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TransEuropa. Un Continente in prima pagina



[22 mar 08]
Le difficoltà di Sarkozy secondo l’Economist
Sempre molto critica la posizione dell’Economist verso il presidente francese Sarkozy (pure gratificato in campagna elettorale di un vero e proprio endorsment). La sconfitta nelle amministrative offre lo spunto per un dibattito sui diversi aspetti della politica di Sarkozy. Sul piano interno, il settimanale inglese di chiara impostazione liberista dubita che l’idea dell’Eliseo di accelerare le riforme economiche sia la soluzione giusta per risolvere il calo di popolarità. Messi per un momento da parte i problemi legati allo stile iper-presidenziale, l’inchiesta si concentra sul piano politico ed evidenzia come lo scivolamento a sinistra dei consensi dimostri semmai che i francesi sono meno sensibili alle sirene della “rottura” e puntino a maggiori protezioni statali e aumenti dei salari. Mentre - un po’ come in Italia - corporazioni tipo quella dei tassisti vedano come fumo negli occhi ipotesi di deregolamentazione e liberalizzazione del settore. Il settimanale sottolinea un fenomeno particolare: i sondaggi registrano come il calo dei consensi per Sarkozy si rifletta in un aumento per il capo del governo Fillon, di cui viene apprezzato lo stile più sobrio. Concorrenza in vista? In casa socialista, Le Figaro segnala come i francesi considerino il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe (che ha ottenuto una trionfale riconferma) più efficace di Ségolène Royal. Passando dalla politica interna a quella estera, le cose per Sarkozy non vanno meglio. Dalla scorsa settimana prendiamo l’articolo che analizza i rapporti difficili con la Germania di Angela Merkel. Dall’edizione attuale, lo stato dei rapporti con la Gran Bretagna alla vigilia della visita di Sarkozy a Gordon Brown. La facciata sarà cordiale ma di sostanza sembra esserci poco.

Islam ed Europa
In Olanda la polemica sul diritto di critica alla società e alla religione islamica accende un piccolo caso diplomatico che coinvolge la Danimarca. Il Copenhagen Post racconta che il parlamentare olandese Geert Wilders, autore e produttore di un film assai critico verso l’islam in prossima uscita, accusa il proprio premier, Jan Peter Balkaenende, di codardia. E loda il premier danese Anders Fogh Rasmussen per aver invece difeso la libertà di espressione e di stampa in occasione della pubblicazione delle famose vignette satiriche sui giornali danesi. I toni usati da Wilders sono stati piuttosto coloriti, specie nelle argomentazioni contro l’islam, tanto che il primo ministro danese Rasmussen si è preoccupato di restituire al mittente gli elogi. Le Figaro, intanto, ci fa sapere che, tempo vent’anni, e l’islam sarà la religione più praticata nella capitale dell’Unione Europea: Bruxelles. 

Il caso Moro visto dalla Germania
La politica italiana non fa notizia. Pochi e scarni i reportage sulla campagna elettorale in corso. Ogni tanto qualche giornale si limita a fare un breve e stanco punto della situazione, più per dovere di cronaca. Il passato, invece, continua a intrigare. Specie quello legato alla stagione del terrorismo, e in particolar modo in Germania, paese che con la Raf ha vissuto una lunga scia di sangue paragonabile a quella delle Brigate Rosse italiane. Così il trentesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro è stata l’occasione per Die Zeit di tornare indietro nel tempo, di rileggere quel tragico momento della vita pubblica nel nostro Paese anche alla luce delle conseguenze che esso ha determinato nella politica e nella società italiana. Lo spunto è venuto dalla conferenza nell’Istituto italiano di cultura di Berlino sul delitto Moro, alla quale hanno partecipato Corrado Augias (autore di un pezzo teatrale sulla vicenda) e il direttore della Zeit, l’italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo. L’analisi di Brigit Scönau e l’intervista allo stesso Augias vertono su un interrogativo con cui anche i tedeschi dovettero confrontarsi: si poteva e doveva trattare con i terroristi?

Grecia, approvata tra le proteste la riforma pensionistica
Notizie di tono assai differente dall’Europa sud-orientale. Iniziamo con la Grecia, dove il Parlamento ha approvato la proposta di riforma delle pensioni elaborata dal governo di Costas Karamanlis. Tre giorni di infuocato dibattito, con le opposizioni di sinistra sugli scudi in aula e centomila manifestanti radunati nel centro di Atene in un grande corteo di protesta. Di fronte al Parlamento, facinorosi si sono scontrati con le forze dell’ordine, ma le violenze non hanno influenzato i lavori assembleari. La riforma, in linea con quelle varate in molti altri Paesi europei, prevede tra l’altro l’eliminazione dei baby-pensionamenti, la nascita dei fondi pensione. Piccoli compromessi su singoli punti, hanno permesso al governo di ottenere la fiducia del Parlamento, a rischio sino all’ultimo momento: riforma approvata con 151 voti a favore, 13 contrari e 136 astensioni. La principale forza di opposizione, il partito socialista, è uscita dall’aula per protesta al momento del voto. I termini della riforma sulle pagine in lingua inglese del quotidiano greco Ekathimerini (che annuncia anche la fine dello sciopero di due settimane dei dipendenti pubblici comunali), la cronaca delle proteste dalla Bbc.

Cipro: al via i colloqui per la riunificazione
Sempre dalla Bbc (particolarmente attenta alle questioni del Sudest europeo) segnaliamo la ripresa dei colloqui fra il nuovo presidente di Cipro, Demetris Christofias e il leader dei turco-ciprioti Mehmet Ali Talat: l’obiettivo è sempre quello di arrivare a una sorta di riunificazione fra le due metà dell’isola, auspicata anche dall’Unione Europea. E’ il primo incontro da quando Christofias è stato eletto alla presidenza. I due leader, che provengono da ambienti politici di sinistra, si dichiarano fiduciosi sugli esiti degli incontri. Per il contesto politico maturato con l’elezione di Christofias è utile rifarsi al nostro articolo di Giuseppe Mancini pubblicato qualche settimana fa. L’atmosfera negli ambienti culturali della sinistra turco-cipriota viene raccontata, sempre in italiano, da Osservatorio Balcani, in un’intervista di Fabio Salomoni a Cenk Mutluyakali, direttore del quotidiano Yeni Duzen (Nuovo Mondo). Die Zeit descrive il recente viaggio della delegazione parlamentare dei Verdi a Nicosia.

Albania: sarà la Svizzera dell’Adriatico?
Nell’Albania ancora sconvolta dalla strage provocata dall’esplosione del deposito di armi alle porte di Tirana, le buone notizie vengono dall’economia. Ce ne parla il sito inglese Southeast European Times, che evidenzia il crescente interesse degli investitori internazionali per il piccolo Paese balcanico che ha messo in cantiere una seria riforma fiscale, ha intensificato la lotta alla corruzione, tiene sotto controllo l’inflazione e offre un costo di manodopera ancora basso. Il governo di Sali Berisha punta anche a un ulteriore passo verso occidente, con la richiesta di ingresso dell’Albania nella Nato nel prossimo vertice di Bucarest, ad aprile. Gli esperti considerano particolarmente profittevole il settore dell’energia. Le compagnie che in questi ultimi mesi bussano alla porta dell’Albania sono principalmente greche, italiane, austriache e ceche.

Bulgaria, rischio corruzione. L’Ue congela gli investimenti
Se la via albanese sembra lastricata di petali di rose, alla Bulgaria restano le spine. Il reportage della BBC curato da Catherine Miller ci mostra un paese incerto e minacciato dalla piaga della corruzione. Per il momento l’Unione Europea ha congelato una serie di investimenti per le infrastrutture stradali. La lotta alla corruzione doveva essere uno dei capitoli superati dalla Bulgaria, dal momento che il Paese balcanico ha ottenuto nel 2007 l’ingresso nell’Ue, ma le cose evidentemente stanno diversamente. L’Unione sta investigando su 45 casi: “Abbiamo il dovere di salvaguardare gli interessi finanziari dei contribuenti europei che pagano le tasse”, avvertono da Bruxelles. Sofia chiede pazienza. La Bulgaria sembrava un’isola felice nel mare tempestoso dei Balcani. La realtà, invece, si sta dimostrando diversa.


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