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[19 feb 08] Dando per scontata la vittoria di Dmitry Medvedev alle prossime elezioni del 2 marzo si aprono un paio di incognite sulla reale distribuzione del potere al Cremlino e dintorni. Secondo la Costituzione è il presidente a esercitare il maggiore potere. La Russia è una repubblica presidenziale e il capo dello Stato ricopre un ruolo determinante rispetto al premier e al parlamento. Stando a questo schema, Medvedev dovrebbe essere dunque un paio di gradini sopra Vladimir Putin, se - come da lui stesso confermato - l’attuale presidente assumesse l’incarico di capo del governo. Data questa situazione ai blocchi di partenza è però difficile prevedere come gli equilibri dei gruppi di potere si sposteranno nei prossimi mesi. Fino a ora Putin è stato in grado di moderare tra le posizioni di falchi e colombe proprio perché è lui l’artefice del sistema che si regge sulla verticale del potere. Senza lui in cima l’architettura rischia di diventare instabile. Dmitry Anatolevich al momento non ha la forza e il supporto necessario per sostituire in toto Vladimir Vladimirovic. E’ quindi un presidente forte sulla carta, debole nella sostanza. Cosa succederà dunque nei prossimi mesi o anni? Chi comanderà in Russia?
Si possono prevedere tre possibili scenari. Il primo: Medvedev non si rivela all’altezza del compito e dopo una crisi ad hoc ed eventuali elezioni anticipate Putin torna per altri otto anni alla presidenza. Improbabile. Se una soluzione del genere sarebbe accolta con favore dalla grande maggioranza dei russi, la comunità internazionale sarebbe però di fronte ad un complicato rebus. Il secondo: presidente e premier lavorano in tandem e in armonia, riuscendo a mantenere lo status quo ed evitando gravi frizioni interne. Anche nell’ambito di questo scenario potrebbero verificarsi due varianti: attraverso modifiche costituzionali concordate si giunge ad un bilanciamento dei poteri, con maggior rilievo per il primo ministro e il capo dello Stato che cede competenze. Putin mantiene il comando, occupandosi più di questioni interne, Medvedev si ritaglia un ruolo a livello internazionale. Oppure potrebbe accadere che, senza modifiche alla Costituzione, Medvedev e Putin agiscano all’unisono, con il capo dello Stato che si occupa più di economia, il premier di riforme sociali. Ma potrebbe verificarsi anche un terzo scenario. Medvedev si emancipa lentamente da Putin, con uno spoil system esercitato in maniera efficace. Al Cremlino si insedia una nuova elite.
Nonostante i segnali di inquietudine interna e di insofferenza verso le ingerenze esterne, al momento lo scenario più probabile, oltre che auspicabile, dato che il primo potrebbe significare non solo un’ulteriore involuzione del sistema, quanto un rischio per la stabilità dell’intero Paese, è il secondo nella variante due. Al di là dell’oggettiva eterogeneità dell’élite al potere, sembra che la scelta di Putin di voler continuare ad essere presente da leader sulla scena politica possa indicare che il presidente in carica e futuro premier abbia tutte la carte in mano per evitare a se stesso e ai suoi uomini di fiducia brutte sorprese. I passaggi di potere nella Russia post sovetica sono sempre stati affari delicati e rischiosi: negli anni Novanta con Boris Eltsin è stata l’improvvisazione a gestire la transizione. Putin ha introdotto una certa ponderazaione. Sarebbe strano se il castello costruito in otto anni crollasse alla prima bufera autunnale. Strano, ma al Cremlino non impossibile.
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