dell’educazione scolare. Ma non
basta. Occorre proprio ricollocare la scuola al centro degli interessi della
comunità, restituirle in qualche modo quel prestigio sociale che da tanto
tempo sembra aver perduto e, per farlo, ci si deve basare sui principi del
federalismo e della sussidiarietà.
Libertà e sussidiarietà in luogo della centralizzazione e rispetto delle
procedure; principio della qualità vera e dell’efficacia educativa in luogo
del conformismo culturale; tutela dei diritti della persona e della famiglia
in luogo dello statalismo ad oltranza. Bisogna rompere, insomma, il
monopolio statale del sistema, affidando allo Stato centrale esclusivamente
la funzione strategica della politica scolastica nazionale. Allo Stato,
secondo la Costituzione stessa è attribuito, infatti, un ruolo di
legislatore “generale”. Il compito di dettare una legislazione particolare e
di porla in atto potrebbe, invece, essere affidata a regioni e province.
Coinvolgendo questi due enti nella gestione del sistema scolastico, attuando
cioè un vero federalismo educativo, si possono ottenere risposte
qualitativamente migliori ai bisogni dei cittadini giovani e meno giovani.
La devoluzione alle regioni in materia di istruzione consentirà, inoltre, ad
ogni regione di scegliere il proprio metodo di finanziamento delle scuole
statali e non statali.
Insomma, come sottolineato anche dal Cardinale Scola, Patriarca di Venezia,
in un discorso tenuto in occasione della festa del Redentore lo scorso 16
luglio 2006, bisogna insistere sulla politica di liberalizzazione, capendo
quanto sia profonda l’esigenza di adeguare il sistema educativo alle
richieste di una società complessa ed articolata in cui il diritto
all’istruzione deve essere garantito attraverso una libertà di scelta
strettamente connessa, a sua volta, al principio dell’autonomia scolastica.
La scuola ha un bisogno vitale di ricevere una forte spinta innovativa, dal
momento che è proprio sul percorso formativo che si vuole e si deve agire
per ridare competitività ed impulso all’economia dello Stato italiano.
Anche l’Unione Europea si è mostrata estremamente attenta e sensibile allo
sviluppo del settore educativo: si pensi infatti alla strategia di Lisbona e
alla sua recente revisione a medio termine dove si scommette proprio sulla
formazione, e su quella tecnico-imprenditoriale in particolare. Si auspica
che lo Stato, insieme all’Unione, offra forti finanziamenti che permettano
un miglioramento di competenze e qualifiche accessibile a tutti. Investire
molto di più sul capitale umano: questa è la filosofia della strategia di
Lisbona. Spazio perciò alla promozione di ricerche e studi sul contributo
che il capitale umano può apportare al settore del lavoro. L’Europa si sta
scoprendo vecchia e provvista di mezzi troppo obsoleti per risanare e
rilanciare la propria economia. Deve, se vuole riproporsi agli occhi del
mondo come “grande economia della conoscenza”, cercare nuovi e più adeguati
strumenti. Ecco perché, in quest’ottica, è fondamentale investire nella
ricerca e nel valore dei singoli individui. Accrescere, quindi, il valore
stesso del proprio capitale umano diventa necessità prioritaria, anche a
fronte delle altre realtà competitive esterne all’Unione Europea, come Cina
e Stati Uniti, che sono già pronte a raccogliere i frutti di ogni
opportunità non colta dallo stanco colosso europeo. Autonomia scolastica,
libere scelte delle famiglie e aumento delle risorse a disposizione per
l’investimento nel capitale umano come possibili soluzioni per uscire da una
situazione stagnante come quella che sta vivendo l’economia italiana: questi
sembrano essere gli ingredienti più importanti per una riforma seria,
profonda e duratura della scuola italiana.
(Relazione introduttiva all’Assemblea nazionale del dipartimento Scuola di Forza Italia che si è tenuta il 6 ottobre presso la sala conferenze Palazzo Marini a Roma).
Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento
europeo, responsabile nazionale del dipartimento Scuola e Università di
Forza Italia.
(c)
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