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Il voto non risolverà i problemi dell’Italia
L’Economist
analizza la campagna elettorale evidenziando punti di forza e di debolezza
di tutti gli schieramenti in campo, concentrando l’attenzione sui due
principali contendenti. Di Veltroni apprezza la volontà di rinnovamento ma
rileva il peso dell’impopolarità del precedente governo di centrosinistra e
la pretestuosità di accreditarsi come l’Obama d’Italia: non ne ha né il
carisma né la retorica, afferma impietosamente il settimanale inglese. A
Berlusconi riconosce tenacia ma ne evidenzia l’età, lo sbilanciamento a
destra del suo raggruppamento e, soprattutto, l’insuccesso delle sue
esperienze di governo. Per l’Economist, il Cavaliere non è più unfit:
semplicemente ha già fallito. Una breve descrizione della sinistra
ecologista e del centro completano il reportage. L’articolista deve
ricorrere alla principessa Alessandra Borghese per trovare uno spunto nuovo
con cui introdurre l’articolo. Come accompagnamento, un
reportage da Napoli dove si fa il punto sulla questione immondizia e sui
nuovi allarmi per la mozzarella di bufala: il quadro non è positivo.
Alla obamizzazione di Walter Veltroni da credito invece lo Spiegel, il cui reportage sfiora in alcuni momenti toni epici. Non è una novità: in Germania Berlusconi tocca il suo picco di impopolarità continentale. Fosse anche il diavolo il suo avversario, si troverebbe il modo di innalzarlo agli altari. L’attenzione del settimanale tedesco è tutta per la strategia del leader del partito democratico ma l’articolo è francamente di parte. Ha tuttavia il merito di evidenziare le novità politiche che Veltroni ha introdotto nello schiaramento di sinistra e di ammettere che, nonostante tutte queste meraviglie, la destra è avanti nei sondaggi.
In primo piano il dibattito sul boicottaggio delle
Olimpiadi
In primo piano, questa settimana, il dibattito che si è aperto in Europa (ma
curiosamente non in Italia, dove pure è in corso la campagna elettorale),
sull’opportunità di boicottare le Olimpiadi cinesi dopo l’ondata di
repressione che Pechino ha scatenato contro il Tibet. Ne abbiamo parlato su
Ideazione nel corso della settimana ma le prese di posizione dei vari
leader si sono nel frattempo precisate e il confronto s’è fatto più acceso.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy sembra porsi alla testa del gruppo di
Paesi propenso a far la voce grossa. Scartata l’ipotesi di un boicottaggio
totale (visti anche gli infruttuosi precedenti di Mosca e Los Angeles e il
desiderio di non chiudere completamente le porte al dialogo), si fa strada
l’idea fortemente simbolica di non partecipare alla cerimonia di apertura,
che in ogni manifestazione sportiva rappresenta il momento più politico,
quello in cui il Paese ospitante presenta se stesso. Dopo un primo accenno
in patria, Sarkozy ne ha esplicitamente parlato in occasione della visita in
Gran Bretagna, affermando di voler avviare un confronto fra tutti i premier
europei per valutare l’opportunità di una posizione comune.
Liberation sottolinea però come, da subito, le posizioni europee tendano
a divergere. Il summit anglo-francese ha evidenziato molti punti in comune,
non però sulle Olimpiadi: Gordon Brown, infatti, a Pechino ci sarà.
Varsavia boicotta Pechino, il premier ceco va in
ospedale
Chi invece sembra avere le idee chiarissime in proposito è il premier
polacco Donald Tusk. Lui ha assicurato che all’inaugurazione
non ci sarà. La Polonia inoltre è al centro di un’azione
diplomatica promossa da due Ong, il Comitato Helsinki e la Helsinki
Foundation for Human Rights, che spinge Varsavia a promuovere la nomina di
un responsabile europeo per coordinare la posizione verso Pechino dei 27
Stati membri dell’Unione. Dal canto suo, il quotidiano liberal
Gazeta Wyborcza ospita un’intervista con Malgorzata Glinka, presidente
del comitato olimpico polacco, che (a differenza del suo collega tedesco
Thomas Bach che tante polemiche ha scatenato in Germania) lascia liberi
gli atleti polacchi di boicottare o meno i giochi olimpici. E pur
dichiarando di voler essere presente alla cerimonia di apertura (“Sono i
miei primi giochi olimpici”) si dice disponibile al boicottaggio qualora il
suo governo glielo chiedesse.
Curiosa la posizione della Repubblica ceca. Il nuovo capo dello Stato Vaclav Klaus fa sapere che non sarà a Pechino, ma solo perché per il giorno dell’inaugurazione è già prenotato per lui un posto in sala operatoria. Il premier Mirek Topolanek lascia invece la scelta al suo governo: decideranno i ministri tutti insieme, con voto a maggioranza. Ce ne da notizia in una breve il settimanale in lingua tedesca Prager Zeitung.
Quando Hitler utilizzò le Olimpiadi del 1936
La protesta tibetana continua a tenere le prime pagine dei giornali. E i
settimanali trovano spunti di approfondimento per tenere il passo
dell’informazione. In Germania, la
Frankfurter Allgemeine ci offre una ricostruzione storica di come Adolf
Hitler strumentalizzò i giochi olimpici di Berlino del 1936 per la gloria
del Terzo Reich. La
Zeit, che sette giorni fa aveva pubblicamente preso posizione contro il
boicottaggio delle olimpiadi cinesi, recupera pubblicando un lungo reportage
sulle tecniche di osservazione satellitare che consentono di aggirare la
censura. Una panoramica su tutte le aree di crisi (dall’Asia all’Africa) e
sul lavoro di indagine svolto da molte organizzazioni internazionali.
L’Azerbaigijan sogna i cinque cerchi nel 2016
Per chiudere con l’argomento olimpico, se la Russia è in fase di avanzata
organizzazione delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014, l’Azerbaijan
sogna l’assegnazione di quelle estive nel 2016. Probabilmente resterà un
sogno. La notizia è tuttavia indicativa di un mondo che si evolve
velocemente e della voglia di emergere di nazioni appartenenti ad aree fino
a qualche decennio fa completamente marginali.
Radio Free Europe/Radio Liberty è andata a curiosare nel complesso di
Masalli, 250 chilometri a sud di Baku.
Polonia e Macedonia tra Europa e Nato
Rapido ritorno in Polonia per la polemica riaperta dai gemelli Kaczynski
sulla ratifica del trattato di Lisbona. La polemica populistica si alimenta
di se stessa e dei propri miti eterni. Così quello che appena qualche mese
fa era stato sbandierato come un fantastico compromesso ottenuto grazie alla
tenacia dei gemelli (allora tutti e due al potere) oggi non va più bene. I
Kaczynski smentiscono se stessi, appoggiati dal coro assordante della stampa
schierata al loro fianco. Donald Tusk e il suo governo oppongono
ragionevolezza, e speriamo che basti. Per ora sembra così. Il quotidiano
Gazeta Wyborcza pubblica un sondaggio, secondo il quale il 60 per cento
dei polacchi ritiene che Varsavia dovrebbe firmare il trattato. Schiacciante
la maggioranza tra i laureati e i giovani. In lingua italiana e polacca,
l’analisi di Paolo Morawski sul blog
Polonia mon amour.
Vertice della Nato a Bucarest, la prossima settimana. Tiene banco la posizione della Macedonia che teme il veto della Grecia a causa del nome. Si lavora a una mediazione e sembra incredibile che un Paese evoluto come la Grecia possa ancor oggi frenare l’evoluzione dell’area balcanica (che è soprattutto un suo interesse nazionale) per questioni nominalistiche. Il ministro degli Esteri macedone, Antonio Milososki, offre alla Frankfurter Allgemeine uno spunto convincente: più che mantenere la Nato nei Balcani, cominciamo a portare i Balcani nella Nato. Il futuro dell’Alleanza atlantica resta un dibattito aperto fra gli esperti. Radio Free Europe/Radio Liberty ci descrive invece i passi avanti di Ucraina e Georgia. Per le ex repubbliche sovietiche non c’è crisi strategica che tenga. La Nato è l’Occidente: simply, test the West.
Tutti pazzi per Carla
Per chiudere un’annotazione tra costume e politica sul viaggio del
presidente francese Nicolas Sarkozy in Gran Bretagna. La scorsa settimana
avevamo evidenziato lo scetticismo dell’Economist. Ma il settimanale inglese
non aveva fatto i conti con la carta segreta dell’Eliseo: Carla Bruni. Guai
a sottovalutare le donne, anche quando sono relegate all’apparente ruolo di
comprimarie. L’ex modella italiana ha conquistato la scena e ha fatto
brillare di luce riflessa l’appannato marito. L’Inghilterra, Paese orfano
della sua Diana, pare aver rivisto nello charme di Carla Bruni la figura
gentile a lungo rimpianta. I paragoni: Lady Diana per la grazia, come scrive
l’International
Herald Tribune; Jackie Kennedy per lo stile, come sostiene il
Corriere della Sera. Improponibile, invece, quello con la povera
Camilla, come ci dice lo
Spiegel. Come che sia, Sarkozy ne ha tratto vantaggio, anche se poi ha
replicato a muso duro a un giornalista del Figaro che, in conferenza stampa,
gli aveva fatto notare come sua moglie gli avesse completamente rubato la
scena: il siparietto non è sfuggito al
Times.
Le Figaro comunque pubblica un sondaggio, secondo il quale i francesi
sembrano apprezzare il cambio di stile del presidente. In attesa
dell’analisi politica dell’Economist (farà marcia indietro?) quella non
disinteressata del tedesco
Der Spiegel.
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